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La disobbedienza come innesco politico

In Ponti di vista, Supposte morali on luglio 2, 2019 at 7:06 am

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Appunti scomposti dopo essermi tenuto a distanza dal “dibattito” attorno al caso Sea Watch.

Bye Bye Mark? Davvero ci stupiscono le cascate di insulti che riempiono le colonne dei commenti dei social network? Davvero? Siamo tutti nella Bestia (nel Game, chiamatelo come volete) e tutti – generalizzo ma è necessario farlo – ne subiamo gli effetti. Sia nella comunicazione passiva, che ci viene scaricata addosso – un flusso continuo e disordinato, senza argini – sia in quella attiva che contribuiamo a generare (non ci dispiacciono i meme e le battute feroci) e che alimentano quel flusso, un corto circuito perverso di produzione e consumo che rende il dibattito pubblico schizofrenico. Non c’è possibilità – alla faccia di Baricco – di riformare il Game dall’interno, di smussarne gli spigoli aguzzi. Bisogna uscirne, praticare esodo rispetto alle piattaforme estrattive – di dati, di ricchezza, di empatia – e ricostruire piazze (reali e virtuali, perché non nego il ruolo della tecnologia) dialogiche, capaci di gestire conflitti e di produrre comunità meticce e non omologate. Comunità lente quanto serve, gioiose e cooperative.

Salutiamo Mark Zuckerberg tutti insieme? E’ un passaggio necessario, non opzionale. Un atto politico radicale.

Dalla morale alla politica. Sono fiero di aver fatto parte (è l’identità che ancora sento più mia) di quella comunità che prendeva il nome di Disobbedienti. Un’esperienza visionaria che – non da sola – a cavallo del passaggio di millennio aveva anticipato le linee di faglia che oggi stanno franando, favorendo l’avanzamento di forze e sentimenti – le due cose vanno avanti insieme – regressivi. Ciò che oggi è davanti ai nostri occhi nasce, per l’Italia e non solo, da lontano e gli interpreti attuali sono – prima che causa di un ulteriore peggioramento della situazione – la conseguenza di quel laisser faire che dagli anni ’80 in poi ha fatto diventare senso comune l’idea che non esistano alternative al primato del mercato e della crescita, in nome di una globalizzazione che il mercato stesso avrebbe magicamente regolato. Se inizialmente i vantaggi sembravano (apparentemente) prevalere oggi sono le esternalità negative di quello stesso modello a spaventare. Ciò che vediamo accadere attorno a noi da un punto di vista economico e finanziario, ambientale ed ecologico, demografico e democratico è la testimonianza plastica del fallimento di quell’idea di globalizzazione neo-liberista.

Un fallimento che non decreta però l’esaurimento di quel modello ma anzi una sua ulteriore radicalizzazione. Il capitalismo è infatti più resiliente di qualsiasi altro modello, e ha già riorganizzato – pur muovendosi claudicante tra crisi sempre più frequenti e violente – il proprio scenario di riferimento, accettando come il male minore (ne è testimonianza la “conversione” di Federico Rampini) la riemersione degli Stati nazionali in chiave protezionista, lì dove “i penultimi vanno difesi dagli ultimi” e il “prima noi” diventa lo slogan, egoista ed esclusivo, di riferimento.

Nel 2001 una moltitudine di uomini e donne (sulla scorta di percorsi lunghi anni di costruzione di senso e di elaborazione teorica e pratica) si davano appuntamento a Genova non tanto per contestare il G8 quanto per affermare che “un altro mondo è possibile”. Una dichiarazione di guerra ai potenti della Terra che non sottovalutava il fatto che – in strada come nei Parlamenti – non ci sarebbe stato da parte del Potere nessun tipo di concessione automatica alle rivendicazioni radicali che quei movimenti ponevano rispetto ai temi che ancora oggi (a quasi vent’anni di distanza) sono la vera piattaforma per il cambiamento globale: ambiente, giustizia sociale ed economica, allargamento dei diritti civili e sociali, trasformazione dei modelli democratici e delle pratiche della cittadinanza, regole e diritti per le nuove tecnologie emergenti.

Serviva la disobbedienza civile come pratica – non solamente dimostrativa ma quotidiana – per affermare con forza che “avevamo accettato l’inaccettabile” e che possedevamo una strategia per costruire un’alternativa credibile e inclusiva. Violare la zona rossa, confine tra i pochi e la moltitudine, non era una provocazione o un vezzo simbolico.

Nei giorni di fine luglio di 18 anni fa la disobbedienza civile (dei centri sociali come degli scout, dei sindacati come delle parrocchie) venne attaccata, uccisa e torturata nel nome della ragion di Stato, la stessa che viene invocata ora di fronte alla necessità di interrompere o – nelle forme più aderenti al political correct – gestire i flussi migratori che (parole dell’ex Ministro degli Interni Minniti) mettono a rischio “l’ordine democratico”. Un ordine democratico che, è bene dirselo con la massima trasparenza, nelle piazze di Seattle a Genova veniva consapevolmente  e giustamente messo in discussione, assumendosene le conseguenze politiche e giudiziarie.
Nei mesi e negli anni successivi la disobbedienza non ha goduto di ottima stampa, “grazie” alla narrazione tossica attorno ai fantomatici Black Bloc, all’inconcludente dibattito violenza/non violenza condotto negli ambienti di sinistra e nel generale sfarinamento (un nuovo riflusso dopo quello degli anni ‘80) a seguito della dolorosa sconfitta patita proprio nelle strade di Genova. L’estate del 2001 è un punto di svolta decisivo e non sufficientemente analizzato della nostra storia recente. Siamo qui anche perchè Genova è stata quello che è stata.

In queste ore la disobbedienza è di nuovo trend topic. Lo è – come lo è stato qualche mese fa attorno ai casi di Mimmo Lucano o di Mediterranea – in reazione all’arresto di Carola Rackete. Un moto di necessaria vicinanza e di solidarietà, un atto di reazione civile e di opposizione morale al cattivismo che rappresentanti di un Governo e, a cascata, i cittadini le hanno riversato addosso. “Fa politica sui corpi dei migranti” le dicono, per screditarne l’operato. “E’ stata umana nei confronti dei naufraghi”, rispondono, per difenderla. Non credo nello scontro su base morale e soprattutto non credo nella sua capacità di incidere nella realtà se non determinando arbitrariamente – sempre attraverso l’occhio parziale e condizionato di ognuno di noi – il confine tra buoni e cattivi, tra salvati e condannati. Credo invece nella capacità di innesco politico della disobbedienza come emersione del desiderio collettivo di dare un’altra forma all’esistente, proiezione di forme inedite di democrazia e giustizia, di partecipazione e cittadinanza, di relazione tra prossimità e globalità. Questa è la sfida epocale che abbiamo di fronte, per certi versi un tradimento rispetto a ciò che fino a oggi abbiamo conosciuto e difeso, e che troppo spesso scansiamo in nome di più maneggevoli obiettivi. Da questo punto di vista il pur ingombrante Salvini è un granello di sabbia nell’universo, particolare insignificante rispetto al tutto di cui dobbiamo essere artefici.

Attorno al prossimo 21 luglio organizziamo un incontro sul tema disobbedienza partendo da ciò che sono state le giornate di Genova 2001? Lo facciamo non solo per ricordare ma per dotarci degli strumenti necessari per uscire dal corto circuito dell’azione/reazione e per declinare non solo un piano per la resistenza ma il canovaccio di un’alternativa che non può avere le sue fondamenta nella rivendicazione della morale (benché giusta) ma nel primato della Politica?

*l’immagine è delle tipe e dei tipi mitici di Cheap Festival. 

 

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