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Un libro per la città. E il fiume da riportare al centro.

In Ponti di vista on luglio 3, 2019 at 7:11 am

trentochevorrei

Scrivere di Trento, così come abbiamo fatto insieme ad altri ventitre autrici e autori nel volume La Trento che vorrei (pubblicato a inizio mese da Helvetia editore), significa accettare la sfida che ogni città deve periodicamente darsi. Guardarsi e riflettere su di sè, agendo poi di conseguenza muovendosi verso il futuro. Un’esigenza quanto mai urgente nel momento in cui non è ancora metabolizzato lo shock profondo determinato dal cambio di orizzonte politico a livello provinciale e non è più rimandabile un passaggio di discontinuità nella classe dirigente che ha retto le sorti della città negli ultimi trent’anni, con la non ricandidatura del Sindaco uscente Alessandro Andreatta e di fatto l’esaurimento della fase politica iniziata con l’elezione di Lorenzo Dellai nel 1990. La Trento che vorrei propone un catalogo di ricordi e racconti, sollecitazioni e interpretazioni – ovviamente non esaustivo – che prende in considerazione questioni puntuali e specifiche (la mobilità e l’ecologia, la tecnologia e l’innovazione, l’immigrazione e la cittadinanza, l’istruzione e la cultura, il rapporto tra generazioni e tra territori) e stimoli che hanno a che fare con una più ariosa definizione del corredo valoriale di cui la città vuole munirsi. Quindi una città ibrida e conviviale, desiderante e collaborativa, consapevole del proprio passato e coraggiosa nel prendere in mano il proprio destino, poetica ed educante, europea e alpina, stimolante e capace di far sentire ognuno partecipe nel dispiegarsi della vita comunitaria e nella cura quotidiana del bene comune.

Scrivere un libro significa mettere mano al tempo che sembra sfuggire al controllo, sotto accelerazione continua. Tempo che non siamo disposti a “perdere” per concederci al confronto, alla riflessione, alla contaminazione generativa, e che va quindi recuperato e sincronizzato. Fare questo significa restituire senso allo spazio che abbiamo smesso di occupare trasformandolo in luogo, piattaforma vitale sulle quale raccogliere le speranze e le paure, le energie e i desideri condividendoli con la comunità di cui si fa parte. E’ dalla prossimità che possiamo ripartire, lì dove – nell’incontro – uomini e donne possono elaborare nuovi modelli di alleanza e co-progettazione. Significa infine rimettere al centro la parola, vilipesa da un dibattito pubblico sempre più spigoloso e polarizzato.

 Va riconosciuta come strumento minimo per comporre il confronto inteso come via di fuga dall’individualismo e porta d’accesso obbligata a una nuova reciprocità responsabile. Non è un caso che si sia deciso di comporre il volume non come un monologo ma incrociando sguardi diversi e tra loro complementari. Facendo quindi i conti con la nostra, e crediamo non solo la nostra, non autosufficienza e con lo spaesamento e la fragilità di fronte agli scenari complessi e per molti versi inediti.

Scrivere di una città – un po’ come amministrarla – vuol dire farsi carico della sua complessità e della sua quotidiana variabilità, data da un lato dalla molteplicità delle anime che la compongono e dall’altro dai flussi che dall’esterno, dentro un mondo globalizzato e fortemente interconnesso, impattano su di essa. Ecco allora che serve metterne in connessione la storia sedimentata con le prospettive che devono ancora materializzarsi, sulla base dell’intreccio tra la città di pietra (l’infrastruttura materiale) e la città di carne (l’infrastruttura sociale) dando rotondità e armonia alla polifonia spesso disordinata dei contesti urbani.

La Trento che vorrei, nella sua forma cartacea e nei dialoghi che intendiamo attivare dentro e fuori i confini cittadini, ha l’ambizione di essere una scintilla, un utile innesco. Un catalizzatore di idee che – utilizzando la metafora che regge la prefazione al volume – si impegna a riportare nel cuore della città l’andamento sinuoso del fiume Adige, troppo banalmente allontanato e rettificato, riconoscendo invece nella sua non linearità una ricchezza generativa.

E’ tempo di reagire a quella rimozione, di riprendere un dialogo interrotto, di riattivare una politica inceppata.

Alberto Winterle e Federico Zappini
curatori del volume La Trento che vorrei

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