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Scossa. Blackout. Scintilla.

In Ponti di vista on ottobre 2, 2019 at 8:53 am

 

(testo pubblicato all’interno della raccolta La Trento che vorrei, pubblicata nel 2019 da Helvetia editore)
Venerdì 31 maggio 2019.

Ore 00.14
Tg regionale. Decine di migranti stanno costruendo un accampamento in Piazza S.Maria Maggiore. Nuova edizione del Festival dell’Economia. Tito Boeri contro i nazionalisti, usciti rafforzati dalle elezioni europee.

Ore 00.17
Linea notte. Non si riducono gli effetti dell’ondata di caldo. La soglia critica di consumo energetico è stata superata e l’autarchia di diversi Stati impedisce di approvvigionarsi oltre confine.

Ore 00.32
In casa si soffre. “Dovevamo comprare il condizionatore” dice lei. “Anche noi a far concerto?”, risponde lui. Cresce il ronzio metallico che proviene da fuori. La facciata del palazzo è punteggiata da decine di cubi bianchi. I motori al massimo. Gocce di condensa appese ai tubi di plastica cadono sul marciapiede illuminato a giorno. Il buio (il nero, il negro) spaventa. La luce tranquillizza, dicono, anche se acceca.

Ore 00.57
“Papà! Acquaaaaa…”. Una voce. E dietro un’altra: “Anche per me”. Lui si alza. Beve a canna. Riempie un bicchiere e lo porge alle due bimbe. Non dormirà più.

Ore 6.25
“Driiiiin!”

Ore 6.55 “Sveglia bimbe!”
Ore 6.57 “Sveglia bimbe! E’ tardi.”

Ore 7.00
Vestiti. Colazione. Faccia. Scarpe. Zaino. Tappe forzate. Moka e piastra a induzione. Due cellulari succhiano carica. Uno solo (quello di lei) a riceverla.

Ore 7.29
“Le scarpe da ginnastica! A mezzogiorno andate in montagna.” Bimbe oppositive per genitori che trattano i minuti come pepite d’oro.

Ore 7.33
Aria pesante. Polveri sottili alte. Auto private libere di muoversi. C’è più traffico del solito. Figlia grande in bici davanti. Lui e l’altra – seggiolino, cintura e biscotto – dietro.

Ore 7.40
Semaforo. Clacson. Accellerata. Clacson. Bestemmia. Semaforo.

Ore 7.45 La piccola è dentro scuola. Saluta. Si veste. Corre in aula.
Ore 7.46 Verso la seconda tappa del tour scolastico.

Ore 7.55
Campanella! Tutti dentro. Genitori in fuga.

Ore 8.07
Chiamata in arrivo. Pulsante verde. Lei: “9.15: Acli per il calcolo dell’ICEF. Ricordi?” Lui: “Certo.”. Pulsante rosso. Batteria: 27%. Male.

Ore 8.14
Facebook: “Evento. 12.00: inaugurazione Festival dell’Economia. Interviene Ada Colau.

Ore 8.22
Semaforo. Clacson. Frenata. Bestemmia in trentino. Risposta in altro idioma. Freno. Cavalletto. Bar.

Ore 8.24 Caffè.
Ore 8.27 Quotidiano locale: “Sgomberare il bivacco di piazza S.Maria Maggiore! Subito!” Editoriale: “Comincia il Festival dell’Economia, l’ultimo. I buonisti nei teatri per parlare di un mondo che non esiste più. Il Presidente della Provincia: soldi buttati.”
Ore 8.31 Altro quotidiano locale: “Serve più energia elettrica. Nuovi progetti per scongiurare possibili crisi.” Notizia interna: “Ieri utenze telefoniche mute per un’ora.”
Ore 8.32 “Merda!” sbuffa lui. Caffè doppio.

Ore 8.42
Sole già alto. Pensionati nei supermercati, reparto surgelati. Uomini e donne chinati sui loro smartphone. Niente nuvole. La pioggia, un miraggio.

Ore 9.11
Lui pedala in pianura, ma fatica come sullo Stelvio. Scollina il cavalcavia che supera la ferrovia. Sfiora paraurti e specchietti. Aria – morta – nei capelli. Tornante. Pavè. Sbuca in Piazza S.Maria Maggiore. Si ferma. Teli appesi ai rami più alti che a raggera arrivano ai diversi angoli dello spiazzo. Vele senza vento su vite in sosta.

Ore 9.16
Chiamata in entrata. “Dove sei?” lei. “Eccomi!” lui. Pulsante rosso. Batteria: 17%. Taglia a metà la piazza. Schiva due bambini e il loro pallone. Manca di un soffio uomini alle prese con una cucina da campo di travi accatastate e lamiere contorte. Voci lo inseguono. Sotto la facciata della chiesa una decina di poliziotti controlla, sfidando la noia.

Ore 9.18
Portone. Scale. Sala d’aspetto. Gelo. Lui si siede vicino a lei che detta dati per il coefficiente Icef . Data di nascita. Luogo di residenza. “Giacenza media?” “Zero.” Come ogni anno il conto corrente oscilla tra mille Euro e meno mille Euro. “Giacenza media?” ripete l’operatrice. “Zero.” “Scusi, il gestionale non risponde.” si scusa la ragazza. Prova a comunicare con la responsabile. La linea è muta.

Ore 9.19 “Taaaaaaac!” Un colpo secco. La luce piatta dei neon si spegne. Lo schermo del computer si annerisce. Lo zero della giacenza media perde d’importanza, facendo dimenticare per un secondo la precarietà di un’intera generazione.
Ore 9.20 Un tecnico provo a riattivare la corrente, invano.
Ore 9.21 La direttrice degli uffici predica calma.
Ore 9.22 La calma comincia a vacillare quando ci si accorge che anche le reti telefoniche (tutte) non funzionano. Gli smartphone senza connessione sono buoni per pesare nelle tasche o per fare qualche foto che non potrai condividere sui social.
Ore 9.23 La direttrice raduna tutti nella sala d’attesa. La porta di sicurezza, installata qualche mese prima per impedire l’accesso ai senzatetto, è impossibile da aprire manualmente. Mugugni.
Ore 9.30 I mugugni diventano lamentele. Fa sempre più caldo a causa della combinazione di aria condizionata spenta e finestre sigillate, sempre contro intrusioni malevole.
Ore 9.37 Lei: “Che facciamo?“. Lui: “Vediamo che succede.”

Ore 9.43
L’interruzione di corrente riguarda tutta la città di Trento.

Ore 9.57 L’insofferenza aumenta.
Ore 10.00 “Zipppp!” Parte il sistema di areazione. Ronza il televisore appeso al soffitto. Tutti gli sguardi gli si appiccicano addosso.

Ore 10.02
Lo schermo, buio, parla. Una voce calma. “Vi stiamo offrendo un’opportunità che altrimenti non vi sareste dati. Vi facciamo rallentare. Tiriamo il freno d’emergenza. La fornitura di elettricità alla città è interrotta. I segnali telefonici schermati. E’ un esperimento. E’ lo sciopero globale, l’interruzione della linearità che porta al precipizio dell’Antropocene. Siamo anarchici. Siamo hackers. Ne andiamo fieri. Siamo curiosi di capire la vostra scelta. Rivolta distruttiva o rivoluzione comunitaria.

Trova il tempo per ascoltare imparerai a parlare,
Trova il tempo per pensare sarai capace di scegliere
Trova il tempo per leggere diventerai sapiente
Trova il tempo per sognare e potrai sperare
Trova il tempo per fare una carezza e non ti sentirai inutile e solo.*

Ore 10.03
“Pillola azzurra o pillola rossa?” sussurra lui. Il portone d’ingresso si spalanca. “Cosa?” riprende lei. “Matrix. Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del Bianconiglio.” Sorride.

Ore 10.04 Il silenzio dura un attimo. Prevale la sorpresa di essere liberi sull’incertezza di ciò che sarà. Giù per le scale che sbucano sul centro città.
Ore 10.05 “Seguimi” dice lui. Batteria: 7%. Miseria. “Buttiamo questi cosi, ci hanno tolto dall’imbarazzo di farlo di nostra spontanea volontà.” “Sei pazzo” dice lei, mentre lo vede gettare lo smartphone.
Ore 10.06 Il rumore di una vetrina infranta. Una sirena in lontananza.
Ore 10.07 Molta gente in strada. Qualche poliziotto cerca di dare informazioni che non possiede. Vociare indistinto di un disordine composto, ordinato. Trentino.

Ore 10.09
“Le bimbe?” allarmata lei. “Una a testa. Andiamo da loro in bicicletta e le recuperiamo. Intanto facciamo un pezzo di strada insieme.”

Ore 10.12 “Facciamo il giro largo, così vediamo come va in città.” propone lui. Lei lo segue più per inerzia che per convinzione.
Ore 10.14 Gli uffici pubblici non gestiscono gli utenti. Il sistema è a terra. I funzionari dialogano con persone di diverse etnie sui marciapiedi, dove l’ombra offre riparo.
Ore 10.15 Le casse automatiche dei supermercati sono solo lamiere e transistor. Non leggono codici e non sputano scontrini a clienti frettolosi.
Ore 10.18 Le colonnine per i parcheggi non chiedono la quotidiana tassa per occupare lo spazio pubblico. I semafori non organizzano la mobilità. Auto una vicina all’altra, cui è impedito qualsiasi tipo di movimento.
Ore 10.21 Nessuna storia sui profili Instagram. Zero dirette Facebook. Una parentesi da Black Mirror. Senza schermi da guardare qualche decina di persone sale le scalinate del Castello del Buonconsiglio. Altri si siedono nelle aiuole e si scambiano uno sguardo, qualche parola.

Ore 10.25 Dalle Università si riversano in strada centinaia di ragazzi e ragazze. Si radunano in Via Verdi. C’è eccitazione. Il messaggio passato attraverso gli altoparlanti – lo stesso in tutta la città – ha fatto presa come l’annuncio di una Rivoluzione imminente. Sul selciato ci si scambiano bottiglie d’acqua recuperate forzando le serrature dei distributori automatici fuori uso. In più lingue si cerca di organizzare la giornata. Si apre un’assemblea improvvisata.
Ore 10.32 Due ragazzi scrivono sul muro della facoltà: “Dopo la scossa e il black out oggi ci facciamo scintilla”. Scritta rossa su fondo giallo.
Ore 10.37 Lui e lei assistono alla riunione. Era il tempo a mancare per aggregare questa ricchezza? Serviva togliere l’energia elettrica per scoprire la potenza dell’incontro e della parola?

Ore 10.50
“Corteo! Corteo! Corteo!” 

Ore 10.51 “Le bimbe!” dice lei. “Ci rivediamo in Piazza Santa Maria Maggiore.” risponde lui e inforca la bici.
Ore 10.52 Le vie di comunicazione maggiore sono bloccate. Autostrada e tangenziale sono un serpentone immobile di mezzi. Anche i treni  non viaggiano, abbandonati sulla linea. Lui percorre la pista ciclabile parallela al fiume. La sua andatura rappresenta la maggior velocità di spostamento possibile.
Ore 10.53 Pensa a Sabotage dei Beastie Boys e la canticchia.

Ore 11.10
Fuori da ogni scuola della città capannelli di madri, padri, nonni e nonne. Ansiosi. “Fate uscire i nostri figli!” cominciano a gridare. Impossibile. Le porte si aprono automaticamente al suono dell’ultima campanella di giornata. La sicurezza prima di tutto.

Ore 11.21 Gli occupanti di piazza S. Maria Maggiore sono resilienti perché nelle difficoltà sanno trovare soluzioni. L’assenza di elettricità è normale. Quella piazza é un ecosistema che coltiva un suo strano ordine.
Ore 11.22 Negli uffici della Provincia Autonoma di Trento – alla presenza del Sindaco – é convocato il tavolo della Protezione Civile. Non ci sono vere emergenze, visto che ospedali e altri servizi essenziali dispongono dell’elettricità che invece manca in ogni altro settore. Non si può prelevare denaro e le linee di produzione sono interrotte. Nella riunione ci si interroga su come gestire l’inaugurazione del Festival dell’Economia, prevista per le 12.00 in Sala Depero.
Ore 11.23 Il corteo degli studenti risale via Mazzini raggiungendo Piazza Fiera. Alla testa ci sono una serie di tamburi – raccattati chissà dove lungo la strada – che guidano la massa già significativa.

Ore 11.25
“Driiiiiiin!” Il suono della campanella stride. Il vociare degli alunni anticipa il loro arrivo. Abbracciano i parenti che li attendono. Non sembrano spaventati. La grande raggiunge lui con il suo sorriso sdentato. “Non hai scuse!” urla, tirandogli la barba. “Quando le maestre ci hanno portato in palestra dopo il black out quel signore é stato gentile.” ri-urla. “Quale signore?” chiede lui confuso. “Quello dell’altoparlante. Ha messo una canzone molto bella, Everybody Hurts si intitolava. Le maestre hanno trovato il testo in inglese nel loro armadietto. L’abbiamo cantata tre volte. Poi ci ha detto che oggi i grandi sono in vacanza e hanno organizzato una biciclettata in città.”

Ore 11.26
Si segnalano alcuni tentativi – tutti falliti – di rapine. I sistemi di sicurezza funzionano nonostante l’interruzione di corrente. Non sono molte le situazioni di tensione. Qualche vetrina rotta, diverbi tra vicini o al bar. Fa più l’alcool mattutino dell’emergenza. L’incredulità vince sulla rabbia e sulla voglia di approfittarne. In S.Maria Maggiore faceva caldo prima e fa caldo ora, quando una briciola di giustizia sociale si é materializzata democratizzando l’afa, spegnendo i condizionatori . La copertura della piazza opposta alla chiesa é praticamente completa. Un’oasi sahariana. Tonalità desertiche si sommano al giallo diffuso che il cambiamento climatico ha spalmato fino a queste latitudini.

Ore 11.29
Il Presidente della Provincia ha deciso. Dichiara lo stato d’emergenza. I cittadini rimangano in casa. Il Festival dell’Economia è sospeso. A mezzogiorno rilascerà un aggiornamento.

Ore 11.32
Fuori scuola della grande c’é un minuscolo parco, cinto d’asfalto. Una sola panchina che ogni giorno viene resa viva dalla tromba di Jovan, un serbo gioviale, spesso ubriaco. Poco oltre una selva di biciclette del bike sharing comunale. Poco usate, fanno bella mostra. “Il signore ci ha detto di prendere quelle” comunica la bambina, convinta. “Claac!” I lucchetti si aprono simultaneamante, giustificando lo slogan “pedala senza limiti” scritto ovunque. “Figo!” dice lui, con reale entusiasmo.

11.36
La Sindaca di Barcellona Ada Colau, rieletta nelle elezioni di maggio nonostante la concomitanza della consultazione europee annuncia che vuole tenere comunque il suo intervento. Lo dice mentre si trova con altre relatrici e relatori – le sociologhe Saskia Sassen e Naomi Klein, l’antropologo Marc Augè, l’economista Branko Milanovic – negli stand di Piazza Duomo, anch’essi senza energia. Non trasmette Radio3. Non esce musica dagli amplificatori dei bar sotto i portici. I libri della libreria del Festival non hanno bisogno di alimentazione e sono sfogliati da mani e occhi curiose. La piazza si riempie. In assenza di comunicazioni digitali molti le cercano presso l’ufficio informazioni sotto la fontana del Tritone.

Ore 11.37
La critical mass da decine di istituti convergerà verso il centro città. Procedere in auto è impossibile. Proprio come Michael Stipe in molti escono dall’abitacolo e proseguono a piedi. C’é un silenzio insolito. C’é ordine in questo casino, pensa lui. Diverse decine di bici – e loro conducenti – si sono organizzati davanti alla panchina di Jovan. Adora il pubblico e non si fa sfuggire l’occasione di un’esibizione. Alza la tromba ed emette un richiamo all’attenzione, che riceve subito dai presenti. E allora comincia con una marcia dall’andatura smaccatamente balcanica. A ritmo si muovono le teste e i piedi di grandi e piccoli. Jovan accompagna la musica con una gestualità barocca, coerentemente esagerata. Agita la tromba come fosse un bastone, fendendo l’aria per dare indicazioni ai presenti. Si é conquistato il ruolo di guida. Si parte.

Ore 11.38 Gli studenti procedono. Invitano le persone che incontrano ad unirsi. Alcuni in bicicletta hanno perlustrato il centro città per capire dove è disposta la polizia, che ha rafforzato il suo presidio attorno alla piazza dei migranti. Il corteo vuole arrivare lì.
Ore 11.39 L’inaugurazione popolare del Festival dell’Economia si svolgerà nello stesso luogo. Prenderà la parola Ada Colau con un intervento dal titolo: “La radicalità politica della piazza. Un altro mondo è possibile”.

Ore 11.40
 Lei si é già mossa da scuola. Anche la piccola ha ascoltato i R.E.M.. Insieme gironzolano per il centro città. Commessi e commesse sono fuori dai negozi che – senza finestre – sono caverne buie e per nulla accoglienti. Fumando una sigaretta discutono con i passanti chiedendosi quanto possa durare la crisi. Qualche ora? Giorni? Di più?

Ore 11.44
Le biciclette accompagnate dalla tromba di Jovan superano el Tombon sotto la ferrovia e percorrono Via Segantini. C’è cooperazione tra genitori e figli nel riappropriarsi della città. Sui volti dei piccini sorrisi che si accompagnano a canti gioiosi. E’ una marcia ecologica, dirompente nella sua semplicità. Una passeggiata collettiva che interrompe il frenetico volgere delle esistenza di ognuno.

Ore 11.47 Ada Colau entra in piazza e si avvicina alla cucina da campo. “In città nessuno riesce a offrirmi un buon caffè!” dice sorridendo al gruppo di uomini e donne che armeggiano attorno a pentole e stoviglie. “Cìapa chi. Questo l’è bon.” grida in perfetto dialetto trentino un omone nero seduto in un angolo, alzando una moka annerita in ogni sua parte dall’uso quotidiano sul fuoco vivo dell’accampamento. Le versa il brodo nero bollente in una tazza sbeccata e senza manico. Le passa un cucchiaio di plastica e un’enorme busta di zucchero. “Grazie” dice la Sindaca con un leggero sorriso. Sullo sfondo il rombo dei tamburi del corteo si avvicinano.
Ore 11.49 – Jovan attacca Kalashnikov, variando il ritmo tra veloce e velocissimo. Approfittando della presenza davanti alla stazione dei treni di una rastrelliera per molti abbandonano le biciclette. Si prosegue a piedi, anzi di corsa.

Ore 11.50 La polizia in assetto antisommossa si è disposta al punto di intersezione tra via Cavour e Piazza S.Maria Maggiore. Gli ordini sono quelli di non far unire gli studenti con i migranti. Un doppio cordone di agenti. Casco allacciato, scudo e manganello in pugno.
Ore 11.51 Gli studenti avanzano. I colpi sui tamburi contano i passi che la massa – lievitata a dismisura – compie verso lo schieramento di poliziotti, pronti a reggere l’urto e a contrattaccare.
Ore 11.52 Cinquanta metri. Il corteo non è protetto. I soli corpi dei ragazzi e delle ragazze cercheranno di rompere il blocco, allestito a testuggine fino ad appoggiarsi al marmo rosa della chiesa così da coprire l’intera larghezza del passaggio.
Ore 11.53 Venticinque metri. I movimenti ora sono lentissimi. I due fronti si studiano, senza accompagnamento musicale.
Ore 11.54 Venti metri. I tamburi tacciono e il contatto sembra imminente. Dall’interno della piazza si osserva il margine per capire chi avrà la meglio. Il fiume che tenta di esondare o l’argine che gli si oppone?

Ore 11.55 Lei entra in piazza da dietro. E’ affascinata dal moto continuo di quel luogo fino a pochi giorni svuotato di vita. La bimba che è con lei osserva incuriosita le stoffe colorate, i giochi in legno dei bambini, i fumi che escono dai pentoloni, quelle strane tende che le pendono sopra la testa. Vede sul lato opposto la tensione attorno al corteo studentesco. Dove saranno lui e la grande?
Ore 11.56 Il Presidente della Provincia entra scortato dal suo staff in una sala Depero ombrosa, con le opere dell’artista roveretano che incombono su una selva di sedie vuote. Le sue parole cadranno in quel vuoto. Uno spettacolo desolante che fa bestemmiare sottovoce il Presidente. La vita è fuori, nella città che ha assorbito la scossa, ha raccolto la sfida del black out, ha trovato la sua scintilla.

Ore 11.58 Dieci metri. Si possono sentire i respiri affannosi dell’altro fronte. Vedere gli occhi concentrati pronti all’azione del proprio reciproco.
Ore 11.59 Uno squillo di tromba rompe lo stallo. Da un vicolo spunta Jovan che conduce con tutto il fiato che ha in corpo una marcia precipitosa, in levare. Si infila nel gruppone degli studenti e lo taglia a metà. Centinaia di bambini lo seguono. Invadono lo spazio creato senza rallentare puntano i cordoni schierati. Raggiungono Jovan e amplificando se possibile il suono del suo strumento. Il cambio del contesto è talmente repentino da cogliere tutti di sorpresa. I bambini sono un’onda ingestibile dagli agenti che non hanno nei loro confronti nessuna regola d’ingaggio. Quei piccoli corpi trovano tra gli scudi pertugi ad altri occhi invisibili e senza pensarci li utilizzano per superare l’ostacolo. Sono goccia d’acqua insistente che fa vacillare la diga fino a metterne a rischio la tenuta, sfaldando legami apparentemente solidissimi. La resistenza della Polizia è inesistente. Passano i più piccoli e con loro l’intero blocco di universitari. La piazza ribolle. Lui si guarda attorno cercando lei. E’ orgoglioso della città, della sua reazione.

Ore 12.00
Ada Colau dispone solo di un piccolo megafono. Sale su un trespolo malfermo. Sembra minuscola ed enorme, indifesa e onnipotente. Non perde tempo e inizia. “Non ho diritto di tenere nessun discorso qui oggi. Non perchè non abbia il cuore e la mente piena di parole che vorrei condividere con voi, ma perchè il discorso siete voi. Lo sono i vostri corpi che si mossi come un corpo solo. Lo sono le vostre differenze che si sono fatte comunità di destino e collettivo desiderante. Lo sono le mille scintille che avete condiviso per riaccendere una città che solo all’apparenza era spenta, svuotata di senso. Voi siete la Trento in comune che ha in mano le redini del proprio futuro…” Scende e abbraccia le persone che la circondano.

Ore 12.02
Jovan attacca un altro pezzo. I tamburi gli vanno dietro senza bisogno di invito. La piazza condivide il ritmo proposto. E’ impossibile non essere inebetiti dalla bellezza che riempie ogni centimetro quadrato. E’ impossibile non sentirsi parte di un tale onda montante. Lui alza gli occhi e incrocia lo sguardo di lei che si avvicina cercando di farsi spazio tra la folla. Le fa un cenno con la mano che dice “Ehi, hai visto che casino?”. Trento balla come non le è mai riuscito. Balla sfuggendo alla propria neutralità. Balla, ed è una scoperta.

Ore 12.03 Jovan e la murga che lo accompagna stanno sotto la porta della chiesa e la splendida facciata rosa fa loro da cornice.  I loro suoni – ora più mediterranei e rotondi – salgono potenti. Una ragazza si arrampica sul basamento di una colonna poco distante. Ha capelli ricci, nerissimi, che le cingono viso e collo, sciogliendosi nella pelle olivastra e ricadendo sulle spalle scoperte. Oscilla inseguendo l’improvvisazione dei musicisti e allo stesso tempo sembra indicare loro le note da eseguire. Il suo ampio e morbido vestito bianco sfiora i piedi e le gambe nude, che sono l’innesco instancabile danza. I fianchi che oscillano guidano le percussioni, sfidando l’abilità di chi le percuote da ore. Le traiettorie sinuose delle braccia sembrano sfuggire dai margini della piazza che le sta attorno abbracciando il mondo intero. I suoi occhi chiusi lasciano agli altri sensi il compito di orientarsi e di entrare in simbiosi con il resto da sè.
Ore 12.04 I musicisti giocano tra loro, sfidandosi con rincorse e interruzioni. La ragazza con i ricci approfitta di una di queste per raccogliere con le mani i capelli liberando il collo dalla loro morsa e invitando il vento a fare il proprio dovere, offrendole un istante di refrigerio. Subito lascia la presa. I ricci scivolano tra le dita, liberi e ribelli. La musica riparte e con lei le mosse della ragazza dai ricci neri La ragazza dai ricci neri è la città. Ed è solo mezzogiorno.
Ore 12.05 Trento è ciò che prima non era o, almeno, sembrava non voler essere. Energia che sfugge al controllo. Scoperta dei propri giacimenti di vitalità. Desiderio di sovvertire il presente. Curiosità per l’inedito.

Ore 12.07
Lui guarda lei. L’abbraccia. Sfiora con le mani le piccole che canticchiano a proprio agio nella confusione che le ha accolte. Guarda il cielo blu. Un alito di brezza lo raggiunge, cogliendolo di sorpresa. Poi un altro soffio, un poco più sostenuto. Sussurra: “Si balla? Per un giorno. O forse per sempre…”

*Enzo Bianchi, tweet.

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