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Di domeniche e turismo di cittadinanza

In Ponti di vista on luglio 6, 2020 at 6:23 am
metropoli
Da due anni gestisco una libreria. Due soci lavoratori, zero dipendenti. Non ci sono i margini per assumere qualcuno. Può essere che io sia una schiappa come imprenditore.
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Siamo aperti il lunedì dalle 15 alle 20, da martedì a sabato dalle 10 alle 20. Aggiunto il lavoro preparatorio (leggere, progettare, curiosare), l’impegno nel quartiere e burocrazia varia le giornate si allungano. Credo valga per molti. Ho alzato le serrande di domenica una decina volte, in concomitanza del Natale. Non un aspetto determinante per la mia piccola attività.
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Immagino che per supermercati, grande distribuzione (un discorso a parte, che andrà affrontato), ristoranti e bar la situazione sia diversa. E non la sottovaluto.
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Trovo però la discussione sulle aperture domenicali e – di riflesso – sul concetto di città turistica fuorviante e non totalmente centrata.
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Il Covid19 ci ha interrogati sul valore dell’essenziale e del superfluo, sulle trasformazioni del lavoro, della produzione e del consumo. E’ anche premessa a una possibile grave recessione.
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Abbiamo scoperto di poter fare a meno della spesa domenicale e compreso potenzialità e ingiustizie delle consegne a domicilio. Abbiamo visto crescere progetti di acquisto consapevole e a filiera corta. Abbiamo capito che lo spazio pubblico è fondamentale per la vivibilità delle città. Abbiamo intuito che molto cambierà e servirà intelligenza, oltre a una buona dose di coraggio, per fare fronte a questa fase.
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Per il turismo anche Brian Chesky – fondatore di Airbnb – ci dice che le cose non torneranno allo stato precedente: “Ci sono mesi in cui accadono decenni”
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Nel caso di Trento questo non significa sacrificare ciò che di buono è stato fatto (le fortune del Muse e dei Festival soprattutto) ma assumersi il compito di valutare tutte le variabili in campo per progettare insieme presente e futuro, in maniera sistemica.

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La comunità è Politica. Eccedenza e interazioni.

In Ponti di vista on giugno 13, 2020 at 11:19 am

ciliegieSento spesso parlare di ritorno alla normalità.
Mi viene in mente un racconto zen letto su “Il Dito e la Luna” di Jodorowsky:
“Maestro che cosa è costante?”
“Ciò che è incostante.”
“Perché ciò che è costante è incostante?
“La vita, la vita!”

da Guida all’esplorazione collettiva dei futuri per modificare il presente (di Daniele Bucci)

Daniele Bucci ci introduce alla Specollettività (per me una meravigliosa e imprevista scoperta) spiegando la sua idea di design applicato al tentativo di costruire soggettività di massa. Comunità operose, pensanti e…politiche.
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“Non è possibile fare previsioni accurate e attendibili in contesti così sproporzionatamente complessi. Spesso i nostri sensi umani non possono nemmeno percepire gli iperoggetti che ci circondano. I futuri sono tanti in questo momento, i ritardi di feedback non ci mostrano tutti i segnali analizzabili per poter capire quale sarà Il Futuro. Ciò che possiamo fare, come il buon bricoleur di Lévi-Strauss è utilizzare quello di cui disponiamo, immaginazione, punti di vista differenti, una rete che ci connette, strumenti di creazione condivisi, creative commons.”

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Non esistiamo da soli. Come essere umani troviamo nostra piena (e non definitiva) forma nella relazione con l’altro, con gli altri. Ne abbiamo bisogno per sopravvivere, per essere riconosciuti e – soprattutto – per attraversare in pienezza la nostra esistenza.
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Le sfide di questo tempo (la crisi ambientale e la transizione ecologica, la trasformazione radicale di un modello economico ingiusto, la lotta alle diseguaglianze, l’adattamento alle evoluzioni tecnologiche, una migliore relazione e ibridazione fra differenze) non possono che essere affrontate attraverso un impegno collettiva. Leggi il seguito di questo post »

Come stare in tempi straordinari

In Ponti di vista on giugno 2, 2020 at 8:35 am

briosche

A tempi straordinari corrispondono responsabilità straordinarie.

Gabriele Di Luca presentando il suo “E quindi uscimmo a riveder la gente” ha ricordato le parole di Ludwig Wittgenstein: “Il mondo è tutto ciò che accade”.

Il mondo però non è una fotografia statica, anzi. La pandemia ne ha fatto – e fa – tremare le fondamenta. Per governare le tensioni del presente,  individuare le sfide del futuro e tentare di tracciare la rotta serviranno un surplus di coraggio e fantasia, ambizione e costanza, pazienza e generosità.

Il mondo è quindi (anche) ciò che desideriamo e proviamo a far diventare realtà insieme. Lo strumento principale a nostra disposizione rimane la Politica.

Luca Malossini nell’editoriale di domenica scorsa sottolineava l’urgenza di procedere (non oltre settembre?) all’elezione dei Sindaci e al rinnovo dei consigli comunali, lasciati in carica oltre la fine del loro mandato causa Covid19. Sono d’accordo con lui. E’ strana – e rischiosa – la sovrapposizione tra la campagna elettorale e una fase tanto particolare della vita sociale ed economica, non fatta di sola ordinaria amministrazione ma di scelte strategiche, così come avverrà attorno all’assestamento di bilancio nel mese di giugno.A margine di questo importante appunto (non solo) procedurale l’invito più accorato è però rivolto all’ampiezza degli orizzonti e all’altezza degli obiettivi che la Politica deve darsi in questo momento storico. Malossini fa riferimento prendendola a esempio all’età di Paolo Oss Mazzurana, alla fine del 1800. E’ un appello che va raccolto e praticato.

Va ricordato che nel secolo successivo non sono mancati altri momenti costituenti per Trento e per il Trentino. La nascita e lo sviluppo dell’esperienza cooperativa, l’arrivo dell’industria (con i suoi pregi e difetti) e dell’Università, l’implementazione dell’Autonomia speciale e la scoperta del turismo culturale, la riqualificazione e ricucitura di alcune fratture urbanistiche e territoriali (non ancora completate).

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Sindaci/artigiani e la città da vivere all’aperto

In Ponti di vista on maggio 15, 2020 at 5:39 am

cinema

SINDACI/ARTIGIANI – L’Italia è Paese per nulla omogeneo, rugoso. Dappertutto e rasoterra, direbbe Giuseppe De Rita, stanno i Sindaci. Di grandi, medie e piccole città. In questi mesi hanno contato i morti, monitorato le condizioni di salute dei loro concittadini, praticato solidarietà, raccolto ansie e rabbie delle comunità che rappresentano. Primo ammortizzatore e massima prossimità della rappresentanza politica.

Le Monde in un recente articolo li paragonava ad artigiani. 

Le città della Fase 1 erano silenziose, a loro modo ordinate. Gli attori della vita urbana e un certo modo di vivere (l’abitudine, giusta o sbagliata che fosse) sono usciti dal palcoscenico: le strade, le piazze, i palazzi. Uomini e donne, vecchi e bambini, lavoratori e senzatetto, camminatori silenziosi e frequentatori seriali dei bar, cittadini autoctoni e cittadini in transito si sono chiusi in casa.
Oggi queste componenti tornano a muoversi in uno scenario cambiato, carico d’incognite e di nuovi limiti. Il rischio maggiore, nella frenesia di riaprire, è quello di perdere di vista la condizione necessaria per stare insieme in uno spazio denso come la città: la capacità di convivere, trovando codici condivisi.

Come vivremo insieme? Ne scrivevamo a inizio marzo con un gruppo di amici e amiche, riferendoci ai possibili impatti del Covid19 sulle nostre esistenze. E’ a questa la domanda che il Sindaco/artigiano deve saper rispondere.

Definendo da un lato le priorità più generali (cura e salute delle persone, attenzione particolare per i più fragili – giovanissimi e anziani -, mobilità adeguata alle possibilità della compresenza e alla sostenibilità ambientale) e reagendo pragmaticamente alle mille sollecitazioni delle tante categorie in difficoltà, senza per questo cedere alle spinte del corporativismo, facile reazione di fronte a risorse scarse da spartirsi.

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Del Noi. Dell’abilitazione. Del ciò che potrà essere.

In Covid_19_appunti, Ponti di vista on maggio 5, 2020 at 10:22 pm

città

– Articolo pubblicato sul Corriere del Trentino di mercoledì 6 maggio –

La fase 1 – nella sua tragicità – si fondava su un messaggio chiaro per chi fortunatamente non si è ammalato e per chi non ha dovuto (meritoriamente) prestare il proprio contributo in ospedale o in uno dei servizi fondamentali al funzionamento minimo della società. A ognuno è stato detto imperativamente: “resta a casa!”.

Piegata la curva del contagio e osservata una lenta discesa del numero dei decessi è arrivato il tempo dell’allentamento delle restrizioni. Si è quindi cominciato a discutere – non senza inciampi – della fase 2. Manifatturiero e trasporti pubblici. Chiese e orti. Sport e scuole. Parrucchieri, estetisti e bar. Aprire tutto per rilanciare l’economia? Essere più cauti a tutela della salute pubblica? Una cosa è certa. La “normalità” a cui eravamo abituati era parte del problema e non andrà riproposta così com’era.

Se nei primi due mesi il mantra – fin troppo paternalistica – è stato quello di evitare il contatto, nelle settimane che arriveranno dovremo riabituarci alla vita in presenza con gli altri. Dal distanziamento fisico torneremo alla convivenza. Messi in cantina – speriamo – i droni e trovate forme di test e tracciamento adeguate (e rispettose delle garanzie democratiche) a mappare l’andamento del virus decisiva sarà la qualità del Noi che sapremo essere. Fuori dalle nostre case c’è lo spazio pubblico. Da abitare insieme, in modo più consapevole e responsabile.

Arriviamo a questo momento stanchi e preoccupati. Ci arriviamo – compreso chi scrive – meno lucidi e non del tutto preparati a questo passaggio. Il futuro si è fatto presente, in settimane abbiamo percorso anni. Fa impressione pensare che domenica 3 maggio si sarebbe dovuto votare per eleggere il nuovo sindaco di Trento. Lo si farà – se ci saranno le condizioni – in autunno, dentro un contesto completamente cambiato sotto la spinta acceleratrice del Coronavirus. Leggi il seguito di questo post »

8_nessun dorma, la città che viene si fa ora

In Ponti di vista on aprile 20, 2020 at 6:59 am

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Prometto che entro la settimana registrerò la lettura del testo scritto ormai più di un anno fa per La Trento che vorrei. Lo avevo promesso a Maura Pettorusso, instancabile insieme a Stefano Detassis, narratrice di questa quarantena. Avvicinarmi a questo “sfrorzo” davanti alla telecamera del mio telefono è stata l’occasione per ripensare al presente (strano, sospeso) e al futuro (speriamo migliore) della città.

°°°

La scossa c’è stata. E ha fatto male. Il blackout va avanti da sei settimane. Non è chiaro quando e come si potrà e dovrà ri-accendere la luce. Stiamo conoscendo un durante fatto di distanziamento fisico. Un tempo che – per chi non crede nel ritorno alla normalità, intendendo quella normalità come parte del problema – va dedicato alla ricerca della scintilla per un inizio davvero nuovo. Nessun dorma quindi. E’ il tempo del pensiero e dell’azione. Dell’inquietudine e della fantasia. Perchè il lungo termine – quello della visione, quello dei grandi progetti, quello del cambiamento – è fatto della somma e dell’intreccio di tanti brevi periodi. Così come un metro è composto di millimetri. Un mare di un’infinità di gocce. Uno scenario trasformato sarà il frutto della messa a sistema delle pratiche che – agite dentro il contagio – tentano di farsi teoria condivisa tanto per il presente complicato che viviamo quanto per il futuro che siamo chiamati a costruire in presa diretta, con obbligata urgenza.

La colonna sonora del mio racconto era Everybody hurts dei R.E.M.. Il titolo si presta a interpretazioni opposte. A seconda della traduzione può significare “qualcuno soffre” e “qualcuno infligge una sofferenza”. Un’ambivalenza di senso paragonabile a quella del nostro stare al Mondo. Siamo allo stesso tempo – è questa la nostra maledizione – vittime e carnefici. Costretti a subire e corresponsabili (con i nostri stili di vita, oggi messi in discussione in maniera traumatica dal virus) le non buone condizioni della realtà contenute nel prima che il Covid19 ha messo a soqquadro. Un prima sbagliato che ci affrettiamo a dire “non tornerà più” ma che solo le azioni che compiremo oggi ci permetteranno di superare definitivamente, sfuggendo alla tranquillizzante idea di “poter rimanere sani sopra un Mondo malato”. Un’illusione che abbiamo coltivato e come ha spiegato Miguel Benasayag, correggendo le parole di Papa Francesco di pochi giorni fa, deve renderci consapevoli che “siamo tutti nella stessa tempesta, ma non nella stessa barca”. Come ne usciremo dipenderà solo da noi. Leggi il seguito di questo post »

Lo Stato dei Luoghi | meno

In Ponti di vista on aprile 18, 2020 at 4:31 pm

lifestyle

Meno
/mé·no/
avverbio, aggettivo e preposizione –

C’è uno spicchio di cielo sopra il minuscolo balcone di casa nostra.
Ci arriva il sole per poco tempo, attorno a mezzogiorno, in questa stagione.
Ci usciamo quando possiamo, le bambine più di noi adulti.
Nel blu intenso di molti giorni di questa quarantena sono scomparse le scie degli aerei.
Non si vola più. Si è fermato il Mondo dicono.

Meno è meglio?

Less is more. Facile da dire. Più complesso da realizzare.
Siamo abituati a crescere. Costretti a crescere. Sempre e comunque.
Vivere per sottrazione – riscoprendo il limite e l’essenziale, quando a qualcuno quello stesso essenziale non è neppure garantito – è controintuitivo, un azzardo, in una società che del binomio produzione/consumo ha fatto il proprio unico comandamento.

Fare meglio con meno è l’obiettivo. Buono per noi umani e per il pianeta Terra, che ci ospita. Farlo senza far rimanere nessuno indietro è la rivoluzione da mettere in moto.

Ora.

§§§§
[trovate il mio vocabolo dentro L’alfabeto pandemico, proposto da Lo Stato dei Luoghi]

2:_libreria e librerie

In Ponti di vista on aprile 3, 2020 at 7:52 pm

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[articolo pubblicato su @che_fare]

due punti, due serrande abbassate – L’ultimo giorno “normale”, del prima, è stato sabato 7 marzo. Poi – giorno dopo giorno, decreto dopo decreto – ci siamo spenti, non da soli. Il 12 e il 13 marzo abbiamo incassato (a lockdown già iniziato)  47 e 33 Euro, corrispettivi della somma dei titoli richiesti da amici del quartiere o da parenti. Da lì nient’altro. Perdita di fatturato secca del 100%. Abbiamo abbassato le serrande della nostra piccola libreria indipendente (70 mq circa, due soci come i punti del nome, 3.000 titoli a scaffale) dopo diciotto mesi di attività frenetica e gioiosa, fatta di una miriade di presentazioni, di un quotidiano lavoro di animazione di comunità, di errori ma anche di preziose scoperte. Eravamo – anzi siamo, senza nessun tipo di tristezza – soddisfatti della nostro percorso culturale e imprenditoriale, che possiamo descrivere come fragile ma sostenibile. Oggi, ancora nel pieno della crisi sanitaria e con quella economica che mostra i suoi primi – epocali – segnali, siamo tra i molti che si chiedono come (e se) potranno ripartire. E nel tempo che abbiamo “guadagnato” fuori dal negozio non smettiamo di interrogarci a proposito di noi stessi e della filiera editoriale di cui siamo felici di essere parte.

Soggetti fragili, non proprio resilienti – Le librerie indipendenti non se la passavano bene neppure prima del Covid19. Soggette ai mali di stagione (le oscillazioni del mercato, il brutto tempo) e tra le prime a essere colpite dalle grandi trasformazioni del commercio digitale (Amazon proprio dai libri partì…), dal 2016 a oggi si calcola siano 2.300 le librerie che hanno gettato la spugna. A chi è andata peggio – come per la Pecora Elettrica a Roma – l’attacco non è stato solo economico/finanziario ma addirittura terroristico, con i locali e i volumi dati alle fiamme per ben due volte. Soggetti fragili quindi che non potevano certo pensare di passare indenni la tempesta perfetta di un virus globale e invisibile che abbatte i livelli di domanda e offerta di qualsiasi bene all’infuori di medicinali e cibo e che  – nel tentativo di circoscrivere il contagio – annienta la socialità e la mobilità di cittadini e cittadine, interrompendo i legami relazionali di prossimità che sono la vera (e forse unica) matrice distintiva delle librerie indipendenti. Leggi il seguito di questo post »

5_la fine, e quel che si vede da qui

In Ponti di vista on marzo 30, 2020 at 10:30 am


Quattro anni fa, il 30 marzo 2016 moriva, improvvisamente, Gianmaria Testa.
La sua fine.

Ho amato – e amo – la sua musica e le sue parole. Praticamente tutte.
Una delle mie preferite è Polvere di gesso.

Io ogni mattina quando parto
Lascio aperta la mia porta
Se qualcuno verrà
E poi metto polvere di gesso
Sul pavimento di casa
Per i passi che farà
Perché quando c’è una porta aperta
Di sicuro prima o dopo si sa…

Lasciamo tracce per permettere ad altri di seguire i nostri passi. Quando vorranno. Quando potranno.

Lasciamo porte aperte, nella speranza che qualcuno torni al nostro fianco. Vicino. Il più vicino possibile.

Di solitudine si muore e si morirà, in settimane di isolamento e di assenza di orizzonte davanti agli occhi. E si muore – sempre in questi tempi scorbutici – in solitudine, dentro ospedali interdetti a parenti e amici o in case dove le relazioni erano poche anche in assenza del contagio. Sono migliaia gli uomini e le donne per cui il Covid19 è stato un potentissimo, e violento, acceleratore di sofferenza. Quei tanti e tante a cui per un po’ di tempo nei conteggi serali a cui ci siamo abituati abbiamo associato la categoria dei morti con Coronavirus, separandoli da chi – più precisamente – era deceduto per Coronavirus. Come se esistessero due nessi di causalità diversi, con il primo (quello di chi vedeva sommarsi malattia a malattie, su età avanzata) a cui assegnavamo un rapporto meno diretto, meno forte. Il virus – anche da questo punto di vista – ci ha portati nel futuro, senza lasciarci il tempo di vivere pienamente il presente. Ha reciso seccamente il prima dal dopo, frantumando il durante. Annullando la quotidianità. Leggi il seguito di questo post »

7_utopia quotidiana e necessaria

In Ponti di vista, Supposte morali on marzo 24, 2020 at 11:58 pm

191030wed1[Questa sera ho passato tre ore e mezza su Zoom, sia lodato!, per una riunione con altre trenta persone circa. Avevamo tempo – come tutti in queste settimane – e un lungo ordine del giorno da affrontare. E’ stato bello!]

In questi giorni sento un’urgenza totale – allo stesso tempo passionale e ansiogena – di Politica e di fare Politica. Un bisogno primario, un desiderio profondo, di confronto e azione condivisa che prende spinta (non inizia…) dentro quella che è una fase caotica e priva di certezze, se non quella che dovremo far fronte a trasformazioni di tipo epocale e mai viste nel nostro recente passato.

Marco Damilano sul numero del 22 marzo de L’Espresso spiega bene la vivacità di pensiero che siamo tenuti a esercitare, non abbandonandoci all’attesa (che rischierebbe vana) del ritorno a una precedente e non più replicabile – per fortuna – “normalità”.

“C’è un’igiene del corpo che va rispettata severamente, pena la possibilità che a cadere nella malattia siano i nostri cari e poi le più lontane. Ma accanto a questa c’è da serbare un’igiene della mente, un’igiene dello spirito, che significa mantenersi lucidi e razionali di fronte a una situazione che ci mette in gioco come nessuno si sarebbe mai aspettato, che vuol dire rifiutare ostinatamente di recintare il pensiero, di rinchiudere l’anima, per così dire, oltre il corpo. Dobbiamo fare l’opposto di quanto siamo costretti a compiere con il “distanziamento sociale”, orrenda espressione: ovvero avvicinarci, anche se non possiamo farlo fisicamente, contaminarci, renderci meno immuni l’uno dall’altro, farci toccare dagli interrogativi e dalle diversità.” Leggi il seguito di questo post »