trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Il disordine armonico che andiamo cercando.

In Ponti di vista, Uncategorized on gennaio 29, 2020 at 7:30 PM

529 bozza II

Inizio estate. Anno 2020 (?). Piazza Santa Maria Maggiore, Trento.

Ore 12.04 I musicisti giocano tra loro, sfidandosi con rincorse e interruzioni. La ragazza con i ricci approfitta di una di queste per raccogliere con le mani i capelli liberando il collo dalla loro morsa e invitando il vento a fare il proprio dovere, offrendole un istante di refrigerio. Subito lascia la presa. I ricci scivolano tra le dita, liberi e ribelli. La musica riparte e con lei le mosse della ragazza dai ricci neri. La ragazza dai ricci neri è la città. Ed è solo mezzogiorno.

Ore 12.05 Trento è ciò che prima non era o, almeno, sembrava non voler essere. Energia che sfugge al controllo. Scoperta dei propri giacimenti di vitalità. Desiderio di sovvertire il presente. Curiosità per l’inedito.

Il mio contributo nella raccolta di racconti La Trento che vorrei (2019, Helvetia editore) si conclude con un ballo collettivo. Un vorticoso Concilio di ritmi. Un convivio di corpi in movimento. Insieme al fiume Adige da far tornare a scorrere, in forma di attivazione civica e civile, nel cuore della città la metafora musicale è quella che più mi convince nel tentare di analizzare le condizioni – politiche, sociali e culturali – presenti e le prospettive future della città di Trento.
Che colonna sonora ha avuto lo spazio urbano degli anni Dieci? Quale dovrebbe essere la proposta musicale del nuovo decennio?
La certezza che “quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento d’epoca” – parole di Papa Francesco, che non si possono non condividere – impone di interrogarsi su quali siano i linguaggi e le sfide della Politica per reagire alle torsioni dei tempi confusi che attraversiamo.

Trento è città conservatrice, un po’ per Storia e un po’ per attitudine. Una “signora borghese di mezza età, senza eccessi e misurata”. Così la definiscono altri autori de La Trento che vorrei. Poco propensa alle variazioni. Abitudinaria, persino sospettosa. Questa condizione non le ha impedito dagli anni ‘60 a oggi di trasformarsi, evolvendo sulla spinta tanto di scelte lungimiranti (l’Università su tutte, unita a una generale attenzione per la cosa pubblica) che di interventi dall’esterno (la grande impresa, oggi quasi sparita se non nei vuoti urbani lasciati sul territorio, e i diversi festival culturali). Continua a essere “educata e ordinata”, ma appare oggi un po’ stanca.

Ecco allora che lo spartito degli ultimi dieci anni – quelli del Sindaco Andreatta e quelli che meglio ci hanno spiegato la non transitorietà della Grande Crisi del 2008 – è stato improntato alla linearità, a una gestione attenta e una certa ripetitività. Un tono eccessivamente monocorde (ci misero in guardia i promotori della lista/band Trento Soul Moderno nel 2009, li ricordate?) che arriva a conclusione di un’unica lunga fase politica, cominciata agli inizi degli anni Novanta e oggi esaurita. Ciò che di buono – e meno buono – questi trent’anni di amministrazione lasciano sul terreno costituiscono le fondamenta su cui costruire presente e futuro, analizzando con onestà successi e debolezze, eccellenze e fragilità. “Non aver paura di cadere” sostiene nel suo ultimo libro Mauro Magatti, sociologo sostenitore della pratica della generatività, tanto nella vita quanto nella Politica, ricordando come nel tango “l’inciampo non è un errore, ma la sorgente di un nuovo movimento, inatteso e liberato dal ritmo”. Serve cercare quindi una nuova più profonda relazionalità sociale (che si faccia effervescenza politica), un ritrovato dialogo tra i diversi che compongono il variegato panorama cittadino, una nuova visione della città che metta in comunicazione forte e costante – formula questa di Fabrizio Barca – “pubblico e collettivo”, alla ricerca di una nuova alleanza per il bene comune, collaborativa e cooperante.

Così nella musica/Politica della città di Trento serve mettersi alla ricerca del disordine armonico caratteristico dell’improvvisazione jazz, guidata da una tecnica diffusa in tutti gli interpreti e la coraggiosa fantasia di un gruppo curioso e aperto. Va fatto in anni in cui – al contrario – è cresciuto un rumore di fondo che ha appuntito le dissonanze, radicalizzato la polarizzazione all’interno delle comunità e reso quasi insopportabile la virulenza del dibattito pubblico, trasformato in scontro violento. Si sono verificati però anche, è da qui bisogna muovere, piccoli esperimenti che aiutano a tracciare una rotta, o almeno a rimettere in sesto la bussola su cui fare affidamento per procedere. Un pianoforte piazzato nella non accogliente stazione ferroviaria della città e messo a disposizione di chiunque voglia suonarlo dice che la rigenerazione urbana si può fare anche partendo dalla pratica, per poi risalire alla teoria. “C’è il bello e ci sono gli oppressi” – scriveva Albert Camus – “per quanto difficile possa essere, io vorrei essere fedele a entrambi.” I concerti ospitati durante il periodo natalizio nelle chiese periferiche della città (il gospel ballato a Canova è stata una sorpresa…) e gli Stregoni di Johnny Mox – jam session con centinaia di uomini e donne, migranti e non, coinvolti – sono il simbolo dell’ibridazione che si fa lingua comune, luogo condiviso per conoscersi e fare insieme. “L’altalena” e “La canzone della gentilezza” proposte negli ultimi due anni dall’Istituto Trento 6, parlano di un’idea diversa e interessante di farsi comunità, di sostenibilità sociale da affiancare a quella ecologico/ambientale.

Vanno ricucite le parti di una città che fatica a immaginarsi. Vanno amalgamate le identità che ne fanno parte, favorendo la loro partecipazione e aiutandole a riconoscere un’anima comune (un destino, un’idea di avvenire, una visione) che le faccia sentire parte, che le coinvolge, che le sfidi. Chi sarà Sindaco, o Sindaca, della città nei prossimi anni – e con lui la sua squadra, che avrà pari o forse maggiore importanza – dovrà essere da un lato l’armonizzatore dei suoni provenienti da ogni angolo del contesto urbano e dall’altro il primo compositore di una melodia che sappia nuovamente emozionare, fino al liberatorio disordine armonico che ostinatamente andiamo cercando.

[articolo pubblicato sul numero di gennaio di UCT, Uomo Città Territorio]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: