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La democrazia si ricostruisce da vicino

In Ponti di vista on febbraio 23, 2020 at 11:23 PM

tv

“Qual è il doppio di sei?”
“Siamo”.

Riprendo il testo della vignetta di Charles Schulz utilizzata da Ugo Morelli nei giorni scorsi per parlare della crisi – culturale e di governance – del sistema cooperativo trentino. E’ perfetta anche per allargare lo sguardo allo stato di salute, certo non buono, della Politica in Occidente.

  1. Viviamo in un’epoca di scarsissima fiducia nei confronti della democrazia.
    Una corposa ricerca (su 154 Stati con dati relativi agli ultimi 25 anni) condotta dal Centre for the Future of Democracy dell’Università di Cambridge ci dice che il 58% dei cittadini non è più soddisfatta del sistema democratico. Un segnale di cui non si può non tenere conto. Una crisi che impone riflessione e azione.
    [https://www.ilpost.it/2020/02/16/crisi-democrazia/]
  2. La Politica senza mani sul volante, impotente e inefficace. Negli Stati Uniti e nei paesi europei che maggiormente hanno subito la crisi economica del 2008 la flessione è più marcata. La Germania tiene, ma non senza peculiari problematiche. La fiducia nella democrazia aumenta lì dove (Ungheria, Russia, Polonia) questa sperimenta – e rivendica – una declinazione illiberale, dove la verticalità e rapidità delle decisioni di “uomini forti” sostituiscono l’orizzontalità e l’articolazione della discussione collegiale e parlamentare, all’apparenza troppo lenta per rispondere alle sfide che si trova a dover affrontare. Questa tendenza non è ineluttabile, ma per metterla in dubbio serve comprenderne le cause e saperne leggere gli effetti.
  3. Un mondo fuori dai gangheri. Nel 2001, a Genova, in piazza si segnalava – in maniera profetica, purtroppo largamente inascoltata – la pericolosità di una globalizzazione senza contrappesi allo strapotere di un capitalismo finanziarizzato e predatorio. Il passaggio di millennio e il suo primo contraddittorio ventennio ci lasciano un mondo trasformato. Non meno diseguale e ingiusto, certamente più confuso e impaurito. Attraversato da crisi (economiche e sociali, climatiche e demografiche, umanitarie e sanitarie) sempre più frequenti e profonde. La crisi come condizione della quotidianità – ansiogena e opprimente – va sfidata, da un lato riconoscendo le condizioni difficili lasciate sul campo dalle false promesse di crescita infinita del Novecento e dall’altro lavorando per costruire l’alternativa allo stato delle cose, oggi arrivato a uno stato di pericolosa cancrena.
  4. Abbiamo creduto ciecamente nella disintermediazione. E adesso è un casino. Non abbiamo lasciato le ideologie nel secolo scorso. Ci abbiamo creduto (non tutti) per un po’. Non possiamo fare a meno dei corpi intermedi, che abbiamo definito inutili o nella migliore delle ipotesi abbiamo immaginato “leggeri”. Non è sufficiente la dimensione  social – neppure sponsorizzata – per sostituire ecosistemi democratici e partecipativi dotati di sufficiente complessità e profondità. La disintermediazione così come l’abbiamo conosciuta è una fregatura e un acceleratore di pulsioni sempre più polarizzate, di visioni sempre più superficiali, di linguaggi sempre meno adeguati al bisogno.
  5. La strategia dell’emozione richiede sempre nuovi nemici. Piangiamo per l’immagine di un bambino morto sul bagnasciuga dopo un naufragio nel Mediterraneo. Attivando la stessa parte del nostro cervello però siamo in grado arrabbiarci, fino all’uso della violenza, di fronte a una fake news costruita ad arte per screditare un determinato partito politico o per incolpare dei mali del Mondo intero il il gruppo di richiedenti asilo arrivati nel nostro isolato. La strategia dell’emozione (così la chiama Anne-Cécile Robert) ha preso il sopravvento sulla ragione, sull’approfondimento, e di conseguenza sulla Politica stessa, che credeva scioccamente di governare gli effetti di un’overdose di stimoli ai sentimenti più profondi. Indignarsi non solo è sano, ma necessario all’emergere delle spinte rivolte al cambiamento. Incazziamoci quindi, ne abbiamo mille validi motivi, ma con criterio e consapevolezza.
  6. Meno non è meglio. E il bisogno di ritornare al proporzionale. Il prossimo 29 marzo si voterà per confermare o rigettare la legge di riforma sulla riduzione del numero dei parlamentari. Una riforma monca nell’attuazione (ci sarà da ridere sulla ridefinizione dei collegi e il riequilibrio dei pesi tra Regioni) e superficiale nell’idea, fondata quasi unicamente sull’opportunità di risparmiare sui costi della Politica (e della democrazia). Votare NO è necessario, almeno per testimoniare che non sì è lasciato correre la cosa senza dire la propria. Poi ci sarebbe una lunga e articolata discussione sul sistema elettorale, tentando di spiegare che il proporzionale rimane di gran lunga il modello migliore, dove la governabilità è data dalla qualità del personale politico e non solo dalle ampie maggioranze parlamentari.
  7. Dialogo dunque siamo. Riscoprire la parola.

    “L’uomo è un essere narrante. Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie…, le storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli. Spesso decidiamo che cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato. I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo.”

    Questo scriveva Papa Francesco in occasione della LIV Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali, dopo che – pochi mesi prima – aveva invitato l’Occidente a ritrovare un’attitudine poetica, dove la parola eccede, facendosi strumento fondamentale tanto della vita collettiva in quanto ritessitura di reti di conoscenza e spazi per il confronto.

  8. I tempi della città applicati alla relazione, anche Politica. Ci è stato rubato il tempo, dentro vite sempre più frenetiche e sincopate. Le città moderne – quelle che abitiamo – si sono adattate a questa tendenza, portando alla saturazione dei tempi di vita e rendendo sempre più complicato salvare contesti sufficientemente dilatati e rilassati per applicarsi nell’attività sociale e politica. Ne risentono la quantità e la qualità dell’azione politica, che vive sulla possibilità di spendersi e di prendersi cura. Riprendiamoci il tempo. Senza non c’è la Politica.
  9. La prossimità come luogo della ricostruzione democratica. Il quanto e il quando si fa Politica sono importanti, ma sono nulla senza un “dove” dentro il quale esprimersi. Sono i quartieri – cellule fondamentali del corpo cittadino – che possono ospitare le sperimentazioni più accoglienti per cittadini e cittadini, coinvolti nel raccordo tra vita reale nella prossimità e livelli superiori della democrazia.
  10. Mobilitare le istituzioni. Istituzionalizzare i movimenti. Così chiude un suo ragionamento sul Corriere della Sera dello scorso 15 febbraio Roberto Esposito dal titolo “Così ritorna il bisogno di istituzioni”. Una nuova fase istituente coraggiosa e generosa. Quella che – non solo con le sue oltre 20.000 preferenze ma soprattutto con le sue riflessioni politiche – indica Elly Schlein. Quella che (mettendo insieme dati e ascolto, ricerca, analisi e proposta) suggerisce Fabrizio Barca con il suo lavoro su aree interne e diseguaglianza. Quella che, dalle pagine di Futuro, ci sottopone Maurizio Carta nella sua veste di urbanista/intellettuale/politico che delle città vuole fare ecosistema abilitante per comunità che lavorando per un diverso presente pongano le basi per ciò che ha da venire.

    Sono molti altri gli attori e le attrici da rintracciare per dare vita a una nuova alleanza per una mobilitazione strategica che fa “cambiare noi stessi cambiando aspetto alle metropoli che abitiamo”.

 

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