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8_nessun dorma, la città che viene si fa ora

In Ponti di vista on aprile 20, 2020 at 6:59 am

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Prometto che entro la settimana registrerò la lettura del testo scritto ormai più di un anno fa per La Trento che vorrei. Lo avevo promesso a Maura Pettorusso, instancabile insieme a Stefano Detassis, narratrice di questa quarantena. Avvicinarmi a questo “sfrorzo” davanti alla telecamera del mio telefono è stata l’occasione per ripensare al presente (strano, sospeso) e al futuro (speriamo migliore) della città.

°°°

La scossa c’è stata. E ha fatto male. Il blackout va avanti da sei settimane. Non è chiaro quando e come si potrà e dovrà ri-accendere la luce. Stiamo conoscendo un durante fatto di distanziamento fisico. Un tempo che – per chi non crede nel ritorno alla normalità, intendendo quella normalità come parte del problema – va dedicato alla ricerca della scintilla per un inizio davvero nuovo. Nessun dorma quindi. E’ il tempo del pensiero e dell’azione. Dell’inquietudine e della fantasia. Perchè il lungo termine – quello della visione, quello dei grandi progetti, quello del cambiamento – è fatto della somma e dell’intreccio di tanti brevi periodi. Così come un metro è composto di millimetri. Un mare di un’infinità di gocce. Uno scenario trasformato sarà il frutto della messa a sistema delle pratiche che – agite dentro il contagio – tentano di farsi teoria condivisa tanto per il presente complicato che viviamo quanto per il futuro che siamo chiamati a costruire in presa diretta, con obbligata urgenza.

La colonna sonora del mio racconto era Everybody hurts dei R.E.M.. Il titolo si presta a interpretazioni opposte. A seconda della traduzione può significare “qualcuno soffre” e “qualcuno infligge una sofferenza”. Un’ambivalenza di senso paragonabile a quella del nostro stare al Mondo. Siamo allo stesso tempo – è questa la nostra maledizione – vittime e carnefici. Costretti a subire e corresponsabili (con i nostri stili di vita, oggi messi in discussione in maniera traumatica dal virus) le non buone condizioni della realtà contenute nel prima che il Covid19 ha messo a soqquadro. Un prima sbagliato che ci affrettiamo a dire “non tornerà più” ma che solo le azioni che compiremo oggi ci permetteranno di superare definitivamente, sfuggendo alla tranquillizzante idea di “poter rimanere sani sopra un Mondo malato”. Un’illusione che abbiamo coltivato e come ha spiegato Miguel Benasayag, correggendo le parole di Papa Francesco di pochi giorni fa, deve renderci consapevoli che “siamo tutti nella stessa tempesta, ma non nella stessa barca”. Come ne usciremo dipenderà solo da noi.

Tra la fine del Mondo che si preannuncia ma, ce lo auguriamo, non arriva e la fine del mese che colpisce duro la già precaria situazione di troppi (nei soli Stati Uniti più di 22 milioni di nuovi disoccupati, in Italia – dati Banca d’Italia – tre milioni di persone rischiano di scivolare in uno stato di povertà) abbiamo bisogno di resettare il sistema. E’ sempre Michael Stipe a utilizzare questa metafora in un’intervista di qualche giorno fa. Nel suo nuovo brano, No time for Love like now, pubblicata durante questa quarantena canta: “Qualunque cosa significhi aspettare in questo nuovo posto, ti sto aspettando”.

E’ bene chiarirlo. Questa fase di passaggio non può essere di “sola attesa di fronte all’ineluttabile dispiegarsi del destino”, così come ci ricorda ogni giorni con il suo lavoro instancabile di ricerca e proposta Fabrizio Barca. Saranno le scelte – buone o cattive, innovative o solo conservative – che compiremo a fare la differenza.

Nessun dorma. Pensiero e azione. Coraggio e curiosità, generosità e cooperazione. La scintilla è pronta a essere raccolta da chi lo vorrà. Più visibile e definita nella prossimità dei territori e delle città, tornati in primo piano nel momento in cui la geografia globale ha subito una brusca e generalizzata battuta d’arresto, lasciandoci uno spiraglio di possibilità per ripensare la globalizzazione (rivista e corretta) partendo da vicino, dalle strade e dalle piazze oggi desolatamente vuote. Spazi di cittadinanza che dovremo tornare a utilizzare, a frequentare collettivamente. Ma come? Se siamo alla ricerca di un inedito va immaginato quali dovranno essere le sue caratteristiche fondanti.

Dovremo agire per sottrazione, come ci hanno insegnato queste settimane di prevalenza – anche dolorosa, in termini di mancanza – dell’essenziale sul superfluo. Un’opera di discernimento, di condizionalità, nel determinare le priorità di intervento. Per non ricadere nell’identico e per muovere i passi giusti verso una desiderabile diversità, senza paura delle incognite che essa porterà inevitabilmente con sè.

«Alla richiesta data dal buon senso: “Riavviamo la produzione il più rapidamente possibile”, dobbiamo rispondere con un grido: “Assolutamente no!” L’ultima cosa da fare sarebbe rifare esattamente ciò che abbiamo fatto prima». E’ Bruno Latour a tracciare la rotta in un recente intervento (eccolo) , proponendo un interessante esercizio pratico.

Quali sono le attività attualmente sospese che vorreste non ricominciassero più? Quali sono le attività attualmente sospese che vorreste vedere svilupparsi / ricominciare, o ancora quali attività sostitutive dovrebbero essere inventate?

Badate bene – spiega il filosofo – “non si tratta di un questionario e non è nemmeno un sondaggio”. E’ il contrario della valigia dei sogni. E’ la messa in fila – partendo dalla fotografia dell’esistente – dei desideri che dovrebbero animare la Politica nel suo tentativo di essere guida e accompagnatrice della comunità.

Sul mio foglio si addensano alcune idee, molte delle quali rafforzate dalla particolare situazione della primavera 2020, per la città di Trento. Il luogo che abito e che mi sento di poter provare ad aiutare a diventare migliore.

MARGINALITA’ – Non voglio più che uomini e donne debbano dormire in strada. Se nell’emergenza (pur con fatica) riusciamo ad ampliare i posti destinati ai marginali della nostra città perchè questa offerta non dovrebbe rimanere tale – o addirittura migliorare ulteriormente, qualificarsi in diversi servizi – nei momenti successivi alla crisi. Il diritto all’abitare, vista anche la contestuale sovrabbondanza di case inutilizzate, deve essere messo al centro di una grande riflessione sul concetto di benessere individuale e collettivo.

MOBILITA’ – Non voglio più vedere le auto riempire le strade, siano esse ferme o in movimento. La mobilità alternativa che immagino è fatta (in prospettiva) di tram e infrastrutture ecologiche. Di piste ciclabili e itinerari per i pedoni che rubano spazio al traffico e su di esso hanno sempre precedenza. Di spazi urbani ampi e sicuri dedicati alla socializzazione – nelle forme che potrà avere – e non del transito veicolare. Si può fare, incrociando anche le esperienze di lavoro a distanza che molti e molte hanno sperimentato in queste settimane e un servizio pubblico capillare, non più esclusivamente lineare ma orientato all’on demand. Devono cambiare gli spazi (più distesi) e i tempi (più lenti) della città.

VERDE PUBBLICO – Non voglio più vedere il cemento e l’asfalto stesi in ogni angolo della città. Voglio che si vada oltre lil monito del “consumo di suolo zero”, riportando a verde pezzi interi di città (ex Sloi, ex Italcementi, ex Sit solo per rimanere nella zona centrale della città) e predisponendo un’azione ambiziosa di piantumazione dello spazio urbano. La crisi che stiamo attraversando è prima di tutto climatica e siamo chiamati a mettere in campo progetti e processi radicali, partendo anche da alcuni esperimenti simbolici di transizione dal secolo del lavoro e del petrolio a quello dell’ecologia integrale.

SALUTE E WELFARE – Non voglio più vedere incrinato il senso di sicurezza di cittadini e cittadine nei luoghi che abitano. Voglio che welfare e sanità, che viaggiano insieme, siano visibili e riconoscibili dentro i quartieri. Lì dove giorno dopo giorno uomini e donne, vecchi e giovani devono trovare sostegno e comprensione nei servizi di base che garantiscono a ognuno – nella salute e nella malattia, nella tranquillità e nelle difficoltà – una vita dignitosa. In poche settimane il progetto Pronto Pia ha attivato oltre 700 volontari per la consegna domiciliare di spesa e medicine. Serve dare stabilità – riconoscendo al Terzo Settore un ruolo da protagonista – a questa ricchezza sociale che va incontro ai territori riconoscendo i bisogni e facendosene carico. Prendendosene cura.

ISTRUZIONE E CITTA’ – Non voglio più vedere scuole (dai nidi all’università) intese come spazi – materiali ed educativi – scollegati dal contesto che li circonda. Voglio che architetti, educatori, docenti, istituzioni e famiglie lavorino spalla a spalla per trasformarli in luoghi accoglienti e attraversabili, con l’accortezza che anche l’attorno sia parte del dentro. Immagino questi luoghi circondati da giardini e strutture adatte alla vita all’aria aperta e alla socializzazione. Immagino – quando non ci si potrà incontrare di persona – il dispiegarsi efficace di una strumentazione digitale che fa dell’accessibilità alla conoscenza e alla formazione la propria condizione fondante. Tecnologia e competenze di utilizzo garantite a tutti, alloggi ristrutturati (sarebbe un primo grande investimenti nel campo dell’edilizia) per renderle adeguate ad ospitare le attività a distanza a cui saremo comunque costretti.

AGRICOLTURA E FILIERE ALIMENTARI – Non voglio più vedere frutta e verdura (e ovviamente altri prodotti) avvolte in mille strati di imballaggi, magari arrivate sui banchi fuori stagione dopo migliaia di chilometri di strada percorsi. I GAS e diverse reti di produttori agricoli locali si sono autonomamente mossi – collaborando e progettando una propria piattaforma digitale – per garantire consegna a domicilio anche mentre i mercati cittadini erano obbligatoriamente chiusi e le restrizioni alla circolazione in vigore. Voglio vedere crescere queste filiere brevi di produzioni e distribuzione, valorizzandone i mille nodi e agevolandone i percorsi dal campo alla tavola. In questo frangente un ruolo fondamentale potrebbero averlo le reti cooperative (che così ritroverebbero le loro radici mutualistiche) e la tecnologia, strumento per incrociare in maniera virtuosa domanda e offerta.

COMMERCIO DI PROSSIMITA’ – Non voglio più vedere negozi di catena e grande distribuzione che, città dopo città, producono omologazione. Voglio – come contrappunto – nuove esperienze di commercio di prossimità, basate su creatività e unicità oltre che relazioni profonde con le comunità che le circondano. Punti di riferimento non solo commerciali. Coordinamenti tra simili (il progetto Dove si crea ne è un ottimo esempio) possono trasformarsi sulla mappa cittadina in percorsi turistici e di conoscenza, avanguardie per nuovi modelli di collaborazione e sviluppo. E perchè – in tempi di scarsità di liquidità e credito – non dare vita a una moneta complementare per le medio/piccole attività che si impegnano a dare vita a un Centro Commerciale naturale e diffuso? Creiamo il Trentinex?

TURISMO E CULTURA – Non voglio più vedere il turismo di massa e la cultura trasformata in eventificio. Non voglio più vedere la rincorsa alla quantità (a cui forzatamente siamo chiamati a rinunciare, presumibilmente per le prossime due stagioni) ma la ricerca di una diversa qualità, fatta di ricerca e particolarità, di cura e lentezza, di incontri e meraviglia. Non voglio più vedere i Festival che montano tendoni e maxischermi nelle piazze ma programmazioni culturali che percorrono l’intera città, scoprendo luoghi e riempiendo con delicatezza e attenzione i suoi vuoti, coinvolgendo in ogni caso (356 giorni l’anno) quei singoli e quei gruppi che si impegnano e costituiscono l’infrastruttura culturale su cui si basa la tenuta della città, la sua spina dorsale riflessiva e educante.

NO AL GIOCO D’AZZARDO – Non voglio più vedere aperti Bingo, sale slot, sale scommesse. Non devo spiegare il perchè quando in Trentino nel 2018 per il gioco d’azzardo si sono “investiti” 532 milioni di Euro.

Georges Perec in un suo bellissimo pamphlet scriveva che “vivere è passare da uno spazio all’altro cercando di non farsi troppo male”. L’altrove a cui dobbiamo puntare è figlio di una Società che conduce una rivoluzione che riconosce nella giustizia sociale e ecologica, insieme, le condizioni obbligate e non rimandabili. Possediamo tutte le informazioni che ci dovrebbero indurre a farlo, prima che altri traumi ancora più radicali ci colpiscano. Possediamo tutte le competenze che ci permetterebbero di farlo. Attrezzandoci per essere antifragili, dotati quindi dei necessari ammortizzatori per non subire in maniera rigida e passiva le sollecitazioni che riceviamo e riceveremo dalla realtà complessa e interconnessa di cui facciamo parte.

E’ il momento di una Costituente per la nostra generazione. Senza nostalgia per il passato, senza paura di essere protagonisti del presente, con il bisogno stringente di anticipare il futuro.

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