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Sindaci/artigiani e la città da vivere all’aperto

In Ponti di vista on maggio 15, 2020 at 5:39 am

cinema

SINDACI/ARTIGIANI – L’Italia è Paese per nulla omogeneo, rugoso. Dappertutto e rasoterra, direbbe Giuseppe De Rita, stanno i Sindaci. Di grandi, medie e piccole città. In questi mesi hanno contato i morti, monitorato le condizioni di salute dei loro concittadini, praticato solidarietà, raccolto ansie e rabbie delle comunità che rappresentano. Primo ammortizzatore e massima prossimità della rappresentanza politica.

Le Monde in un recente articolo li paragonava ad artigiani. 

Le città della Fase 1 erano silenziose, a loro modo ordinate. Gli attori della vita urbana e un certo modo di vivere (l’abitudine, giusta o sbagliata che fosse) sono usciti dal palcoscenico: le strade, le piazze, i palazzi. Uomini e donne, vecchi e bambini, lavoratori e senzatetto, camminatori silenziosi e frequentatori seriali dei bar, cittadini autoctoni e cittadini in transito si sono chiusi in casa.
Oggi queste componenti tornano a muoversi in uno scenario cambiato, carico d’incognite e di nuovi limiti. Il rischio maggiore, nella frenesia di riaprire, è quello di perdere di vista la condizione necessaria per stare insieme in uno spazio denso come la città: la capacità di convivere, trovando codici condivisi.

Come vivremo insieme? Ne scrivevamo a inizio marzo con un gruppo di amici e amiche, riferendoci ai possibili impatti del Covid19 sulle nostre esistenze. E’ a questa la domanda che il Sindaco/artigiano deve saper rispondere.

Definendo da un lato le priorità più generali (cura e salute delle persone, attenzione particolare per i più fragili – giovanissimi e anziani -, mobilità adeguata alle possibilità della compresenza e alla sostenibilità ambientale) e reagendo pragmaticamente alle mille sollecitazioni delle tante categorie in difficoltà, senza per questo cedere alle spinte del corporativismo, facile reazione di fronte a risorse scarse da spartirsi.

LA GENERATIVITA’ DELLA CULTURA – L’azione del Sindaco/artigiano dovrebbe tendere quindi alla generatività. Erik Erikson – psicanalista tedesco secondo cui lo sviluppo della personalità dura l’intera vita – ne descrive l’andamento secondo quattro fasi consecutive e collegate: desiderare, far nascere, accompagnare, lasciar andare. 

Per non apparire troppo teorico applico questa idea all’ipotesi che per quest’anno la città di Trento (e in modo particolare il suo centro storico) debba essere vissuta occupando prevalentemente lo spazio esterno, “riparati” sotto il cielo. A tal fine si dice che ai baristi e ai ristoratori oltre che agli altri commercianti debba essere concesso di ampliare per quanto serve i plateatici. Lasciando da parte per un attimo i dubbi sull’opportunità di privatizzare pezzi di città sempre più vasti – su Wired trovate un interessante ragionamento da questo punto di vista – bene sarebbe  riflettere su cosa potrebbe fungere da armonizzatore di un contesto urbano che rischia di trasformarsi in un disarticolato guazzabuglio di tavoli e sedie.Personalmente non credo saranno le misure (e le regole) da sole a riuscirci.

Immagino questo ruolo lo possano rivendicare le attività culturali – la musica, il teatro, l’arte, la letteratura, l’incontro -, anch’esse messe in quarantena dai loro luoghi deputati e pronte a invadere gli spiazzi della città se solo lo si vorrà. In una stagione che vedrà l’assenza dei classici appuntamenti festivalieri – per ora posticipati all’autunno – Trento ha l’opportunità di ripensarsi, ridando forma alla sua infrastruttura culturale oltre le location formali e coinvolgendo i vari soggetti che già operano sul territorio.

Perché allora non desiderare la città, da Piazza Duomo ai sobborghi, attraversata da artisti e artiste, concerti e letture, performance e proiezioni.
Perché non far nascere – da subito – una collaborazione ampia e diversificata per l’organizzazione della “prima stagione” di E quindi uscimmo a riveder la gente*, rassegna socio-culturale all’aperto, ovviamente CovidFree.

PENSATE A QUALUNQUE COSA IMPOSSIBILE – Nei giorni scorsi è scomparso Luca Nicolini, uno tra i visionari fondatori del Festivalletteratura. La storia è presto raccontata. Un gruppo di cittadini immaginano di invitare a Mantova scrittori e scrittrici per farli incontrare ai lettori. Il Comune investe le prime risorse. Nel corso di una decina di anni i volontari si moltiplicano e diversi soggetti privati (bar, librerie, sale cinematografiche, studi d’artista) diventano soci d’impresa, condividendo l’investimento e trasformando la città per 365 giorni all’anno – e non solo per il fine settimana del Festival – producendo un interessante effetto moltiplicatore, tanto sul lato economico quanto su quello sociale.

Questo dovrebbe essere lo stesso approccio – imposto anche dalle conseguenze del Coronavirus – da applicare oggi a Trento. Valorizzare tutto ciò che viene dal basso (e che oggi è in gran parte interdetto nelle sue attività) e farlo diventare lievito per la nuova normalità che dobbiamo tentare di costruire insieme.

Guidati da Sindaco/artigiano e Politica/artigiana capaci di accompagnare processi certamente complicati ma carichi di potenzialità che oggi vanno innescati, con i giusti tempi, strumenti e linguaggi. Con l’obiettivo ambizioso di arrivare un giorno non troppo lontano a lasciar andare una migliore e più efficace interazione tra istituzioni e imprenditoria, creatività e inclusione.

 

E’ una proposta molto più concreta di quanto potrebbe sembrare.
Lo dico guardando le persone camminare dalle porte appena riaperte della mia piccola (e fragile) libreria.

f.

*Se Gabriele Di Luca, autore di un bellissimo libro appena pubblicato da Alpha e Beta,  “concederà” l’utilizzo del titolo da lui scelto.

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