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Rallentare, semplificare, progettare

In Ponti di vista on ottobre 24, 2020 at 4:41 am

RALLENTIAMO, prima che ci si debba fermare.
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SEMPLIFICHIAMO ORA, per non dover rinunciare alla complessità domani.
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Utilizziamo la crisi per RIPROGETTARE tempi e modi delle nostre esistenze.
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Con un piede abbondante dentro quella che chiamano “seconda ondata” è chiaro che – come lo è stato a marzo, e in generale lo è sempre stato – il problema che rende così complicato orientarsi dentro il mondo nuovo che stiamo per trauma conoscendo è individuare un punto di equilibrio tra salute ed economia.
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“Non dobbiamo morire di Covid ma non possiamo per questo morire di fame” è una delle frasi più ripetute in queste settimane.
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Sono pessimista da questo punto di vista.
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Temo che ci siamo spinti troppo oltre. La complessità (oltre che la pervasività e l’ingordigia) dei meccanismi economici e finanziari rende estremamente difficile trovare forme che ci mettano al riparo dall’incertezza che stiamo vivendo in questi mesi.
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E’ esplosa la bolla più grande. Quella che lega (o legava?) l’economia globale alla nostra quotidianità.
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E’ saltato – causa virus – il frame narrativo che da inizio millennio ha contraddistinto l’avanzare scomposto e montante di quella che abbiamo chiamato globalizzazione.
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Non predico e neppure mi auguro il crollo immediato e fragoroso del capitalismo neoliberista (in forma di lockdown planetario in un fine settimana di inizio inverno) ma prendo atto che ne decisori politici ne economisti riescono a trovare una soluzione adeguata a sviluppare la necessaria transizione verso altro modello.

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Un’analisi interessante in questo verso la si trova nel nuovo libro di Enrico Giovannini e Fabrizio Barca, un richiamo/manifesto a unire le forze in nome di “Quel mondo diverso. (Da immaginare, per cui battersi, che si può realizzare)”:

“Nel 2009 gli economisti […] convinti della sacralità del mercato offrono soluzioni parametrate su un mondo vecchio, che non esiste più. Sono i tecnici convinti che il mercato, salvo alcune imperfezioni, abbia fondamentalmente ragione, che non abbia bisogno alcuno di interagire con i valori della democrazia e che le crisi si risolvano tamponando imperfezioni e falle volta a volta.”
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Spero sia chiaro che servono nuove strade da percorrere.

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Tra abbondanza (accomulazione capitalistica e ipotesi di crescita infinita) e scarsità (crisi ambientale, precarietà lavorativa e diseguaglianza socio-economica) sembra non esistere una posizione terza. Da un lato si sostengono l’esigenza e la presunzione di proseguire a produrre ad ogni costo. Dall’altra si fatica a coordinare l’attenzione alla salute pubblica con la tenuta del tessuto sociale e comunitiario, colpito a ripetizione dal 2007 in poi.
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E’ come se – per usare una metafora molto semplice – di fronte alla tempesta perfetta (che colpisce orizzontalmente generando una combinazione di crisi di domanda e offerta) fossimo dotati di una sola coperta, troppo piccola per coprirci interamente. A questo va aggiunto che ad ogni strattone che diamo per allungarla verso una delle nostre estremità brandelli di essa si lacerano, sfilacciandone la trama già fragile.
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Nei giorni scorsi è stata molto condivisa l’intervista di Anders Tegnell, direttore dell’Agenzia di sanità pubblica svedese. I media italiani alla ricerca di click facili e condivisioni superficiali la titolano così: «Da noi niente lockdown e ora non c’è la seconda ondata.»
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Non è compito mio giudicare se esista un metodo svedese. So che ascoltando con attenzione le sue parole ciò che emerge con forza è la decisione – comunitaria prima che tecnica – di rallentare per non essere costretti a fermarsi e, parallelamente, di farlo insieme. Di agire come società prima che in maniera coercitiva qualcuno imponga coprifuoco e nuovi lockdown.
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Non trovo in questo atteggiamento la conferma plastica del Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie, dove si teorizza che ogni tiranno conserva la sua posizione fino a quando i cittadini accettano di essere sudditi, subalterni. Al contrario.
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Oggi rallentare, semplificando così l’architettura complessa della nostra società, ha un duplice significato.
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Da un lato di interrompere il fluire incontrollato del contagio, privilegiando la componente collettiva a quella individuale, sentendoci ognuno parte di un ingranaggio più grande, oggi a rischio collasso. Come all’interno di un circuito elettrico ad uno sbalzo di tensione entra in funzione quello che definiamo “salvavita”, un interruttore d’emergenza che interrompe il flusso di energia prima del sovraccarico definitivo dell’impianto.
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Dall’altro – ed è un tema politica che a me sembra davvero interessante – dobbiamo riuscire a intravedere le opportunità sovversive di questa fase, nel momento in cui l’alternativa non solo deve essere possibile (pena il disastro, tanto sanitario che economico/sociale) ma è necessaria e urgente.
Rallentare consapevolmente per non fermarsi bruscamente dentro un contesto di aumentata paura significa saper scegliere e agire insieme – nell’interazione tra istituzioni, società civile e corpi intermedi – perchè la caduta, che comunque c’è stata e ci sarà, non sia troppo violenta e perchè nessuno si senta lasciato solo nell’affrontarla.
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Bruno Latour nei mesi della prima chiusura scriveva “dell’importanza capitale di usare questo tempo di confinamento imposto per descrivere, prima da soli, poi in gruppo, quello a cui siamo legati; quello da cui siamo pronti a liberarci; i canali che siamo pronti a ricostituire e quelli che, con il nostro comportamento, siamo determinati a interrompere. I globalizzatori, loro, sembrano avere un’idea molto chiara di ciò che vogliono veder rinascere dopo la ripresa: la stessa cosa in peggio, industrie petrolifere e navi da crociera giganti in primis. Sta a noi opporci a loro con un contro-inventario. Se tra un mese o due, miliardi di umani saranno in grado, al volo, di imparare la nuova “distanza sociale”, di allontanarsi per essere più solidali, di stare a casa per non ingombrare gli ospedali, possiamo immaginare bene il potenziale di trasformazione di questi nuovi gesti-barriera eretti contro il ritorno all’identico, o peggio, contro un nuovo attacco violento di coloro che vogliono fuggire per sempre dall’attrazione terrestre.”
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Non lo abbiamo fatto, perdendo un’occasione propizia.
Non abbiamo innescato un virtuoso effetto domino e ora la situazione ci si ripresenta nella stessa maniera di qualche mese fa, con l’aggiunta di un accumulo di tensione che rischia di esplodere tanto dentro ognuno di noi quanto in forme di piazza spurie.
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Se è vero che di rivolte (intese come trasformazioni radicali dell’esistente) abbiamo bisogno come ci ricorda Donatella Di Cesare è vero anche che dobbiamo evitare conflitti identitari e reazionari come ne vediamo – per fortuna ancora in forme e dimensioni contenute – in giro per il mondo.

Si dirà che seguendo questo ragionamento andrebbe definitivamente in malora l’economia, che pure già non se la passava bene senza pandemia e che riversava (e riversa) sulla società le sue esternalità negative lasciandoci insoddisfatti e smarriti, stanchi e arrabbiati.
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Franco Bifo Berardi nel suo interessante “Fenomenologia della fine” traccia una linea che ci porta verso la conclusione di questo ragionamento.
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“Il governo cinese sta sperimentando su scala massiccia una forma di capitalismo tecnototalitario. Questa soluzione, anticipata dall’abolizione temporanea della libertà individuale può diventare il sistema dominante del prossimo futuro, come Agamben ha sostenuto in alcuni suoi testi controversi. Ma quel che dice Agamben è solo un’ovvia descrizione di ciò che emerge dal presente, e dal futuro probabile.
Io vorrei andare oltre il probabile, perchè il possibile mi interessa di più.
Il possibile è contenuto nel crollo della potenza dell’astrazione, e nel ritorno drammatico del corpo concreto come portatore di bisogni concreti.
L’utile, lungamente dimenticato e rimosso dal processo capitalistico di valorizzazione astratta, ora è tornato al centro del campo sociale.”

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Ragionare sull’utile significa certamente rinunciare a qualcosa (dentro un flusso consumistico che ci vorrebbe convincere del contrario) ma pone le basi di un rinnovato desiderio, più focalizzato e concreto.
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L’utile in queste ore di ansia pandemica tiene insieme la salute individuale e collettiva, obiettivo che non si può e deve cercare di raggiungere nell’idea – di nuovo tutta espansiva – di allargare all’infinito gli spazi delle terapie intensive ma favorendo il rallentamento de contagi e il contenimento dei casi gravi e gravissimi della malattia.
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L’utile allo stesso tempo è quello di preservare la socializzazione di base dentro le nostre comunità, al fine di non permettere che esse “vadano in letargo, aspettando che il momento difficile passi, senza combattere, senza nemmeno discutere”, come ci ha ricordato Giuseppe De Rita. Attivare reti di mutuo aiuto, di ascolto e dialogo, di riconoscimento e coinvolgimento. Rafforzare e dove non ci sono cominciare a costruire le fondamenta di un “popolo sociale”, attento e disponibile, che si fida e cura al suo interno.
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L’utile – nel brevissimo e nel medio lungo periodo – è mettere al sicuro la vita dignitosa di ognuno. Urgente è l’estensione degli strumenti di welfare partendo dall’esperienza non totalmente convincente del reddito di emergenza in vista dell’implementazione di un reddito di base senza vincoli e condizioni. Solo così si rompe il circolo vizioso che mette in contrapposizione salute e lavoro.
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Parallelamente vanno coordinate misure che dalla bassissima soglia a salire garantiscano accesso alla casa e condizioni abitative slegata dalla speculazione. Non per restare a casa, ma per ripartire dalla casa come luogo sicuro e salubre.
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L’utile infine è lo sguardo specifico e accurato – oltre che molteplice – di ogni territorio, unico mezzo attraverso cui intercettare bisogni ed energie, timori e desideri, mancanze e opportunità.
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Il tema della progettazione non può che muovere da queste condizioni minime e necessarie tra loro combinate.

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