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Sulla soglia di un mondo nuovo

In Ponti di vista on dicembre 23, 2020 at 7:25 am

Mancano pochi giorni alla fine dell’anno. Difficilmente dimenticheremo questo 2020 e sarebbe assurdo non fosse così. La rimozione – in nome dell’ipotetico ritorno alla “normalità” – ci toglierebbe la possibilità, non scontata, di imparare da ciò che abbiamo vissuto, di far tesoro dell’esperienza per ritrovarci se non migliori almeno diversi.

E’ necessario prima di ogni altra cosa tentare di tracciare un bilancio. Esercizio difficile di fronte a uno scenario (tanto nelle dinamiche pandemiche, quanto negli impatti economici e sociali) ancora in movimento, dove la proiezione di medio termine sembra ridursi nella migliore delle ipotesi al fine settimana successivo.

Utili a diradare almeno un po’ la nebbia che ci circonda sono le analisi annuali del Censis. Il 2020 è quindi l’anno della “paura nera”, del ritorno iper-reale sulla scena di dolore e sofferenza. Si è incrinata la certezza di aver diritto a un benessere crescente, dentro un sistema-Paese che è disegnato come una “ruota quadrata, che gira faticosamente”. Conseguenza primaria è l’ulteriore avvitamento di quel “rancore psichico” che il rapporto già segnalava nel 2018. E’ la ricerca ossessiva di un nemico – di una minaccia – risultato dello spaesamento dei più (quel ceto medio diffuso che doveva avere funzioni di stabilizzatore sociale) di fronte a un Mondo il cui equilibrio economico, politico e sociale sta mutando in maniera sensibile.

E’ l’anno infine dello “squarcio del velo sulle nostre vulnerabilità strutturali” e – se ne sapremo fare buon uso – dell’apertura di possibilità per un obbligato “altrimenti” frutto di un ripensamento dei paradigmi fondanti il precedente modello di riferimento, quello che ci ha portati fin qui.

Sulla soglia di un mondo nuovo ci accompagnano la vertigine e la meraviglia.
E’ alla seconda che dobbiamo dare credito.

Facendoci accompagnare da quei “fabbricanti di fiducia” che Giancarlo Sciascia ha chiamato a raccolta in un bel libro appena pubblicato da Rubbettino. Artiste e architetti, agricoltori e ricercatrici, dipendenti pubblici e imprenditrici, intellettuali e artigiani, amministratori e amministratrici. Facendo spazio all’intelligenza diffusa e alle competenze innovative che già innervano la società e che Fabrizio Barca (insieme al Forum Diseguaglianze e Diversità) ha federato in una maratona di incontri e dialoghi tematici lunga sedici giorni tra novembre e dicembre Lasciandoci contaminare da quel fermento vitale – competente e appassionato, ma spesso nascosto – che già agendo dentro le crisi, dal 2008 ad oggi, ha iniziato a descrivere le caratteristiche fondanti dei prossimi territori, della prossima Italia, della prossima Europa e del prossimo Mondo.

Sono attorno a noi e suggeriscono gli strumenti di cui dotarci. Riconoscere e tradurre la complessità per non cedere alla semplificazione. Agire la cooperazione per sostituirla all’individualismo. Favorire l’ibridazione per mescolare le identità e abitare margini e confini. Ridefinire il senso del limite per rigettare il mito auto-distruttivo della crescita infinita. Allenare la creatività e coltivare empatia e fraternità come antidoti al rinserramento.

Dovremo lavorare – ce lo ricordano Roberto Esposito e Ugo Morelli nei loro lavori – sul riequilibrio del rapporto tra immunità e comunità. Per superare la fase più acuta della malattia ci è stato chiesto, e imposto, di rinunciare alla socialità e alle relazioni. Per affrontare gli altri ceppi della sindemia in corso (i sintomi correlati sono le crisi ambientale, economica, demografica, democratica oltre che di visione, di futuro) serviranno assembramenti desideranti che si impegnino per dare vita a un rinnovato coinvolgimento comunitario e a un’inedita propensione all’immaginazione collettiva.

In una recente conversazione Maurizio Carta sottolineava l’urgenza anche per il genere umano di effettuare uno spillover, così come avvenuto per il virus all’inizio della sua espansione globale. Serve un salto di specie, una mutazione che intercetti le spinte al cambiamento e costruisca con esse una mobilitazione all’altezza delle sfide che (non) ci attendano. Rivolta la chiama Donatella Di Cesare nel suo ultimo libro, intendendola come interruzione della linearità di una condizione ingiusta, offrendo la premessa per una diversa e migliore realtà, tutta da costruire.

Non è forse questo il ruolo della Politica?

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