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Astra e poi. Per un nuovo progetto culturale cittadino.

In Ponti di vista on aprile 4, 2021 at 6:16 am

Trento ha nomea, non del tutto immotivata, di posto sonnolento.

E’ paesone di montagna per posizione geografica, clima non sempre mite e tratti antropologici dei suoi abitanti, me compreso. La cosa ha i suoi pregi (molti) e i suoi difetti (non pochi)..
È contesto culturale non troppo propenso alla sperimentazione, geloso delle tradizioni – anche oltre il valore assoluto delle tradizioni stesse -, piuttosto abitudinario negli atteggiamenti e nella progettazione. Chi lascia la strada vecchia per la nuova…eccetera eccetera..

Le abitudini, lo sappiamo, ci aiutano a orientarci e a mantenere l’equilibrio. Ci mettono al riparo dalle temperie della complessità che ci circonda. Se si irrigidiscono troppo però rischiano di trasformarsi in conformismo, il sentimento meno generativo a cui ci si possa affidare.
La creatività – al contrario – trova carburante vitale proprio nella rottura degli schemi, nelle espressioni meno concilianti della fantasia e del desiderio, nel curioso percorrere le strade meno battute.
Per questo motivo diffida delle ripetizioni, dei vincoli, delle formule preconfezionate. Esercita – è questa la sua più grande ricchezza – la ricerca e l’innovazione. Lascia briglia sciolta all’immaginazione.


Il cinema Astra si inserisce (uso volutamente ancora il tempo presente) nella mappa, ricca ma non ricchissima, di esperienze che a questo modo di essere e fare cultura dedicano la propria attività quotidiana.
Infatti le sale di corso Buonarroti rappresentano per molti e molte un luogo di scoperta cinematografica e di ricomposizione socio/culturale, punto di riferimento e strumento di crescita individuale e collettiva.
La loro chiusura – accelerata dagli impatti della pandemia così come sta avvenendo anche altrove, con teatri, circoli e club – produce da un lato l’impoverimento dell’ecosistema culturale trentino e impone dall’altro una riflessione più generale su quale sia la relazione che intendiamo stimolare tra cultura e tessuto urbano e comunitario.

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Dal congelamento del Covid19 a un nuovo orizzonte culturale, diffuso e partecipato.

In Ponti di vista on febbraio 21, 2021 at 3:30 PM

Da un anno il mondo dello spettacolo e della cultura – composto di luoghi, di persone e delle loro interazioni – è bloccato. L’opzione “a distanza” è alternativa utile ma non sufficiente. Dalla chiusura dei musei, dei teatri, dei circoli e dei locali è derivata l’interruzione della socialità, oltre a un’ulteriore precarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici di diversi settori.

Mario Draghi nella sua replica al Senato ha sottolineato come oltre al danno economico rischiamo “un’ancora più grande perdita dello spirito”. I curatori della Biennale Teatro ricci&forte hanno motivato la scelta cromatica della rassegna – con al centro il colore blu – spiegando che è il tono che rappresenta il congelamento, la solitudine, la malinconia ma anche il mare e il cielo. Con la pandemia non ancora superata è comunque all’orizzonte, e quindi al futuro, che dobbiamo guardare con curiosità.

Simbolico da questo punto di vista è il Leone d’Argento assegnato alla rapper/poetessa/attivista Kae Tempest, il cui manifesto artistico/politico è l’empatia radicale, cioè la necessità di trovare nell’Altro un elemento di confronto e cooperazione.

Se la primavera e l’estate in arrivo devono essere di rinascita è bene che il nostro impegno non si riduca alla sola messa a calendario di una serie di eventi ma ambisca alla sperimentazione di un nuovo modo di intendere la cultura, in relazione all’impatto sociale che essa può generare.

E’ ormai riconosciuto che l’attività creativa e culturale è condizione decisiva per lo sviluppo di migliori condizioni per l’inclusione e per la partecipazione, oltre che per la sostenibilità, così come introdotta nell’Agenda 2030 dell’ONU e nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.

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Nostalgia del futuro. La montagna oltre la crisi pandemica e la sua crisi di senso.

In Ponti di vista on gennaio 11, 2021 at 11:23 am

Simon Reynolds la chiama Retromania ed è quella tendenza – ancora molto in voga – di rifarsi nostalgicamente alla cultura pop degli anni ’80, con le sue esagerazioni nei suoni e nelle pose. In queste settimane in cui imperversa il dibattito sull’apertura dei consorzi sciistici è in assoluto una delle prime parole a venire alla mente.

Eppure della Retromania oggi non abbiamo nessun bisogno.

Via della Spiga, Hotel Cristallo Cortina: due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi. Alboreto is nothing!” Parole del Dogui – Guido Nicheli tratta da Vacanze di Natale 1983. Abbiamo scoperto solo iniziando a scrivere questo pezzo che si trattava del remake di un altro lungometraggio del 1959, interpretato dalla coppia Alberto Sordi – Vittorio De Sica, dal titolo Vacanze d’inverno. Il tema portante è lo stesso: l’onda lunga del “miracolo economico”. C’era il boom dei consumi e l’ostentazione di un lusso che si immaginava potesse diventare popolare e diffuso, persino democratico (?) seppur limitato temporalmente alla settimana bianca trascorsa in una località esclusiva delle Alpi.

Prendeva forma (almeno nella rappresentazione cinematografica) una stratificazione sociale che si compone dell’emersione dei nuovi ricchi, della cetomedizzazione (direbbe Giuseppe De Rita) dell’Italia e della promessa di accesso all’ascensore sociale anche per i proletari. Vennero poi le destinazioni esotiche (Egitto, India, Maldive) e le grandi città (New York, Amsterdam, Barcellona) dove all’automobile sportiva si sostituivano l’aereo o la nave da crociera. L’avvento delle compagnie aeree low cost allargava lo scenario dall’Italia al mondo intero.

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Pensare e agire altrimenti

In Ponti di vista on gennaio 4, 2021 at 6:47 am

Agitu è morta.

Tutto intorno la montagna buia d’inverno, ancora più silenziosa sotto la spessa coltre di neve fresca e dentro un tempo che al distanziamento ci ha drammaticamente abituati. Ci sentiamo – inutile negarlo – disorientati come nel bosco fitto nel bel mezzo di una bufera. Persa un’esperta e attenta compagna di viaggio, una guida per molti versi, le tracce del sentiero per attraversare la selva si fanno meno chiare. Il nostro passo è incerto, il pensiero confuso, la vista sfocata.

Agitu è stata uccisa.

Spaesati ci troviamo a fare i conti con un atto brutale che interrompe il flusso denso e multiforme di un’esistenza, quella di Agitu, posta nel mezzo di una costellazione composita di centinaia di uomini e donne, attivate e partecipi dentro un campo energetico che in lei aveva il fulcro più vitale e contagioso.

Spazi interrotti.

Si è incrinato uno spazio di possibilità che aveva nell’ibridazione – culturale e imprenditoriale, di genere e di identità – il suo valore aggiunto di innovatività, la sua anima concretamente utopica, la sua quotidiana e faticosa – e perché no, talvolta anche incoerente – prassi operativa e trasformativa. Un margine abitato e reso abitabile, per dirla con Bell Hooks, che non è confine che separa ma soglia verso ciò che potrebbe essere. Resistenza e desiderio, che devono confrontarsi con la natura imperfetta e mai pacificata della natura umana. Essere molteplice e non statico, in costante trasformazione. Un ridefinirsi che gode degli incroci tra diversità e non nega la dimensione conflittuale.

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Il sistema città, nasce qui il grande patto

In Ponti di vista on gennaio 2, 2021 at 6:47 am

Nell’introdurre la relazione al Bilancio e al DUP 2021-2023 il Sindaco Franco Ianeselli ha rivolto ai cittadini e alle cittadine di Trento parole di grande onestà.

Ha parlato apertamente di un “bilancio di rinuncia”. Perchè la pandemia da Covid ha scombinato i tempi d’insediamento della sua Giunta, reso incerte le dinamiche economiche e finanziarie, irrigidito gli spazi della sperimentazione. La priorità era quella di conservare operatività amministrativa di fronte ad “un’alta marea che – al contrario di quanto si pensava negli anni Sessanta – solleva pochissimi e rischia di sommergere i più” e dare sufficiente solidità alle basi che serviranno nei prossimi mesi a determinare scelte decisive per il presente e il futuro della città.

Il Sindaco ha deciso di usare una citazione di Mauro Magatti, sulla ripartenza a seguito del secondo conflitto mondiale, per descrivere il bivio di fronte a cui ci troviamo. Io dello stesso autore ne preferisco un’altra, a mio modo di vedere più calzante a questo tempo inedito.

“Il concetto di resilienza è una traduzione attiva del trauma. Siamo resilienti non solo se siamo capaci di assorbire lo shock ma se, nel momento in cui assorbiamo lo shock, rispondiamo alla provocazione della realtà cambiando alcuni modi di fare, di essere, di ragionare, di operare che erano forse consone alla realtà precedente, ma dopo il cambiamento non lo sono più.

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