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Dal congelamento del Covid19 a un nuovo orizzonte culturale, diffuso e partecipato.

In Ponti di vista on febbraio 21, 2021 at 3:30 PM

Da un anno il mondo dello spettacolo e della cultura – composto di luoghi, di persone e delle loro interazioni – è bloccato. L’opzione “a distanza” è alternativa utile ma non sufficiente. Dalla chiusura dei musei, dei teatri, dei circoli e dei locali è derivata l’interruzione della socialità, oltre a un’ulteriore precarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici di diversi settori.

Mario Draghi nella sua replica al Senato ha sottolineato come oltre al danno economico rischiamo “un’ancora più grande perdita dello spirito”. I curatori della Biennale Teatro ricci&forte hanno motivato la scelta cromatica della rassegna – con al centro il colore blu – spiegando che è il tono che rappresenta il congelamento, la solitudine, la malinconia ma anche il mare e il cielo. Con la pandemia non ancora superata è comunque all’orizzonte, e quindi al futuro, che dobbiamo guardare con curiosità.

Simbolico da questo punto di vista è il Leone d’Argento assegnato alla rapper/poetessa/attivista Kae Tempest, il cui manifesto artistico/politico è l’empatia radicale, cioè la necessità di trovare nell’Altro un elemento di confronto e cooperazione.

Se la primavera e l’estate in arrivo devono essere di rinascita è bene che il nostro impegno non si riduca alla sola messa a calendario di una serie di eventi ma ambisca alla sperimentazione di un nuovo modo di intendere la cultura, in relazione all’impatto sociale che essa può generare.

E’ ormai riconosciuto che l’attività creativa e culturale è condizione decisiva per lo sviluppo di migliori condizioni per l’inclusione e per la partecipazione, oltre che per la sostenibilità, così come introdotta nell’Agenda 2030 dell’ONU e nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.

Serve quindi mettere al centro dell’attenzione l’agibilità dei luoghi e la loro preziosa funzione ricompositiva. Lo spiega bene il direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco riferendosi al ruolo dell’istituzione che guida: “le persone che ci lavorano, coloro che, nel tempo, hanno contribuito alla formazione delle collezioni, gli studiosi, i visitatori che vengono o osservano solo a distanza, formano quella che potremmo definire agency sociale”.

Un altro grande museo – il British Museum di Londra – durante il primo lockdown ha messo in pratica questa missione proponendo a cittadini e cittadine chiusi in casa di scavare nei propri giardini. Il risultato di questo esperimento di “archeologia popolare”? Oltre 47.000 reperti, esempio di un’attivazione collettiva che di casa in casa anima e abilita la popolazione e i territori andando loro incontro, favorendone il protagonismo.

Questo tipo di movimento richiede una forma diffusa e variegata, che prende spunto dalle sensibilità presenti nel tessuto cittadino ed è capace di armonizzarne – senza omologarle – le proposte, moltiplicandone il valore.

L’esigenza di distanziamento non ci deve impedire di cercare nella convivenza la dimensione utile alla co-progettazione e allo sviluppo di una proposta socio/culturale che renda di nuovo vitale la città. Dovremo ri-abituarci a uscire di casa e muoversi nello spazio pubblico.

Sarà un esercizio in sovrapposizione di diversi livelli che tra loro si completano. Non solo la somma quindi delle diverse attività, ma l’ibridazione e la moltiplicazione delle energie e dei desideri, delle competenze e delle passioni. Avete presente i lucidi che si utilizzano per le presentazione con lavagna luminosa? Uno dopo l’altro dovremo appoggiarli sulla mappa della città fatta di quartieri e sobborghi, di piazze e teatri, di parchi e cortili.

Del nostro sentirci di nuovo cittadine e cittadini.

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