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Preparare il terreno fertile. Alimentare l’ecosistema vitale.

In Ponti di vista, Supposte morali on settembre 5, 2021 at 6:50 am
Kosuke Okude 

Prima premessaFine agosto, tardo pomeriggio. Neppure l’ultima birra delle vacanze, vista laguna veneziana, si salva dal dibattito sulla irrisolvibile litigiosità del centro-sinistra italiano, con declinazioni territoriali che ognuno di noi ha potuto almeno una volta vivere e/o subire. Il mio interlocutore è pessimista di fronte alla possibilità che nel prossimo futuro la situazione possa migliorare. Da parte mia ho maggiore fiducia, a patto che davvero ci sia il desiderio di mettersi in gioco con coraggio e generosità, consapevoli che non esistono per nessuno rendite di posizione comode e sicure e che a richiedere un deciso salto di qualità è il contesto complesso e mutato che ci troviamo ad affrontare, nell’intersezione e nell’interferenza tra contesto globale e locale.

Seconda premessaPiazza Dante, Trento. Serata di cinema all’aperto. La storia che viene proiettata è quella di due giovani, John e Molly, che lasciata la città decidono di dedicarsi all’agricoltura acquistando un ampio appezzamento da anni in stato di abbandono. Prima di raccogliere i frutti del loro lavoro dovranno affrontare un variegato campionario di errori e difficoltà utili per comprendere che le premesse a una buona stagione, non solo agricola, sono la predisposizione di un terreno fertile e curato, dentro e sopra il quale sviluppare il massimo livello di biodiversità possibile, intesa come disordine armonico in un ecosistema vario, vitale e collaborativo. Bignami per la costruzione dell’orto e metafora per l’attivazione di processi politici.

Da mesi in diversi segnalano la necessità di rigenerare dalle basi l’alleanza di centrosinistra trentina, avendo chiaro che ciò che è successo in questi tre anni (con l’aggiunta di incertezza prodotta dalla pandemia) non è frutto esclusivamente di una passeggera crisi di consenso o di un deficit comunicativo di una compagine politica in salute.

Il governo leghista
, e la fiducia a esso affidata, oltre che da una particolarissima fase di liquidità e frammentazione dell’opinione pubblica ha preso slancio dalle fragilità e dalle mancanze di chi in precedenza si è trovato a tessere le fila di questo territorio.

Non è una critica rivolta ad altri, ma una collettiva presa d’atto di quello che Lorenzo Dellai nella sua intervista del 28 agosto scorso definisce come “perdita del senso stesso del progetto” da parte del cosiddetto centrosinistra autonomista.

Sono felice quindi che in questi giorni di fine estate tale dibattito si sia ravvivato. Mi fa piacere inoltre che, almeno leggendo tra le righe e volendo essere strenuamente ottimisti, non ci si limiti alla richiesta di riapertura dei tradizionali tavoli coalizionali – che pure serviranno, eccome – ma si punti alla costruzione di immaginario (i valori, la dimensione di senso) e agenda (le politiche concrete) per l’Autonomia trentina, in costante e fitta interconnessione con le sorti planetarie dalle quali nessun luogo può sentirsi slegato

Sentendomi idealmente parte integrante di un percorso che abbia questo genere di ambizioni, aggiungo alcuni appunti in attesa di condividere spazi di analisi, confronto e co-progettazione che in vista del 2023 dovranno al più presto mettersi in moto.

Parto dai dubbi, per arrivare alle convinzioni.

Ciò che meno mi sembra centrato del progetto Margherita 2.0 è il fatto che lo si limiti al campo del popolarismo democratico e alla sua riproduzione, sottointendendo che il modello a cui tendere – lo confermano anche nelle loro reazioni Lucia Maestri e Francesco Valduga – sia quello dell’alleanza costruita per sommatoria di mondi e di contenitori politici così come è avvenuto nel recente passato per le città di Trento e Rovereto.

Ognuno interpreta come meglio può il proprio ruolo e a valle di questo impegno settoriale la somma dei voti raccolti basterà per raggiungere la maggioranza e prendersi la rivincita su Maurizio Fugatti.

Se ci limitassimo a questo scenario commetteremmo un grave errore. 

Quello che ci è richiesto è di ritessere i fili della tela delle reti sociali, culturali e politiche trentine (nelle città così come nelle valli, e in relazione tra loro) con l’obiettivo di dare corpo a quella comunità trentina che è infrastruttura minima dell’autogoverno territoriale oltre la retorica un po’ nostalgica delle radici autonomistiche da ricordare e la sola gestione – spesso fredda e poco visionaria – delle molteplici competenze che il secondo statuto (1972) e il successivo accordo di Milano (2009) ci offrono.

Altiero Spinelli, tra gli estensori del Manifesto di Ventotene che proprio in questi giorni compie 80 anni, riteneva che l’Europa per adempiere al suo compito dovesse “aspirare a tornare in cielo”, non indicando con questo l’affidarsi alla provvidenza ma l’avere piena consapevolezza dell’altezza e dell’ampiezza del proprio mandato, dando respiro ai desideri e concretezza ai bisogni in nome dell’obiettivo condiviso di costruire una società migliore.

Con le dovute proporzioni l’Autonomia ha la stessa missione.

Descrivere e realizzare politiche adeguate al presente e originali per il futuro del territorio che amministra con – e non solo peri cittadini e le cittadine che ne fanno parte. Se non lo riesce a fare in maniera curiosa e generativa vengono meno le motivazioni stesse della sua specialità. Di questo rischio ha scritto nei giorni scorsi con grande precisione il prof. Roberto Toniatti.

E’ quindi il momento di accettare la contaminazione e credere nel valore dell’ibridazione come strumento decisivo per rimettere in ordine un panorama culturale e sociale che non risponde più alle logiche di appartenenza fin qui utilizzate. Da questo punto di vista ha certamente ragione Lorenzo Dellai quando dice che l’azione di cui rendersi protagonisti non si configura come riformatrice ma come trasformatrice

Ad un’idea di mondo che soffre di una policrisi – così come la definisce Edgar Morin – e che nella migliore delle ipotesi si concluderà con una buona fine (lo sviluppo peggiore è invece l’estinzione di massa, un crollo rovinoso), abbiamo ancora la possibilità di contrapporre un progetto inedito, che si faccia carico contemporaneamente della transizione ecologica e di quella sociale, di quella tecnologica e di quella demografica…tutte connesse e inserite in una più generale rigenerazione della democrazia e dei suoi processi, oggi quanto mai necessaria.

Per riuscirci servono idee, persone e – meno poeticamente – organizzazione.

L’agenda delle priorità è ben definita – non solo in relazione alle mancanze o agli errori dell’attuale maggioranza – ed è presto composta, almeno per difetto.

Come intendiamo sviluppare l’
amministrazione del territorio favorendone il decentramento e l’efficienza, la reattività di fronte ai problemi e l’innovazione per raccogliere le opportunità? Quale destino immaginiamo per le comunità di valle, quale prospettiva per i comuni sempre più in difficoltà nello svolgere il proprio ruolo di presidio, ascolto e intervento puntuale?

Cosa significa per noi
transizione ecologica? Come intendiamo applicarla rispettando il monito del “consumo di suolo 0”, gestendo in modo virtuoso le acque di sorgenti, torrenti e laghi, predisponendo strategie di mitigazione e adattamento climatici, ripensando l’economia turistica e quella agricola in direzione di una maggiore sostenibilità?

La montagna e le terre alte sono contesti marginali e di scarto – subalterni a luoghi più facili e produttivi o nella migliore delle ipotesi risorsa da sfruttare stagionalmente – o luoghi da abitare aiutando e valorizzando le specificità paesaggistiche e culturali, professionali e produttive?

Quale idea di sanità – e salute, e cura, e benessere – vogliamo far riemergere dallo stress dal periodo pandemico, tanto per l’infrastruttura materiale (il NOT, la nuova facoltà di medicina, gli ospedali locali, la rete delle RSA) quanto per la filosofia “di prossimità” che abbiamo riscoperto decisiva e funzionale per un territorio rugoso come il nostro?

C’è nella nostra capacità di leggere e interpretare la complessità
un nesso stretto  tra politiche demografiche (e invecchiamento della popolazione), politiche migratorie e accesso alla cittadinanza? E ancora come intendiamo ritornare a essere laboratorio che anticipa modelli per il welfare (come accadde ad esempio con l’assegno unico) che agiscono sulle diseguaglianze e ne allevino gli impatti?

E ancora, come
politiche per l’infanzia e giovanili, istruzione e università, ricerca e cultura rappresentano la spina dorsale di un’idea di accesso alla conoscenza e alla formazione continua (0-99 anni) che abilita cittadini e cittadine alla convivenza sociale e democratica e rende l’intero panorama economico e lavorativo più brillante e attrattivo?

Per concludere, la
cooperazione e il mutualismo sono ancora elementi fondanti del Trentino, delle sue economie peculiari, dell’approccio al lavoro e all’imprenditoria, del suo modo di intendere le relazioni e la creazione di senso di comunità?

Ecco, la comunità.

Troppo spesso diamo per scontato che questa parola si sostenga da sola e il solo pronunciarla – magari più volta all’interno della stessa frase – basti per prestarle la giusta attenzione, per garantirne la sufficiente energia e vitalità.

Come da titolo di questa riflessione condizioni preliminari alla buona riuscita di un rinnovato progetto politico (ed elettorale, quando servirà) saranno la capacità e la costanza di preparare il terreno fertile e la bravura e la generosità di alimentare un ecosistema vitale.

Ricostruire la comunità, quindi, prima di pensare di riconoscerne la rappresentanza.

Creare momenti di incontro, ascolto e confronto (fisici e digitali, come potrebbero essere le Agorà del Partito Democratico).

Mappare e coinvolgere i singoli e le realtà che paese per paese agiscono nella realtà quotidiana della società (amministratori e amministratrici, professionisti e professioniste, imprenditori e imprenditrici, gruppi informali e storiche associazioni ).

Ingaggiare tanti e tante in quella che deve essere una campagna gioiosa e popolare, coinvolgente e appassionata, chiara e propositiva.

Uso volutamente il termine campagna, proprio nei giorni in cui la raccolta per il Referendum per l’eutanasia legale supera la non banale quota di 750.000 firme. Un risultato non scontato frutto di un’attivazione diffusa e dalla crescita esponenziale dell’efficacia comunicativa e organizzativa che ha portato migliaia di uomini e donne a investire il proprio tempo e le proprie energie in banchetti e volantinaggi e che rappresenta un esperimento riuscito di community organizing.

Come riuscire a fare lo stesso non per un unico tema già condensato in forma di quesito ma per definire insieme le caratteristiche del governo di una provincia intera?

Questa è la domanda alla quale dovremo cercare di rispondere insieme a tutti quelli che (dentro e fuori i partiti) saranno disponibili a rispondere “presente” a un appello al coinvolgimento, al pensiero e all’azione dentro un percorso la cui prima tappa ha la durata di circa due anni.

A partire da ora.

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