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Far succedere qualcosa di diverso. Per una via inedita da tracciare.

In Ponti di vista on aprile 1, 2022 at 12:54 PM

[Questo articolo lo abbiamo scritto oltre un mese fa con Emanuele Pastorino – altre cose dello stesso tenore le abbiamo condivise nei mesi scorsi – immaginando di contribuire al dibattito, pur frammentato e ancora tutto tattico, verso le elezioni provinciale del 2023 e più in generale al tentativo di riannodare fili all’interno delle comunità politiche del territorio che abitiamo. Abbiamo atteso la pubblicazione su un quotidiano locale, che sfortunatamente non è ancora arrivata. Il pezzo non è invecchiato, anzi. E’ diventato ancora più urgente mettere in moto qualcosa di diverso, che vada oltre gli schemi utilizzati fino ad ora.]

di Emanuele Pastorino e Federico Zappini

Nelle imprese alpinistiche il campo base è il luogo per la condivisione delle speranze e delle delusioni di quegli strani gruppi di uomini e donne che puntano lo sguardo al cielo individuando in esso il minimo obiettivo cui indirizzare il proprio sforzo. Nell’ambizione di andare oltre, scalatorə e politicə dovrebbero assomigliarsi di più, rifiutando la più facile andatura che è della pianura, la linearità di percorsi che promettano (ogni riferimento è voluto e non casuale allo stato attuale del dibattito pubblico) la stabilità e che spesso è premessa all’immobilismo.

Il campo base è il luogo – non proprietario, aperto – dove si procede all’acclimatamento prima della scalata e dove la cordata cerca coesione. Da lì si guarda la cima (le prossime scadenze elettorali del 2023), si preparano le attrezzature (i temi, i linguaggi), si decidono insieme l’itinerario e si scelgono i capicordata (le leadership, al plurale), si fa gruppo conversando e confrontandosi.

Ecco, questo è il momento – e siamo già in ritardo – per un dialogo aperto e generativo nell’ecosistema politico e sociale del centrosinistra, così come fino a ora non è stato.

Per quanto ci riguarda siamo scalatori certamente meno esperti, forse più impazienti, ma l’urgenza che sentiamo impone di mettere lo zaino in spalla per incamminarsi, in direzione contraria rispetto alla ricerca di una presunta normalità. È un’inquietudine figlia – lo ha spiegato bene Giorgia Serughetti, dalle pagine del giornale Domani – della sensazione diffusa che il futuro ci stia sfuggendo tra le mani, tra gli effetti della crisi climatica e crescenti diseguaglianze sociali, tra instabilità planetarie sempre meno gestibili e tensioni nella prossimità che abitiamo, tra lavori precari e malpagati per l’oggi e prospettive fragilissime per il domani.

Il tenore delle sfide che ci attendono da un lato spaventa e dall’altra impone di non accontentarsi della manutenzione del possibile ma di cambiare sentiero, scegliere quello che tante volte è raccontato come se fosse un “impossibile” ma che è, alla fine, un modo nuovo, un inedito approccio, all’autogoverno di questo territorio.  Lo stesso che ha descritto Francesco Palermo in una bella intervista in occasione dei cinquant’anni del secondo Statuto e che – giustamente – ci invita a ricordare che “l’Autonomia non è un museo”

Serve mettere al centro dell’accampamento – a suo modo una grande e rumorosa Agorà, dove si parlano lingue diverse ma l’obiettivo è lo stesso – tutta l’attrezzatura disponibile e capire come meglio equipaggiarsi.

Paolo Piccoli in un recente contributo ospitato da questo giornale ha messo sul tavolo qualche termine per dare struttura a un vocabolario a disposizione di una comunità politica capace di intervenire sulla realtà con un’unica voce. Accettiamo l’esercizio – le parole sono importanti, molto importanti – ma ci prendiamo un momento per riflettere sui significati.

Dignità non è una parola austera ma la fonte inesauribile del desiderio di stare bene, di essere felici. Per tutt*, significa mettere di nuovo e finalmente i bisogni materiali al centro del discorso pubblico e delle scelte politiche. Nella rappresentanza, significa uscire, trenta anni dopo Tangentopoli, dall’idea che fare politica non sia una professione e tornare a dirsi dignitosamente politici, persone che stanno in mezzo, che cuciono giorno dopo giorno rapporti, si prendono cura delle comunità in maniera incessante.

Responsabilità è una valore che, in questi lunghi anni di crisi continua, è stato sfibrato e che oggi, se dovessimo associarla ad un colore, non sfuggirebbe alla scala dei grigi. Ad un significato rinnovato da trovare, forse meglio agire in  sostituzione almeno per un po’. E allora, la cura dei beni comuni è il tema. Beni che sono cose, vie, piazze ma sono soprattutto relazioni, prossimità, alleanze.

Impegno non è un’invenzione estemporanea ma è fatto di tempo investito – meglio, impiegato, donato, messo a disposizione – nel rapporto con le persone che vivono nella prossimità. Di spazio, occupato e discusso. Di empatia, che riempie le esistenze, che abbandona un linguaggio che non si parla né si capisce e sceglie di dare alla rabbia un nome; alla sfiducia presenza e costanza; ai bisogni ascolto, condivisione e lotta comune; a chi presenta solo soluzioni domande e dubbi.

Memoria storica è sicuramente ancoraggio alla tradizione e consapevolezza di che cosa è stato ma è soprattutto scelta e slancio per ciò che sarà. Se un’anomalia trentina c’è stata, è successo perché le “motivazioni anomale” che l’hanno costruita erano il frutto di una comunità che le condivideva e, soprattutto, le conosceva. Oggi il dibattito su questo tema è arenato, chiuso, non discute apertamente delle motivazioni, non accetta il fatto che molti anni siano passati, molte cose si siano trasformate, che la fragilità che scuote e si infrange al di là delle nostre montagne è la stessa – la stessa – che oggi bussa alla nostra porta. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin, la sanguinosa guerra che ne consegue, la fatica dell’infrastruttura europea dentro l’instabilità planetaria ci parla apertamente di questa complessità.

Per affrontarla serve scegliere e il bivio è di fronte a noi e si avvicina velocemente. 

L’unico modo per far sì che succeda qualcosa di diverso è fare qualcosa di diverso: consapevoli delle esperienze che sono state, ma fuggendo dalla tentazione di replicarle; ricordando gli errori di cinque anni fa e riconoscendo quelli che si sono trascinati in una legislatura che non è stata capace di rigenerare il centrosinistra, la parte e la comunità di cui abbiamo bisogno; riconoscendo la sfiducia delle persone e la fatica di tutt* come presupposto per ricaricare e connettere le riserve di grinta di ciascun*, perché solo così sarà possibile immaginare cose diverse e costruirle davvero. Chi ci sta?

Photo Art © ► @jacobnordin •

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