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Archive for the ‘Ponti di vista’ Category

Una casa (e maggiori attenzioni) per le rider e i rider

In Ponti di vista, sulla soglia on gennaio 22, 2023 at 10:21 PM

C’è una storia che ci aiuta a descrivere il fenomeno della consegna a domicilio e delle sue più evidenti criticità. Il 2 ottobre 2022 Sebastian Galassi viene investito e ucciso da un suv mentre con il suo motorino lavorava per una nota azienda di food delivery. Il giorno dopo quella stessa piattaforma invia al suo collaboratore (a quel punto già morto) un asciutto messaggio digitale che gli comunica la sospensione del rapporto. 

Quello di Sebastian è certamente un caso estremo – sono numerosi però gli infortuni, anche gravi, di ciclofattorini – ma rende più chiaro il disallineamento tra la materialità del lavoro (che si svolge nello spazio urbano della città, moderna fabbrica diffusa) e l’intangibilità del cuore dell’economia di piattaforma, ossia quell’algoritmo che determina incrocio virtuoso tra domanda e offerta, tra richiesta del cliente e operatività dei vettori di consegna, che hanno in bicicletta, gambe e smartphone gli indispensabili strumenti di lavoro.

Cosa ci sia dentro il motore degli algoritmi delle principali piattaforme è difficile dirlo, visto che sono protetti da segreto industriale, ma ciò che possiamo dire è che è l’ingrediente etico (oggi davvero scarso) quello che fa pendere il funzionamento dell’algoritmo verso lo sfruttamento, l’eccesso del controllo, l’abbassamento delle tutele oppure verso il rispetto delle professionalità e della dignità, la chiarezza dei diritti e della coperture assicurative e previdenziali.

La contrattazione con l’algoritmo, così come giustamente l’ha definita il Sindaco Ianeselli nel suo intervento in aula, riguarda oggi (fonte Inapp) più di mezzo milione di lavoratori e lavoratrici, di cui buona parte (ca. 275mila) riconoscono nell’economia di piattaforma la propria occupazione principale. Non lavoretti quindi, non riempitivi o ricerca di un reddito integrativo. Un frangente di forza lavoro che risulta invisibile ai più e che necessita di interventi specifici.

La tradizionale azione sindacale fa fatica a tener insieme una fattispecie così frammentata, la giurisprudenza con alcune sentenze pilota spinge verso il riconoscimento del lavoro subordinato e dell’inquadramento nel settore del commercio. In assenza di una legislazione complessiva e puntuale – sarà compito di Parlamento Europeo e Parlamento nazionale elaborarla – le amministrazioni comunali possono invece impegnarsi con interventi mirati alla comprensione del fenomeno e al sostegno delle rider e dei rider attivi sul loro territorio. 

Così ha fatto Bologna con la nascita di Consegne etiche, modello cooperativo su scala municipale di consegna a domicilio che coinvolgendo tutti gli attori della filiera (amministrazione, produttori, negozi, rider e cittadini) mette al centro la sostenibilità di uno schema di produzione e consumo che non può scaricare tutti i costi sull’anello più debole – il lavoro precario – della sua catena del valore. Oppure come deciso dal Comune di Modena che nelle settimane scorse ha inaugurato uno spazio dedicato ai ciclofattorini, riconoscendo loro un luogo di ristoro, assistenza e relazione. 

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La neve che manca. La neve che ci inventiamo.

In Ponti di vista, sulla soglia on gennaio 20, 2023 at 2:53 PM
People skiing on a cross country slope in Ramsau, Austria, Friday, Jan. 6, 2023. (AP Photo/Matthias Schrader)

Non serve essere militanti di Ultima Generazione (certamente vi è capitato di incrociare una delle loro appassionate e radicali proteste) per essere preoccupati del pessimo stato degli equilibri ambientali attuali. Siamo nel mezzo di uno degli inverni più caldi degli ultimi sei secoli, testimoni di una delle stagioni più siccitose dello stesso periodo. Non un’eccezione quindi, ma una tendenza. A ricordarcelo il report pubblicato da «Nature Climate Change» che segnala come nell’ultimo secolo si sia perso un mese di copertura nevosa all’anno sull’arco alpino, a 3.000 metri di quota. L’ennesimo segnale della crisi climatica a cui dobbiamo dedicare maggiore attenzione.

E’ dentro questo scenario che la Marcialonga festeggia il suo cinquantesimo compleanno. Un traguardo importante per una manifestazione che unisce prestigio agonistico, richiamo sportivo per migliaia di appassionati, visibilità per un intero territorio. La praticabilità del percorso negli ultimi anni – vista l’incostanza del manto nevoso naturale – è stata spesso garantita attraverso l’innevamento artificiale e già su questo fronte è d’obbligo porre l’accento sui rischi per la sostenibilità generale dell’evento. Quest’anno però, ancora prima di arrivare alla mass start dalla piana di Moena, due tra i momenti di avvicinamento hanno attratto la nostra attenzione e – in tutta sincerità – non ci hanno convinto. 

In primis la conferenza stampa realizzata in volo a bordo di un Dash 8 Q400 di SkyAlps decollato da Bolzano (pur con la prevista “compensazione” di cento alberi piantati dalla società organizzatrice, che tanto sa purtroppo di greenwashing) ci è sembrata perdere di vista completamente la misura e il senso del limite, che inviterebbe a ridurre le emissioni climalteranti alla radice, prima quindi di cercare il modo – comunque parziale e riparativo – di porvi rimedio a posteriori.

In seconda battuta l’evento previsto nel centro di Trento il prossimo 26 gennaio – con una pista da fondo temporanea allestita in via Belenzani – con la prevedibile posa di neve artificiale trasportata meccanicamente in loco, ci sembra un’iniziativa incompatibile dentro il contesto che abbiamo descritto in premessa. Appare da un lato un inspiegabile spreco (di acqua, di energia, di nuovo di emissioni superflue) e dall’altro una distorsione dell’immaginario di sostenibilità che dobbiamo saper restituire agli sport invernali e, più in generale, al nostro rapporto con la montagna, con la natura e con i suoi limiti, troppo spesso dimenticati.

Perché anche i simboli contano, soprattutto se così estremi e fuorvianti. E perchè è questo il momento di affrontare la transizione verso un nuovo modello economico e culturale, imposto dal rapido deterioramento della tenuta ecosistemica, causata soprattutto della strabordante impronta ecologica umana. Ce lo ricordano Michele Nardelli e Maurizio Dematteis nel loro libro dall’eloquente titolo “Inverno liquido” (ed. DeriveApprodi, 2022) che attraverso un variegato itinerario lungo Alpi e Appennini descrive criticità e possibili alternative alla monocultura dello sci di massa.

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Immaginare e costruire il futuro. La Politica alla prova della nuova normalità.

In Ponti di vista on dicembre 21, 2022 at 7:14 PM

___ Le parole di un anno che ne vale dieci.


Mi avvicino alla discussione del bilancio sempre con una particolare attesa. Si tratta infatti del momento in cui si può tentare di portare al massimo livello la qualità dell’interlocuzione politica, l’ambizione di contribuire con le proprie proposte all’indirizzo dell’azione di governo della città.

Confermo qui questo senso alto di responsabilità che sento mentre tento di mettere in fila parole che devono entrare in connessione (e perchè no, in conflitto dove serve) con quelle che gli altri consiglieri e consigliere pronunceranno in questi giorni o che il Sindaco Ianeselli e l’Assessora Franzoia hanno già utilizzato presentandoci la previsione di bilancio per l’anno 2023 e – almeno in filigrana – per gli anni successivi.

Dodici mesi fa per iniziare presi spunto dal Rapporto Censis e dalla sua fotografia annuale dello stato della società italiana, ma il Sindaco mi ha anticipato richiamando nel suo intervento la malinconia che ci attanaglia, che ci blocca, che ci impedisce di proiettarci nel futuro. Ci tornerò poi, per un appunto connesso a questa mia introduzione.

Nanni Moretti – in Palombella Rossa – ripeteva spesso che le parole sono importanti: “Chi parla male, pensa male e vive male”. A trent’anni di distanza quel monito è ancora più azzeccato lì dove i tempi della politica (e non solo della politica) sono ulteriormente accelerati, l’attenzione ai termini e al loro utilizzo spesso piuttosto superficiale. Servono parole buone, che costruiscono pensieri attenti alla vita di comunità e alle sue sfumature, ai suoi lati meno in luce, alle sue sofferenze.

In questo esercizio di composizione di vocabolario – per un anno che, come i precedenti, sembra contenere un decennio – mi sono fatto aiutare da altri, e in particolare da un inserto speciale dei periodici Internazionali e l’Essenziale, osservatori preziosi e plurali di ciò che ci capita attorno.

La prima quartina è: povertà, squilibrio, gentrificazione, periferia. Si allargano le fasce di popolazione che, citando Collodi in Pinocchio, quando lavorano si accorgono “di guadagnare tanto quanto basta per non avere mai un centesimo in tasca”. La povertà assume caratteristiche diverse – è economica, energetica, educativa, relazionale – e rischia di diventare uno dei pochi tratti ereditari della nostra esistenza, segnando il destino di una generazione dopo l’altra, irrigidendo le disuguaglianze e moltiplicando i rischi di fragilità psicologiche oltre che materiali. I contesti da questo punto di vista contano e, anche se Trento non è una megalopoli dal tessuto urbano in espansione, è bene ricordarsi che è nei luoghi più lontani e nascosti ai nostri occhi che i rischi di frammentazione sociale aumentano ed è lì che maggiore e più costante e più puntuale deve essere l’investimento in cura, coesione, coinvolgimento.

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Costruire l’Oltre, un’agenda per il 2023.

In Ponti di vista on novembre 15, 2022 at 2:30 PM



Qual è il lascito più rilevante delle recenti elezioni politiche?

L’ampia affermazione di un governo a trazione conservatrice? Il crescere dell’astensione? La fragilità dell’opposizione, parlamentare e sociale? La polarizzazione del dibattito pubblico? Tutte fonti di viva preoccupazione ma che mi sembrano esiti di un difetto che sta a monte, di una crisi di sistema. La Politica è in ostaggio. 

Ostaggio dei partiti che ne dovrebbero essere pietra d’angolo e che spesso ne sono ostacolo alla piena realizzazione. Ostaggio delle leadership (eterne o istantanee) che ripropongono all’infinito la sfida mediatica e muscolare della personalizzazione. Ostaggio della fretta e della mancanza di pazienza nel darsi il tempo della comprensione, dell’analisi, dell’elaborazione, il tempo dell’amicizia politica e del conflitto, del dubbio e del rischio. Ostaggio della mancanza di immaginazione.

Che fare allora?

Predisporsi ad accogliere l’inatteso è premessa indispensabile, lì sta la possibilità. Rompere le consuetudini e gli schemi per hackerare lo status quo è una scelta obbligata. Costruire l’Oltre è il compito da assumersi, alla ricerca della destinazione cui tendere. 

Ecco, una destinazione. Uno spartito prima che un partito. Persfidarci nella definizione di una piattaforma ecosocialista e autonomista, l’unica capace di tenere testa alla concatenazione di crisi che segnano quest’epoca. Un “terzo spazio” che, come ha segnalato il direttore Simone Casalini nel suo primo editoriale dedicato al linguaggio del futuro, impone la “rinegoziazione delle identità” e la disponibilità al dialogo, alla reciprocità e all’ibridazione. All’andare Oltre, insieme.

Oltre il PD e una certa idea di progressismo liberista
, riaffermando la centralità della giustizia sociale in una società malata di precarietà. Lavoro e accesso al reddito, con o senza un impiego a giustificarlo, a farcelo “meritare”.  Diritto alla casa e politiche abitative e sociali che siano fattore armonizzante delle scelte urbanistiche e pianificatorie. Una scuola giusta (che sia pubblica lo diamo per scontato…) che si fa carico di fragilità e diseguaglianze, che forma e accompagna esseri umani – e non solo forza lavoro –  nel confronto con la complessità e che valorizza i soggetti che la animano, gli insegnanti in primis. Sanità, accessibile e diffusa, e welfare universalistico per ridare senso al concetto di sicurezza. Tutela ed estensione dei diritti civili, elaborazione di politiche di genere, femministe e intersezionali, lotta contro il razzismo sistemico come elementi di connessione fondamentale dell’identità di ognunə con un’idea di cittadinanza che fa della della convivenza il suo tratto distintivo.

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Ascoltare e animare le comunità.

In Ponti di vista on ottobre 7, 2022 at 6:46 am

ASCOLTARE E ANIMARE LE COMUNITA’. Una priorità su cui investire convintamente e quotidianamente.

Dall’assestamento di bilancio dello scorso mese di luglio erano rimasti da discutere un mazzo di ordini del giorno. La settimana scorsa – alla ripartenza del lavoro del Consiglio comunale – abbiamo avuto l’occasione di recuperarli e discuterli. Tra questi uno (l’odg 350/2022, prima firmataria Francesca Fiori) ci sembra particolarmente importante, per il tema trattato e per l’impegno condiviso nella scrittura con alcuni colleghi e colleghe.
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Nella versione definitiva, frutto della mediazione con le forze di opposizione in aula, non si fa riferimento diretto alla figura dell’animatore di comunità ma le premesse e gli obiettivi rimangono centrati e particolarmente ambiziosi.
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Ci sono le comunità e i territori (per Trento in particolare le circoscrizioni e i quartieri che le compongono) che contengono al proprio interno tanto le fragilità e le contraddizioni quanto le opportunità, le energie e le relazioni. Queste ultime – quelle che garantiscono coesione e felicità, la cura e l’attenzione reciproca – vanno intercettate, ascoltate, interpretate, attivate, accompagnate per valorizzarle al massimo e per permettere a ogni cittadino e cittadina di sentirsi nodi di reti sempre più fitte e generative.
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L’Amministrazione può far leva su questa trama di cittadinanza attiva per dare forma alla città partendo dalla massima prossimità (la “città dei 15 minuti” non è solo revisione dell’infrastruttura materiale ma vera rivoluzione nel modo di vivere lo spazio urbano) e per praticare davvero quella partecipazione di cui spesso parliamo senza vederla davvero messa all’opera.
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Ezio Manzini ha spiegato benissimo in un recente articolo [https://www.che-fare.com/…/partecipazione-a-bassa…/…] di come oggi vada cercata una nuova generativa alleanza tra istituzioni cittadine e quella che possiamo chiamare innovazione sociale molecolare, composta di associazioni e festival, di comitati e gruppi informali, di desideri e progetti più strutturati.
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Come rendere il dialogo costante e fruttuoso?
Come riconoscere il bene comune e come occuparsene insieme?
Come rendere tanti e tante protagonisti della pianificazione e della co-progettazione?

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Dal confronto con i soggetti presenti e attivati nelle circoscrizioni e dalla successiva necessaria sperimentazione si capirà che tipo di figure (quali competenze, quali tempi, quali metodi, quali connessioni con l’esistente?) servano per garantire quel “presidio di comunità” di cui sentiamo bisogno e che rappresenta non una spesa ma un provvidenziale investimento in welfare di territorio.

Il bisogno di tornare al futuro

In Ponti di vista, sulla soglia on settembre 2, 2022 at 6:59 am

LA CORSA SUL POSTO E IL SOGNO DELLA SOMMA PERFETTA. Subito dopo la pausa estiva, Francesco Costa nella sua rassegna stampa mattutina ha espresso con una perfetta sintesi quella che sembra una specialità della politica italiana: la corsa sul posto. Grande movimento all’apparenza, insieme a tanto rumore e una certa confusione, per non spostarsi in realtà di un solo centimetro nello spazio. 

Lo stesso Costa – ascoltate Morning prima di cominciare la giornata, aiuta… – ha osservato come ci sia un principio che i partiti tentano di applicare di fronte a ogni scadenza elettorale. Lo chiamerò teorema della somma perfetta. Partendo dalla mappa dei collegi (etichettati sulla carta come blindati, contenibili, difficili o addirittura abbiamo scoperto “inidonei”) si fa riferimento al bisogno – certo sulla base anche di una legge elettorale pessima – di allargare le alleanze con l’idea che questa sia un’operazione squisitamente matematica. Il soggetto A porta 5, B aggiunge 3 e con quel che garantisce C si mette insieme la maggioranza che serve. 

Anche in Trentino è prevalso questo approccio forte di sostenitori che continuano a pensare, nonostante ogni segnale contrario, che la gestione politica sia efficace solo se fa riferimento ai mondi e ai pacchetti di voti che essi dovrebbero garantire.

CUSTODI DEL FUOCO, PER RIGENERARE L’AUTONOMIA. Dovremmo cercare di smettere di correre sul posto per tornare a lavorare insieme alla costruzione ambiziosa del Mondo che verrà, alla definizione di un orizzonte condiviso, di un destino comune in un momento di grande trasformazione globale.

La scelta di Futura di non aggiungere il proprio simbolo alla coalizione che correrà al Senato non è una ripicca né è espressione di una rigida coerenza da rivendicare ma il frutto di mesi e mesi di lavoro, dentro le istituzioni e nell’intervento politico. Un lavoro che la nostra associazione ha condotto e conduce con altre e altri, consapevoli del bisogno di dare vita a un’alleanza autonomistica sociale e politica capace di rappresentare davvero un’anomalia. Questa stessa consapevolezza guida la nostra presenza, laterale come ci siamo detti, in questa campagna elettorale che è e deve rimanere un passaggio di costruzione in vista delle prossime sfide che ci attendono.

Riprendendo il titolo del recente Agosto degasperiano, sentiamo l’urgenza di essere “custodi del fuoco e non adoratori delle ceneri”. Siamo per un’Autonomia (che unisce la dimensione provinciale a quella regionale ed Europea) che decida di non accontentarsi della memoria dei bei tempi andati né della difesa delle conquiste dei padri fondatori ma rigeneri il proprio spirito e la propria azione, costruendo le traiettorie dei prossimi trent’anni e non vivendo nel ricordo dei trenta passati. Non tradizione ma proiezione. Non musealizzazione ma laboratorio innovativo, capacità di adattamento e di rilancio.

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Fare fronte all’incertezza. Percorrere insieme la conversione. Co-progettare il mondo nuovo.

In Ponti di vista on luglio 9, 2022 at 8:30 PM

[Intervento tenuto all’interno della discussione generale collegata all’assestamento di bilancio 2022]

I diversi momenti che – durante l’anno – riguardano il bilancio comunale dovrebbero essere l’occasione buona per darsi il tempo per una discussione più distesa, meno frettolosa. Lo ricordava nella sua relazione il Sindaco Ianeselli dicendo che “a dare in senso all’azione amministrative è sempre la cornice che tiene insieme l’intera visione”.

Ecco che allora bisogna essere consapevoli che il contesto con cui dobbiamo fare i conti registra una serie di profonde – e non passeggere – trasformazioni che concorrono a definire una “nuova normalità” che ad ogni livello amministrativo non permette più di accontentarsi dell’ordinaria amministrazione ma ci impegna tutte e tutti a partecipare ad un doppio movimento di adattamento (per non farci troppo male…) e rigenerazione (il “fare pace con il mondo” di cui parlava Raffaele K. Salinari su Il Manifesto di qualche giorno fa).

Una parola che è tornata a galla e che dovremo imparare a utilizzare fuori dallo schema delle ristrettezze belliche è razionare, utilizzabile se vogliamo in una sua declinazione più maneggevole: razionalizzare. Su un piano squisitamente contabile la Provincia autonoma di Trento ha anticipato che il prossimo anno il proprio bilancio subirà una contrazione di circa 500 milioni di Euro, un colpo duro alla ramificata e costosa macchina dell’Autonomia. 

Fare meglio con meno dovrà essere l’obiettivo, sapendo che ciò che vale per le risorse finanziarie vale con ancor maggiore radicalità per il patrimonio ambientale ed ecologico, la cui limitatezza (viviamo su un Pianeta finito, esserne consapevoli è un buon punto di partenza) è un confine oltre il quale ci siamo già pericolosamente spinti.

FARE FRONTE ALL’INCERTEZZA. A dicembre del 2021 votavamo il bilancio del Comune di Trento sperando di essere usciti dalla fase più acuta della pandemia e auspicando di poter dedicarci alla pianificazione di lungo periodo del futuro della città. I dati delle ultime settimane non ci fanno dormire sonno tranquilli, con la crescita spedita di contagi e ricoveri ospedalieri.

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AutAut | Due movimenti per ritrovare insieme il senso dell’Autonomia trentina

In Ponti di vista on Maggio 15, 2022 at 7:45 PM

Nell’estate del 2018 Futura nasceva da una duplice esigenza. 

Segnalare la fatica della coalizione di centrosinistra – in quel momento al governo – all’interno di una più ampia (e strutturale) crisi dell’esperienza autonomista, delle sue istituzioni e comunità.

Sostenere il bisogno di ricomposizione sociale ed elaborazione collettiva a fronte di quel “deserto partecipativo” che era la preoccupazione ricorrente di Piergiorgio Cattani, presidente del movimento fino alla sua prematura scomparsa il 7 novembre 2020.

Un campanello d’allarme che non bastò – unito alle successive trattative, confuse e frammentate, per mettere insieme i pezzi della coalizione – a evitare la vittoria del centrodestra alle elezioni dell’ottobre 2018, favorita anche dalla spinta del risultato delle precedenti elezioni politiche segnate dall’affermazione leghista.

A quasi cinque anni di distanza molte cose sono accadute, non servono analisti raffinati per rendersene conto.

Roberto Esposito ha parlato recentemente di passaggio ”dall’era delle crisi a quella delle catastrofi”. Gli effetti del cambiamento climatico sempre più radicali e profondi, la pandemia da CoViD-19 e i due anni abbondanti di stato di emergenza che abbiamo conosciuto, l’esperienza della guerra combattuta al confine dell’Europa e il rischio che la sua evoluzione sia uno scontro a livello mondiale e atomico sembrano dargli ragione.

Il globale e il locale sempre più intrecciati e interconnessi – ugualmente complessi e fragili – non ci permettono di provare nostalgia per ciò che è stato (e che non tornerà) ma ci impongono ambizione, curiosità, coraggio e generosità per analizzare lo stato delle cose e progettarne il cambiamento, in nome di un futuro desiderabile da costruire insieme.

E’ dentro questo scenario in trasformazione che ci sentiamo – cercando di confermare il nostro ruolo di attivatori dialoganti che sperimentiamo in Consiglio Provinciale, all’opposizione, e nel governo delle due principali città – di raccontare, condividere e proporre i due movimenti che crediamo necessari per lasciarci alle spalle errori e frustrazioni, personalismi e incomprensioni e dare corpo a quello che immaginiamo come una mobilitazione popolare in grado di ricostruire il senso del dirsi autonomisti e del praticare l’Autonomia.

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