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Archive for the ‘Una storia da raccontare’ Category

Una storia da raccontare / 19.

In Una storia da raccontare on febbraio 18, 2015 at 9:55 am

pierrelucasSpinsi forte la porta metallica dopo aver risalito le scale, due gradini per volta.
“A che ora arrivano le altre?” – chiesi senza salutare -.
Roberto rispose: “Tra mezz’ora, non dovrebbero tardare. ”
“E loro chi sono?” – ripresi indicando l’uomo e la bambina, non dissimulando un certo stupore -.
“Qualcuno che potrebbe aiutarci ad uscire dai guai…” – prese la parola Irene, in maniera risoluta -.
“E chi ci assicura che non si portano appresso la Polizia? Dopo aver visto oggi quanto lerciume ha invaso questa città non mi fido di nessuno.” Alzai il tono della voce, sensibilmente.
Irene mi guardò fisso negli occhi. Sapevo benissimo cosa stava per dire. Ed ero certo che mi avrebbe fatto sentire uno stupido per aver urlato contro i pochissimi che di me si erano sempre fidati, anche quando avrebbero fatto bene a dubitare delle mie discutibili scelte.
“Non cambierai mai. Se non ci ascolti e non prendi in considerazione le nostre ipotesi con chi altro potrai confrontarti? Siediti e apri bene le orecchie. Poi dicci cosa ci aspetta domani.” – disse in maniera perentoria, avvicinando poi alle labbra l’immancabile sigaretta.
Pochi minuti dopo anche Barbara e Giulia erano con noi. Eravamo sette. In sette avremmo dovuto provare a mettere in crisi un sistema che ci accusava di crimini tremendi. Eravamo sei in realtà, con l’aggiunta di una bimbetta alta un metro o poco più. I suoi riccioli, che coprivano in maniera uniforme testa e spalle, erano già appoggiati al cuscino dell’unico vero letto della stanza. Leggi il seguito di questo post »

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Una storia da raccontare / 18.

In Una storia da raccontare on novembre 11, 2014 at 10:54 am

edward burtynskyNon mi avrebbero preso. Almeno non subito. Non avevo paura di cadere. Non temevo che qualcuno potesse bloccare la mia corsa. Stavo scendendo a valle. L’abbaiare dei cani si faceva sempre più distante così come le sirene che salivano la strada sull’altro lato della collina. Mi sentivo al sicuro.
Avrei dovuto attraversare la strada asfaltata solo una volta, poi di nuovo l’abbraccio protettivo degli alberi. Silvano stava sicuramente raccontando della nostra breve conversazione. Lo faceva tamponando il sangue che gli usciva dal naso, che probabilmente gli avevo rotto.
Per qualche strano motivo ero più sereno dopo quell’incontro. Mi aveva confermato che la rete di connivenza attorno agli autori degli omicidi era ampia. Mi sembrava ormai certa una responsabilità anche dei ragazzi del Centro Sociale. La tranquillità di Silvano mi diceva che l’organizzazione aveva radici salde e rami capaci di arrivare molto in alto. Percorrere quei sentieri pieni di neve mi sembrava la cosa più vicina alla libertà. Nessuno mi poteva raggiungere. Ero più veloce, più leggero.

Ancora due balzi e fui sulla strada. Alla mia sinistra un piccolo capitello in legno. Una delle tante rappresentazioni religiose che in  montagna si usano venerare o – in alternativa – bestemmiare. La neve raggiungeva quasi la teca di vetro dove era contenuta la piccola madonna dai colori pastello, così uguale a tutte le altre che in vita mia avevo visto. Il bosco le faceva da cornice, insieme al silenzio. Sotto i cumuli di neve c’era una piccola panca di legno, che si poteva vedere solo in parte. Decine di volte mi ero seduto lì con Irene. Quattro chiacchiere prima dell’ultima rampa. La accompagnavo quando lei lavorava presso la comunità che ora era gestita da Silvano. Leggi il seguito di questo post »

Una storia da raccontare /17.

In Una storia da raccontare on luglio 28, 2014 at 10:26 am

edward-burtynsky-water025Le persone che si amano possono essere separate dalle circostanze della vita ma, anche se solo in sogno, la notte appartiene a loro.
– Patti Smith –

Due passi al mercato, attraverso il centro di Gerusalemme, verso casa di Yousef. Dalla Porta di Damasco e le sue bancarelle dovevo dirigermi fino alla Porta dei Leoni. Mi aveva invitato a pranzo, avevo accettato volentieri. Nel tragitto, una camminata di un quarto d’ora a passo tranquillo, avevo la possibilità di rivedere i luoghi già visitati nei miei precedenti viaggi. Da lontano vedevo la cupola dorata che dominava la spianata delle moschee, ad ogni angolo i check point che per lunghe ore della giornata impedivano l’accesso agli arabi a quel luogo di culto tanto conteso. Più o meno a metà strada indicazioni multilingue indicavano la strada verso nuovi scavi archeologici finanziati dal governo israeliano. Erano diventati famosi quando per alcuni giorni una vasta zona della città era stata interdetta al passaggio dei cittadini non israeliani per tutelare scoperte che si dicevano essere straordinarie. Si raccontava fossero stati rinvenuti i resti del famoso tempio del re Salomone. Nessuno documento ufficiale certificava il ritrovamento, ma le sole voci a riguardo facevano crescere la tensione in città. Per giorni giovani arabi e militari israeliani si fronteggiarono nel centro cittadino con lancio di pietre e lacrimogeni, arresti e feriti. La strana normalità di una città attraversata da ferite così profonde e da contraddizioni all’apparenza insanabili. Leggi il seguito di questo post »

Una storia da raccontare /16.

In Una storia da raccontare on giugno 18, 2014 at 8:05 am

takehikoNakafuji_tumblr_maue38Jgsz1ryrvdvo1_1280C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.
– Leonard Cohen –

Conoscevo bene la strada che conduceva alla sede dell’associazione TrentoBeneComune 2001. Lungo la scalinata veroso la collina che sormontava la città ero salito centinaia di volte. Una stradina ripidissima e piena di curve, che d’inverno diventava uno scivolo insidioso per chiunque la percorreva. Quanti ruzzoloni di bambini diretti alla scuola, che proprio in quel quartiere era stata spostata una decina d’anni prima. E quante risate di chi riusciva miracolosamente a rimanere in piedi. Quanti gomiti e ginocchia sbucciate di signore dirette al piccolo negozio di alimentari sotto le mura del castello che dominava il centro città. Quante imprecazioni, anche da parte dei frati che faticavano su quell’erta per raggiungere l’antico convento cittadino. Trovavo quel passaggio affascinante. Un piccolo ruscelletto impetuoso e costretto dentro due ali grigie di cemento, la natura a cingere un angolo fatato di città, un momento di silenzio dedicato esclusivamente ai pedoni.
Per me era un vantaggio muovermi su quei sentieri riparati, dove i mezzi motorizzati della polizia non potevano arrivare, dove anche a piedi gli agenti si sarebbero diretti solo dopo aver rivoltato tutta la città. Camminavo in fretta, salendo i gradini a zig zag, seguendo un camminamento incerto creato da chi mi aveva preceduto. La testa bassa – incassata tra le spalle – a evitare gli sguardi delle poche persone che incontravo. Leggi il seguito di questo post »

Una storia da raccontare /15.

In Una storia da raccontare on maggio 28, 2014 at 9:44 am

3757570914_05eba6e592_oLa sensazione era che fossero in due a salire le scale. Passo frettoloso, reso ancora più rumoroso dai vetri rotti e dai calcinacci di cui erano ricoperti i gradini. La struttura della fabbrica era fortemente compromessa e la spessa coltre di neve che pesava sul tetto non ne favoriva l’equilibrio.
Quelle scale venivano usate solo da chi era a conoscenza dell’ufficio. Gli spazi occupati dagli altri abitanti erano altrove. Chi saliva le scale doveva certamente venire verso quella stanza. Calò il silenzio.
Irene si spinse contro il muro, sul lato opposto rispetto alla porta. Roberto appoggiò la mano sulla maniglia metallica, aspettando che venisse aperta da un momento all’altro. I passi si fermarono e l’unica cosa che rimaneva in movimento era il denso fumo del respiro che il freddo faceva uscire dalle bocche. Respiri lenti, d’attesa.
Roberto si sporse in avanti, a mettere peso sulla porta, temendo che qualcuno la spingesse catapultandosi dentro la stanza. Magari gli uomini armati della notte precedente, oppure la polizia che sicuramente li stava cercando. Il dolore alla gamba rimaneva forte, ma riusciva a stare in piedi. Non avrebbe offerto grande resistenza in caso di irruzione, ma era meglio di niente. Leggi il seguito di questo post »

Una storia da raccontare /14.

In Una storia da raccontare on aprile 17, 2014 at 1:24 pm

tumblr_lejz6jqeV51qarjnpo1_500L’istinto della fuga esisterà sempre: anche se Pascal consigliava di passare la vita in una stanza.
– Vittorio Gassman –

Non sono mai stato portato per i viaggi. Sarà la mia scarsa predisposizione per le lingue, o forse la sensazione di oppressione ed inadeguatezza di fronte a quelli che ho ritenuto, da sempre, dei tentativi di fuga. Sono contrario alle ritirate, al ripiegare verso qualcosa di diverso allontanandosi da ciò che si ha, da ciò che si è. Insomma, da ciò che si potrebbe e dovrebbe fare.
Giorgio prima di salutarmi mi aveva detto di controllare la tasca anteriore dello zaino. Appena arrivato in un luogo più riparato seguì la sua indicazione. Dentro una busta, un biglietto aereo sola andata con destinazione Tel Aviv e un blocchetto di banconote da 100 Euro. A prima vista circa tre-quattromila Euro. Il biglietto portava la data del 7 gennaio, tre giorni dopo.
Era il segnale che bisognava andarsene, in fretta. Avevo 72 ore. Il biglietto era uno, prenotato a mio nome, e prevedeva la partenza da un aeroporto minore, speravamo meno controllato. Diversi scali prima di arrivare a destinazione. Per gli altri avrei dovuto trovare una soluzione alternativa alla svelta, una volta uscito dall’Italia.
I viaggi, le partenze non mi avevano mai dato entusiasmo, né nuova energia. Li avevo sempre interpretati come una sorta di sconfitta. Negli anni avevo continuato a vivere nella città in cui ero nato. Le ero rimasto fedele, nella buona e nella cattiva sorte. Leggi il seguito di questo post »

Una storia da raccontare / 13.

In Una storia da raccontare on marzo 10, 2014 at 5:45 am

tumblr_mxxei8bcJG1qzh19go1_500Nel pomeriggio Irene curò la ferita di Roberto. Nell’ufficio c’era un piccolo kit di pronto soccorso. Più tardi avrei portato altri generi di prima necessità trovati in città. Sarebbero certamente serviti.
La ferita non era profonda e il sangue perso non troppo. Irene l’aveva coperta con una fasciatura ben stretta, dopo averla disinfettata e cucita con pochi punti. Aveva aiutato Roberto a mettersi a letto, dove si era addormentato immediatamente.
Prima di andarmene le avevo detto che l’avrei contattata dopo l’incontro con Giorgio, e così feci. Mi era stato confermato che per il momento né Barbara né Giulia erano state chiamate per essere interrogate, fatto questo che mi faceva supporre non fossero state collegate neppure agli omicidi. Almeno questo speravo in cuor mio. Dal mio cellulare inviai un’e.mail a Irene dicendole di contattare Barbara e Giulia, invitandole a venire alla fabbrica quella sera. Avremmo dovuto concordare una linea comune da tenere, come sempre avevamo fatto.
Irene compose il numero. Barbara rispose immediatamente. Lavorava in una galleria d’arte, in uno dei quartieri più ricchi della città e nei suoi pomeriggi liberi gestiva la scuola di italiano che anni prima avevamo aperto in Centro Sociale. In cinque anni dentro quelle aule avevano studiato circa trecento tra ragazzi e ragazze, provenienti da ogni angolo del mondo. Leggi il seguito di questo post »

Una storia da raccontare/ 12.

In Una storia da raccontare on febbraio 24, 2014 at 6:07 am

03-geometry2L’amicizia, come il diluvio universale,
è un fenomeno di cui tutti parlano,
ma che nessuno ha mai visto con i propri occhi.
Enrique Jardiel Poncela –

Il centro sociale avrebbe aspettato. Avevo bisogno di altre conferme prima.
Il quartiere di San Carlo negli ultimi dieci anni era diventato il rione degli immigrati. Inizialmente perché i prezzi vantaggiosi degli affitti avevano spinto diversi cittadini nordafricani ad aprire le loro attività in quella zona della città. Ora perché la normativa nazionale sull’immigrazione imponeva la costruzione, in ogni città, di un quartiere dove far confluire tutti gli stranieri. Maggior controllo, dicevano i politici di destra e sinistra. Nuovi ghetti, dicevano in pochi, opponendosi all’idea che potesse essere l’obbligo per una persona di vivere in uno spazio circoscritto, senza poter scegliere nemmeno la casa da condividere con la propria famiglia. Era infatti un comitato, composto dai proprietari delle case e da un gruppo di vecchi abitanti del quartiere, a decidere la disposizione negli appartamenti e l’apertura e la chiusura dei negozi posti ai piani bassi degli edifici. Leggi il seguito di questo post »

Una storia da raccontare/ 11.

In Una storia da raccontare on gennaio 30, 2014 at 2:04 am

tumblr_lhbs9cj2WH1qb65nso1_500Are you demanding love
when you keep away from me…*

Lungo le pareti della fabbrica abbandonata il freddo era pungente. L’umidità ti entrava nelle ossa e da lì sembrava gelarti l’anima. Camminavo veloce in direzione dell’uscita.
Continuava a nevicare, anche se con minor intensità. Avevo deciso di muovermi a piedi. L’auto – dopo il racconto di Irene – non mi sembrava il mezzo adatto per non farmi notare. Raggiunsi il cancello. Prima di superarlo appoggiai la schiena al muro. Respirai a fondo. Deglutii la saliva impastata dalla temperatura rigida e dallo sforzo del cammino. Guardai le punte delle scarpe, completamente immerse nella neve. Leggi il seguito di questo post »

Una storia da raccontare /10.

In Una storia da raccontare on dicembre 18, 2013 at 12:32 am

mondrianSe non ci credi più, se dormi e sei più stanco.
se oggi è già domani e non è successo niente
se l’hai capito già, e poi non riesci a dirlo
che i nostri sogni sono più tristi uno dell’altro*

Di nuovo sangue nelle vie di Hebron. Tre bambini palestinesi, a terra. Un pallone che corre giù per una strada ripida e piena di buche. Nessun piede che interrompe quei rimbalzi irregolari. Nessun muro contro il quale il pallone sbatte, fermandosi. La palla va senza ostacoli in direzione di un check-point israeliano al limitare di uno dei tanti campi profughi. Dietro la palla quattro bambini. Una gara al primo che la raggiungerà. Una gara come tante altre, se fossimo in un luogo diverso, in una situazione diversa. Ma qui siamo a Hebron, e ciò che succede raramente si può definire normale. Una raffica di mitra da parte del militare israeliano che presidia il check-point. Poco più di vent’anni, e la possibilità ogni mattina di decidere della vita o della morte di chi passa per quel punto di controllo. Tre corpi, alti un metro e poco più, uno a fianco all’altro, macchiati di sangue. Uno appoggiato all’angolo di una casa, con una gamba che penzola all’altezza del ginocchio. Leggi il seguito di questo post »