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Le culture da rimettere al centro delle nostre vite

In Ponti di vista on novembre 30, 2020 at 10:30 am

E’ inutile nasconderselo.

La situazione che stiamo vivendo dalla fine dell’inverno scorso in relazione alla pandemia da Covid19 ha sconvolto le nostre abitudini. Nelle prossime settimane, ormai è chiaro, vivremo un periodo natalizio diverso. Sarà caratterizzato dalla distanza da mantenere e dalla limitata possibilità di godere delle relazioni con i nostri cari e – parallelamente – con il resto delle nostre comunità.

La socialità è la grande esclusa di questo strano – e ormai troppo lungo – periodo pandemico. Farne a meno o viverla con moderazione è uno dei moniti ripetuti in questi ultimi difficili mesi.

Rinunciare al superfluo, si è detto. 
Ma come si divide l’essenziale da ciò che non lo è? 

La musica, il teatro, la letteratura, lo stare insieme non sono “in più” di cui fare a meno facilmente, senza modificare le vite di ognuno.

Ricorderemo questo 2020, dominato dalla presenza di un virus particolarmente malevolo, per l’interruzione di quasi ogni forma di attività culturale. Dai cinema ai teatri, dai concerti ai festival, dalle presentazioni di libri alle feste di quartiere. Un’interruzione forzata che significa allo stesso tempo la riduzione delle vitalità cittadina, una perdita secca di posti di lavoro nei mondi della creatività e della produzione artistica (già in precedenza spesso precari o scarsamente remunerati), un pericoloso impoverimento dei contesti formativi, educativi e relazionali.

Ci siamo attrezzati per trovare strategie alternative, sfruttando le opportunità della tecnologia, per rendere possibile – almeno virtualmente – l’accesso a produzioni culturali che altrimenti sarebbero state cancellate.

Perse. 

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Fare è innovare. Dalla birra artigianale a nuovi ecosistemi produttivi

In Ponti di vista on Maggio 27, 2016 at 11:39 PM

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Articolo pubblicato su ImpactBlog (27 maggio 2016)

Una presentazione nata sulla Rete. Così si è presentata l’occasione di parlare di “Fare è innovare” (ed. Il Mulino, 2016) con Stefano Micelli. Sul Web, valorizzando altre reti – quelle amicali e lavorative – altrettanto importanti. E da un tweet, che annunciava l’uscita del libro entro, in pochi giorni, e poche telefonate, si è arrivati alla definizione di una data buona per organizzare un incontro pubblico. Le filiere cortissime e insieme lunghissime delle relazioni costruite intorno a Impact Hub ci hanno aiutato e messo nelle condizioni – a cinque anni dalla pubblicazione del fortunato “Lavoro artigiano” – di tornare a discutere del mondo dell’artigianato, sapendone cogliere gli aspetti più caratteristici e inserendolo all’intero di un contesto globale che ne influenza le tendenze e che pure, ed è questo il punto centrale della riflessione di Micelli, ne viene anche fortemente influenzato.

E’ il caso della storia industriale da cui prende le mosse il libro. La fabbrica Moretti di Udine (produttrice di birra, dal 1859) viene venduta nel 1996 a Heineken, multinazionale olandese. Vittima della globalizzazione e delle logiche di mercato che impongono a livello mondiale l’uniformarsi dei gusti e l’adeguamento a modelli di produzione che si basano sul principio delle economie di scala. Un meccanismo apparentemente impossibile da neutralizzare e che eppure trova – nel racconto/studio di Micelli – un suo contrappeso (pur non ancora capace di determinare un vero e proprio cambio di paradigma, almeno dal punto di vista quantitativo) nell’emergere di una miriade di birrifici artigianali che l’autore identifica/esemplifica nell’esperienza di Baladin. Un birrificio che – per capirci – produce in un anno la stessa quantità di birra che 45 minuti di attività dello stabilimento Corona di Modelo in Messico garantiscono.

Ma allora perché dovrebbe interessarci l’apparentemente “improduttivo” microimpianto di Baladin e perché, allo stesso tempo, il colosso Moretti/Heineken si impegna nella realizzazione di una serie di nuove birre dal taglio territoriale: Toscana, Friulana, Siciliana, ecc.? Emergono nettamente due aspetti d’interesse: uno collegato alla produzione e uno al consumo. Il primo dipende dalla crescente democratizzazione per l’accesso alla tecnologia e agli strumenti di produzione. Leggi il seguito di questo post »