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La circolare centralità di un tram per Trento

In Ponti di vista on ottobre 7, 2019 at 7:33 am

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Un tram per Trento (partendo dall’idea del Ring, copyright Campomarzio) è un’idea/progetto che può cambiare il volto e l’assetto della città per almeno tre motivi, tutti diversi – e tra loro complementari – rispetto al già di per sè fondamentale e urgente tema degli impatti ecologico/ambientali derivanti da una diversa organizzazione della mobilità. Basti pensare, per ridurre la questione a un solo dato simbolico, che sono circa 100.000 i mezzi – in grande maggioranza a uso privato e individuale – che ogni giorno penetrano e riempiono l’area che va da Mattarello a via Brennero, dalla collina est verso la Valsugana al Bus de Vela. Troppi. Su questi aspetti ci sono persone che da anni investono energie e pensiero. Da parte mia aggiungo tre sole riflessioni che la serata al Muse mi ha stimolato.

Uno. Finalmente viene accantonata l’idea di una città che si può espandere ulteriormente, portando la propria popolazione fini ai 150.000 abitanti. Si mette una cornice a Trento. Una definizione spaziale necessaria. Si offre un margine alla superficie urbana, disegnando una cerniera – fatta di binari, fermate e opere accessorie – che spiega come possano esistere confini capaci di unire e far dialogare e non dividere. Il tram mette ordine e impone una visione d’insieme delle traiettorie urbanistiche che la città intende darsi.

Due. Con la chiusura del cerchio del Ring – filosofia diversa e ai miei occhi più interessante, o almeno più adatta a Trento, rispetto alle linee metropolitane che dal centro città si muovono verso le periferie – si mettono a sistema le interconnessioni tra le varie parti della città. Il dentro e il fuori possono così meglio parlarsi, cominciare a capirsi. La collina e il fondovalle trovano un filo conduttore. Il nord e sud, attraverso un movimento circolare e non solo una linea retta, si riescono a toccare. Si ricompongono fratture dovute alla crescita scomposta della città. Si mettono le basi per nuovi legami. “Architettura è occuparsi di dare forma ai luoghi che abitiamo”. Con questo motto si apriva lo spazio espositivo di Alejandro Aravena alla Biennale di Architettura 2016 che molto attenzione dedicava alla dimensione sociale e politica dell’agire architettonico. Leggi il seguito di questo post »

La cura e il conflitto

In Ponti di vista on novembre 26, 2018 at 8:45 am

Nel clima tossico dei social network (e della realtà più reale che c’è, quella che incrociamo per strada a ogni passo) venati di manifesto e rivendicato cattivismo le parole di Gianluca Taraborelli sono stati un raggio di sole, un tentativo riuscito di fare un passo di lato rispetto alla corrente che tende a trascinarci sempre più a fondo, inesorabilmente.

Nel suo mettersi a disposizione per ospitare uno dei quaranta profughi pakistani che rischiavano l’esclusione dal progetto di accoglienza previsto in Provincia di Trento – dietro indicazione, tutta propaganda e cinismo, del Presidente Fugatti – ho trovato anche lo stimolo per andare più a fondo, per scavare un po’ nella complessità del momento. Per non accontentarmi del parteggiare (come mi é abbastanza naturale, quasi automatico) per la visione del mondo che quella sua proposta esprime – un’idea di società aperta e inclusiva – ma di interrogare me stesso rispetto al tema dell’accoglienza e all’approccio umanitario/emergenziale che si muove attorno ai fenomeni migratori e ai meccanismi politici, comunicativi e umani che ne discendono.

A tale proposito dico sinceramente che credo all’amore, ma ancor più al conflitto. Riconosco la bontà (e pure tutte le sue contraddizioni) ma in subordine al ruolo della politica. Ammiro i gesti eroici dei singoli ma mi scervello ogni giorno perché si possano produrre azioni collettive che attivino la consapevolezza e la voglia dei cambiamento dei gruppi (le masse?) e non esclusivamente la buona volontà di un individuo alla volta. Confido nel dono e nella capacità di condividere ma ho chiarissima la necessità di interrompere il fluire costante dei modelli economici e culturali che generano le diseguaglianze giustificando la divisione del mondo tra chi è destinato al dare (se vuole, se ne sente l’esigenza etica) e chi invece deve augurarsi di ricevere qualcosa se – dopo il “prima noi” – avanzerà qualcosa. Qualche briciola che cade dalla tavola imbandita. Leggi il seguito di questo post »

Appunti di lettura | 34.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on luglio 18, 2017 at 8:16 am

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E’ un paradosso che mi fa male. Con l’estate non diminuisce il materiale (cartaceo e non) che si accumula da leggere. Nello stesso tempo – e sta qui la fregatura – non aumenta di un secondo a disposizione il tempo per ridurre il malloppo che attira i miei occhi ma fatica a intercettare la mia concentrazione.

*Movimentazione politica, da dove e per dove muoversi

Ilvo Diamanti |Nel dizionario degli italiani la politica da Renzi a Grillo è sinonimo di sfiducia | La Repubblica
Le mappe (così come le bussole) sono importanti per orientarsi. Ne abbiamo bisogno e dobbiamo farlo alla svelta, perché ne va della capacità stessa di riconoscere i segnali di futuro, che non sono né chiari né univoci. “Perché i soggetti tradizionali della “democrazia rappresentativa” partiti e politici – appaiono delegittimati. Isolati nella regione del “passato”. Mentre la Democrazia digitale, “immediata” più che “diretta”: è il futuro. Nella Mappa tracciata dagli italiani, si posiziona in alto. Eppure è spostata, anche se di poco, verso il quadrante della sfiducia. Meglio, della “prudenza”. Come i social media. Tra diffidenza e delusione. Gli italiani, per definire il futuro della democrazia, non usano parole rassicuranti.”

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