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Posts Tagged ‘distanza’

Una storia da raccontare /15.

In Una storia da raccontare on maggio 28, 2014 at 9:44 am

3757570914_05eba6e592_oLa sensazione era che fossero in due a salire le scale. Passo frettoloso, reso ancora più rumoroso dai vetri rotti e dai calcinacci di cui erano ricoperti i gradini. La struttura della fabbrica era fortemente compromessa e la spessa coltre di neve che pesava sul tetto non ne favoriva l’equilibrio.
Quelle scale venivano usate solo da chi era a conoscenza dell’ufficio. Gli spazi occupati dagli altri abitanti erano altrove. Chi saliva le scale doveva certamente venire verso quella stanza. Calò il silenzio.
Irene si spinse contro il muro, sul lato opposto rispetto alla porta. Roberto appoggiò la mano sulla maniglia metallica, aspettando che venisse aperta da un momento all’altro. I passi si fermarono e l’unica cosa che rimaneva in movimento era il denso fumo del respiro che il freddo faceva uscire dalle bocche. Respiri lenti, d’attesa.
Roberto si sporse in avanti, a mettere peso sulla porta, temendo che qualcuno la spingesse catapultandosi dentro la stanza. Magari gli uomini armati della notte precedente, oppure la polizia che sicuramente li stava cercando. Il dolore alla gamba rimaneva forte, ma riusciva a stare in piedi. Non avrebbe offerto grande resistenza in caso di irruzione, ma era meglio di niente. Leggi il seguito di questo post »

Lavoro chi?

In Ponti di vista on gennaio 21, 2014 at 1:03 am

Konrad WachsmannOgni mese i dati sulla disoccupazione giovanile peggiorano. Ad essere sinceri, nemmeno i meno giovani se la passano molto meglio, ma proviamo ad affrontare una questione alla volta. Siamo oggi – ci dicono gli ultimi rapporti aggiornati – al 41% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Addirittura il 21% dello stesso campo d’inchiesta, tra la ricerca di un impiego e la prosecuzione del percorso di studi sceglie la terza via…l’ignavia. Di fronte a questa situazione ogni programma politico (o almeno qualsiasi dichiarazione pubblica) prosegue nella litania che si compone di due/tre ritornelli piuttosto vaghi: “centrale è il lavoro!”, “prima di tutto il lavoro!”, “ci viene chiesto lavoro!”, “ripartire dal lavoro”. Lavoro chi?

Nei giorni successivi alla presentazione del JobAct  (un nome peggiore non lo si poteva scegliere?) del Partito Democratico si è scatenata una serie di riflessioni. Più o meno articolate, più o meno convincenti, più o meno ideologiche e strumentali al fatto che la proposta arrivasse da Matteo Renzi. Leggi il seguito di questo post »

Una storia da raccontare / 7.

In Una storia da raccontare on novembre 20, 2012 at 11:13 pm

La colpa, caro Bruto,
non è nelle stelle ma in noi stessi…
Buonanotte, e buona fortuna.

Continuavo a dire a Roberto di correre. E lo strattonavo. Giù per la scarpata prima del parco della chiesa di S.Giorgio. Poi via, seguendo il lato della navata fino all’abside e dopo aver superato il campanile di nuovo dentro il reticolo di vicoli della città. Lo spingevo. In mezzo alla neve procedeva più lentamente di me. Rischiavo ad ogni passo di farlo cadere, ma era l’unico modo di farlo andare avanti. Con una mano si teneva la gamba destra, all’altezza della coscia. Si muoveva piegato in due dal dolore. Un rivolo sottile di sangue cadeva sulla neve, lasciando dietro di noi tracce ben visibili. Non era il nostro unico problema.
Non era la prima volta che scappavo da qualcuno. E a questo punto immaginavo non sarebbe stata l’ultima. Ne ero certo dopo quella sera. Dopo gli spari. Non mi era mai successo di riportare a casa un amico ferito da un’arma da fuoco. Di teste rotte o pelli abrase ne avevo viste molte durante le manifestazioni degli anni precedenti. Leggi il seguito di questo post »

Mondo 2.0, effetti collaterali…

In Ponti di vista on giugno 12, 2012 at 11:19 pm

Di Facebook e della rete. Le librerie sono piene di volumi che descrivono la straordinaria importanza di internet. Si organizzano convegni e master per studiare le eccezionali potenzialità della comunicazione in rete. Il primo decennio di questo millennio sarà ricordato come il tempo di Facebook e del Web 2.0. Vista la centralità di questi strumenti dentro la nostra quotidianità non c’è nulla di strano in tutto questo. Ciò che è meno studiato e viene spesso sottovalutato sono gli effetti collaterali della comunicazione aperta, orizzontale, libera. Non sta a me definire se il bilancio tra costi e benefici sia globalmente in positivo o meno, ma mi sento – in queste settimane che della rete e del suo dibattito sono argomento – di avanzare alcune riflessioni. La rete, la sua potenza comunicativa e la possibilità di mettere in relazione milioni di persone, ha la capacità di essere detonatore di emozioni e sentimenti, nel bene e nel male. Può essere strumento per la sollevazione di un popolo contro un dittatore sanguinario, base su cui costruire esperienze cooperative, luogo della conoscenza e dell’informazione. Ma può essere anche valvola di sfogo (a costo zero e magari nell’anonimato) delle nostre più viscerali pulsioni, arena dentro la quale mostrare il “pollice verso” nei confronti di chi vogliamo soccomba, campo di battaglia nel quale esprimere il proprio pensiero di tifoso. Lo spazio sconfinato a disposizione, la relazione non fisica ma mediata dal computer, il poter limitare la responsabilità di ciò che si afferma fanno il resto. In questo secondo caso a prevalere sono il livore, il rancore, l’odio; sentimenti che offrono la fotografia di una società che è giusto chiedersi se stia volgendo il proprio sguardo verso la civiltà o verso nuove barbarie, verso la mediazione dei conflitti o la ricerca dell’annientamento dell’altro e del diverso. Siamo animali sociali, capaci di grandi azioni e di enormi atrocità. Allo stesso modo gli strumenti che utilizziamo possono essere grimaldello per il cambiamento e il miglioramento di ciò che ci circonda o spade taglienti con cui infilzare chi è a noi avverso. Leggi il seguito di questo post »

Mani ignote in un Paese con poche idee.

In Ponti di vista on maggio 19, 2012 at 2:03 pm

Cosa accomuna l’esplosione di Brindisi con il sordo colpo di pistola di Genova di pochi giorni fa? Sicuramente la mano ignota – eppure fin troppo riconoscibile – e gli obiettivi, distruttivi e contrari a qualsivoglia possibilità di cambiamento. Il sangue sul selciato della scuola di Brindisi non è diverso da quello del ferimento del dirigente Ansaldo dello scorso 7 maggio, frutto di un clima insopportabile che non esclude, ma anzi adotta, la violenza come strumento di comunicazione, di rivendicazione, di legittimazione del proprio pensiero e dei propri interessi.

Questa è la fotografia di un Paese che si avvita su stesso, che non riesce a chiudere con il passato e soprattutto non sa immaginare il proprio futuro. Viviamo in un infinito presente – costellato di emergenze, di facili scorciatoie propagandistiche, di continui rinvii – che ci rinchiude dentro un limbo fatto di zone d’ombra che sono la garanzia di agibilità per chi di questo tempo dilatato crede di essere padrone, in nome di una feroce difesa di un potere criminale o di una fasulla idea di rivoluzione. E allora le parole d’ordine diventano il “senza se e senza ma” o il “con ogni mezzo”, e l’essere “senza pietà” (come ho letto anche in alcuni volantini appesi sui muri della città di Trento) diventa lo slogan per sottolineare la propria incompatibilità e totale avversione a qualcosa che si vede come estraneo e nemico.

Qualche violenza ci indigna (almeno per un po’, fino a quando la memoria ci sostiene), qualche altra ringalluzisce il nostro spirito antagonista in una schizofrenica doppiezza nell’assunzione di responsabilità, che ci descrive spietati ora verso il carnefice e ora verso la vittima. Una confusione – non proprio involontaria – che ci impedisce di emergere da un contesto pericoloso, segnato da tensioni sociali che non trovano mediazione, da una colpevole assenza degli attori politici e sociali della comunità, da un preoccupante ristagnare delle idee. Leggi il seguito di questo post »

Due(virgola)settantasei(percento)

In Ponti di vista on maggio 4, 2012 at 10:24 pm

E LA LETTURA DEI DATI. Sono uno dei 7.191 trentini che ha votato No al referendum sulle Comunità di Valle di domenica 29 aprile 2012. Faccio parte del 2,76 % (pari a un totale di 7 voti) che a Monclassico – comune di poche centinaia di abitanti in Val di Sole – ha detto di voler mantenere in vita le Comunità. In 247 hanno espresso parere contrario. Una scheda bianca, una nulla. Totale votanti 38,61 %, quorum non raggiunto, come anche per il dato aggregato di tutto il territorio provinciale. La città di Trento, esclusa dalla geografia ufficiale delle Comunità di Valle, ha fatto peggio con un misero 19,56%. Dei quattrocentomila chiamati a votare nemmeno un terzo hanno esercitato il proprio diritto. Referendum fallito, Comunità salve? Snocciolati i numeri passiamo all’analisi dei risultati. C’è chi dice che “ha perso l’antipolitica” ed esprime questo parere dopo aver scelto la strada del non-voto come forma di legittimazione alla sopravvivenza dell’ente territoriale. C’è chi è infuriato con il Potere che ha “costretto” i cittadini a disertare le urne. C’è chi accusa la scelta di far votare nei giorni di un ponte festivo dove tutti i trentini partivano per le vacanze (?!?).  C’è anche chi – soddisfatto – dice di non aver partecipato per non legittimare la Lega Nord, promotrice del referendum. Tanta confusione e, come spesso accade poca discussione nel merito.

DI VOCABOLI E DENARI. Ben prima della scadenza referendaria scrivevo che la questione legata alle Comunità non era squisitamente terminologica e nemmeno di semplice contabilità. Sui vocaboli: comunità intesa come lo stare insieme di più persone sotto regole (aggiungo valori e prospettive) comuni per un fine determinato che potremmo definire il benessere collettivo non si può definire tale se non è espressione di una reale esperienza di condivisione. Non costituiscono la comunità i cartelli che ne sanciscono i confini che ho incontrato nella mia salita da Trento a Malè e nemmeno i rappresentanti eletti nei rispettivi consigli se slegati da una rinnovata scelta di partecipazione civile all’autogoverno sulla base di una rigogliosa storia consortizia, come per le Regole o gli usi civici, e federativa – nel caso della Cooperazione – un po’ sbiadita negli ultimi tempi in Trentino. Leggi il seguito di questo post »

Elogio delle frontiere, di Régis Debray.

In Ponti di vista on aprile 6, 2012 at 7:17 am

Qualche settimana fa sulla spinta dei fatti avvenuti in Val di Susa, della discussione attorno ai temi dell’Autonomia trentina e di alcune riflessioni sulle politiche migratorie mi sono cimentato nella scrittura di un breve articolo sulla frontiera e sul suo significato. Ho provato a darne un’interpretazione molto aperta – sia geografica che socio-politica – fino a farla diventare manifesto, e luogo privilegiato,  di un’attitudine all’incontro con l’altro. L’articolo, pubblicato sul sito politicaresponsabile.it, ha ricevuto diversi commenti frutto di altrettante sfumature interpretative. Nei giorni successivi nella mia cassetta della posta è stato recapitato un pacco contenente un agile libretto scritto da Régis Debray, edito da Add editore (93 pp., 12,00 Euro), dal titolo Elogio delle Frontiere.

IL DENTRO E IL FUORI. Circa un anno e mezzo fa ho recensito sempre su questo blog il libro Indignatevi! di Stephan Hessel, stesso editore e stesso formato tascabile. Non mi convinceva il tono imperativo e non mi convinse nemmeno troppo il contenuto, fin troppo evocativo e aleatorio. La pratica dell’indignazione la hanno sperimentata in molti in questo tempo, con alterni risultati che meriterebbero una riflessione più approfondita. Régis Debray nel suo breve saggio – frutto di una lezione tenuta in Giappone – spazia da una dimensione divulgativa, teorica e ricca di citazione ad una più concreta analisi politica tutta attorno al ruolo della frontiera. Lo fa senza timore di affondare il colpo citando Césaire per descrivere i tentativi di suicidio a cui si è propensi “segregandosi nel particolare o diluendosi nell’universale”. Il suo intervento si muove tra il territoriale e il sovranazionale – tra il dentro e il fuori come aspetti inscindibili di un mondo fondato sulle diversità – prendendo di mira soprattutto la retorica pelosa del senzafrontierismo, accettando anche la ruvidità della contraddizione di un passato socialista legato a doppio filo ad un’idea internazionalista. “Quando si nega la spartizione, non è forse alla condivisione che ci si rifiuta?” si chiede in maniera polemica. Leggi il seguito di questo post »

Frontiere.

In Ponti di vista on marzo 12, 2012 at 9:41 pm

CONFINI. Fine febbraio 2012. Val di Susa, confine nord-ovest. Sole quasi estivo, poca neve. Ci si scontra per costruire o impedire di costruire la linea ad Alta Velocità. Lo Stato contro i cittadini, i cittadini contro lo Stato. La situazione surreale di una valle che deve essere “riconquistata” con un dispiegamento massiccio di forze dell’ordine e di uomini e donne disposti a salire sulle barricate per respingere quella che definiscono un’occupazione del loro territorio. Laddove il meccanismo di conflitto, confronto, mediazione e decisione condivisa si avvita su se stesso fino a rompersi viene meno lo spazio democratico necessario alla convivenza di obiettivi e aspettative anche molto diverse tra loro. Non ci sono né vincitori né vinti, rimane solo la sensazione di essere di fronte a un vicolo cieco dal quale è molto difficile uscire. E a un nuovo confine – immaginario, ma dalla potente valenza materiale – che divide oppresso da oppressore, assediante da resistente, buono da cattivo. Si segna così la distanza con chi sta dall’altra parte, si fossilizzano le differenze, si prepara lo scontro.

Inizio marzo 2012. Lampedusa, confine sud. Mare calmo, in una primavera anticipata. Sono arrivate in questi giorni due barche con 171 persone a bordo che oltre il confine liquido che divide il Mediterraneo (Braudel e Matvejevic faticavano a descriverne i contorni) portano la richiesta di un nuovo concetto di cittadinanza e con esso l’esigenza della condivisione di uno spazio di democrazia che superi gli stati nazione e la loro debolezza. Sono messaggi che arrivano dalla primavera araba – lì dove è riuscita ad abbattere il proprio dittatore o come in Siria dove ne subisce le violenze -; dalla Grecia in crisi dentro i confini solo sulla carta solidali dell’Europa; dalle contraddizioni della Russia e della Cina; dai confini saltati tra paesi sviluppati ed ex paesi impoveriti.

DEMOCRAZIE. Democrazia sospesa, democrazia esportata, democrazia rappresentativa, democrazia diretta, democrazia ferita, democrazia in crisi, democrazia formale, democrazia sostanziale, democrazia dal basso, democrazia cristiana, democrazia proletaria, democrazia partecipativa. Leggi il seguito di questo post »

…calci di rigore!

In Ponti di vista on febbraio 3, 2012 at 5:40 pm

CARTELLINO ROSSO. Ad un anno esatto dalla battaglia dei cammelli in Piazza Tahrir l’Egitto vede cospargersi di sangue l’erba di un campo di calcio. La notte di Port Said lancia segnali inquietanti sulla transizione democratica egiziana e mostra la fragilità di un intero paese che fatica a lasciarsi alle spalle la lunga stagione di Mubarak e le contraddizioni sociali e politiche che ne hanno contraddistinto la genesi, la vita, la crisi, la caduta e che non si sono dissipate nemmeno con la sua sconfitta. L’inverno arabo – la primavera speriamo torni presto a fare capolino – ci offre queste immagini cruente che sembrano essere però fotografia fedele di una fase nella quale gli attori politici egiziani sono disposti a tutto per conquistare (o riconquistare) il potere e piazza Tahrir è svuotata dei significati che ne hanno contraddistinto la vitalità e l’autonomia. Forse domani sui campi innevati della Serie A italiana si osserverà un minuto di raccoglimento per ricordare i molti che in Egitto sono morti dopo una partita di calcio. Il gelo – nei confronti del vento di cambiamento che arriva dai paesi arabi – e il silenzio, rispetto alle violenze che i popoli del nordafrica hanno dovuto e devono subire, sono una costante della sponda nord del Mediterraneo.

L’ARTE DELLA COMPLETEZZA. Parlare di lavoro in Italia è un’impresa titanica. La situazione contingente non aiuta certo a rasserenare gli animi, ma il ruolo di chi si occupa di politica – in Parlamento, nel sindacato come nei movimenti  – dovrebbe essere sempre quello di saper leggere la realtà, possibilmente senza filtri ideologici o pregiudizi insuperabili, per saperne poi incentivare una modifica in senso migliorativo. Ho la sensazione che succeda, in ognuno degli ambiti sopra citati, troppo raramente per innescare un virtuoso confronto sulle scelte da compiere, e che la monotonia (vocabolo della settimana) stia un po’ contagiando tutti, con buona pace dei buoni propositi che vengono messi ricorrentemente in campo in ambito di alternative possibili e altri mondi possibili. Leggi il seguito di questo post »

Il giorno prima della felicità…*

In Ponti di vista on agosto 18, 2011 at 12:52 am

Duemilaquattro. Sembra passato un secolo. L’Egitto  che […] mostra una cronica incapacità di gestire le risorse umane del paese […], e vive nell’impasse di uno Stato corrotto e di una società depressa. La Libia […] da trentacinque anni congelata nel gheddafismo […]. E ancora la Siria, […] smorzata da quarant’anni di dittatura che, seppur relativamente meno sanguinosa di quella irachena, ha in ugual modo sfibrato il paese […]. E ancora la Tunisia, il Libano, l’Algeria, il Sudan, lo Yemen e anche la Palestina. Fino ad arrivare all’Iran e ai postumi della rivoluzione islamista Samir Kassir in L’infelicità araba (ed. Einaudi – 8 euro) descriveva un continente atipico – accomunato solo in parte dall’arabismo – attraversato da sentimenti di infelicità, impotenza e scarsa fiducia nel futuro. Deficit democratico, crisi dello Stato di diritto, abdicazione dei governi in materia economica e di politica estera, derive islamiste erano solo alcuni degli aspetti più evidenti del vicolo cieco in cui sembrava essere finita la società araba. Una situazione senza prospettive di miglioramento, almeno all’apparenza. Una spirale che si avvitava su di un vittimismo consolatorio e una cultura della morte che ne era diretta conseguenza.

Nelle sue riflessioni però Kassir non si limitava all’elencazione dei problemi. Guardava con attenzione alla nascita di reti culturali sempre più vaste basate sul riconoscimento dell’alterità come fattore di democrazia, alla crescente relazione del mondo arabo con il resto del pianeta, allo svilupparsi dei media elettronici. Segnali di una possibilità, di uno spazio di indipendenza, modernità e libertà che stanno alla base della conquista della felicità. Sembra passato un secolo. Leggi il seguito di questo post »