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Posts Tagged ‘immigrazione’

Il futuro (e il presente) delle città è resiliente

In Ponti di vista on gennaio 31, 2017 at 10:39 pm

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(articolo pubblicato all’interno del blog ImpactBlog, curato da Impact Hub Trentino sull’edizione online del quotidiano l’Adige)

Resilienza è parola che è entrata a pieno titolo nel nostro vocabolario, benché non succeda troppo spesso di discuterne davanti a un caffè fumante nel bar sotto casa. Da quando anche Leonardo Di Caprio ha deciso di mettere a disposizione la sua popolarità e le sue disponibilità organizzative (con il documentario “Before the flood”qui nella sua versione integrale) per aumentare la consapevolezza rispetto ai rischi legati ai cambiamenti climatici il tema è senza dubbio più conosciuto e dibattuto. Esiste, e di questo parleremo oggi, un processo diffuso di abilitazione alla resilienza  – magari non del tutto evidente ed emerso, ma certamente in crescita esponenziale -, certificato dal moltiplicarsi di pratiche che hanno nella ricerca e nella sperimentazione di approcci generativi in ambito urbano il proprio tratto distintivo. Basti pensare, per rimanere a Trento, che anche il progetto di riqualificazione del parco S.Chiara prevede un interessante intervento di recupero dell’acqua piovana attraverso vasche di stoccaggio, così come già accade da anni a Barcellona o a Berlino, dove le precipitazioni in eccesso non vengono disperse ma riutilizzate. Non stiamo parlando quindi di qualcosa di assolutamente attuale, che riguarda le nostre vite quotidiane e in futuro ce ne accorgeremo in maniera sempre più potente. Leggi il seguito di questo post »

Accogliere. Tra attivazione comunitaria, welfare generativo e piattaforme cooperative.

In Ponti di vista on agosto 16, 2016 at 11:19 pm

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(articolo pubblicato all’interno del blog ImpactBlog, curato da Impact Hub Trentino sull’edizione online del quotidiano l’Adige)

“Vuoi che vengano gli immigrati? Perché non li porti a casa tua?”. La risposta che noi speriamo di generare è “Sì, va bene”. E’ tutta qui la sfida che Vesta (progetto realizzato a Bologna dalla Cooperativa Camelot) ha deciso di raccogliere, in sinergia con l’Amministrazione Comunale. Rispondere a quello che viene percepito – a torto – come un fenomeno transitorio inserendolo dentro l’unica dimensione che ne può affrontare la complessità quotidiana: le relazioni all’interno del contesto abitativo.
Ecco che allora – mentre abbiamo negli occhi le migliaia di persone accalcate alle frontiere chiuse dell’Europa e davanti alle stazioni ferroviarie delle città italiane – da Bologna arriva non solo una buona pratica di accoglienza, ma un forte segnale di vitalità del terzo settore. Applicazione delle tecnologie all’attività sociale, assunzione del welfare generativo come obiettivo necessario, valorizzazione delle reti di prossimità e consapevolezza della necessità di un cambio di passo del movimento cooperativo.
Tutto questo – e molto altro – è Vesta. Ne ho parlato con Carlo De Los Rios, direttore della Cooperativa Camelot.


Per cominciare ad addentrarci nel progetto dobbiamo necessariamente passare per la lettura del contesto dentro il quale nasce. Dove nasce la Cooperativa Camelot e quali sono le principali attività che svolge? Leggi il seguito di questo post »

Appunti di lettura | 16.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on luglio 31, 2016 at 9:15 pm

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Città.

Saskia Sassen | Così i padroni della città hanno conquistato il mondo | La Repubblica
Alejandro Aravena dentro la Biennale Architettura (e nel corso del convegno Urban Age) spinge l’architettura verso processi partecipativi più radicali, suggerendo nuove partnership “triangolari” tra pubblico, privato e popolare. Saskia Sassen – nello stesso contesto – mette in guardia rispetto alle condizioni in cui versano le città. Un quadro preoccupante, ma in movimento, che conferma il ruolo della città come “luogo complesso ma incompleto, nel senso di non perfetto, un luogo di frontiera dove gli attori più diversi, provenienti dai mondi più diversi, possono entrare in relazione. Come in rapporto possono entrare coloro che hanno potere e coloro che non ce l’hanno.”

LabGov | The city of the future according to Maurizio Carta
Il famoso drammaturgo irlandese George Bernard Shaw scrisse: “Vedi cose che esistono e ti chiedi “perché”? Ma io sogno cose non ancora esistite e chiedo “perché no”?”. Curioso di leggere questo testo, utile a capire le prospettive future delle città, con il filtro della cultura.

Giuliano BattistonRichard Sennett: “Chiudere i confini è pura illusione” | L’Espresso
In attesa del suo nuovo libro, tutto sulle città e il loro bisogno di apertura. “In sintesi, il mio intento è trovare un’alternativa alle smart city, che sono sistemi chiusi, con funzioni, forme e usi tecnologici definiti. In confronto a una smart city, assolutamente determinata, un sistema aperto vuol dire maggiore contingenza, maggiore ambiguità, maggiore differenza, e dunque minore determinazione, prevedibilità, omogeneità e coerenza. Richiede ogni giorno molta capacità di interpretazione, perché implica il cambiamento.” Leggi il seguito di questo post »

Appunti di lettura | 15.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on giugno 19, 2016 at 10:24 pm

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Torna l’abituale minestrone di articoli usciti nelle ultime settimane che hanno attratto la mia curiosità. I temi sono quelli, perché in fin dei conti alcune sono (numericamente limitate…) le questioni che pongono realmente sotto stress la contemporaneità, influenzando fortemente le traiettorie del futuro…
Insieme agli Appunti di lettura unisco in questa comunicazione anche un’altra rubrica di questo blog che da un po’ di tempo trascuro, Libri con le orecchie.

Città

Luca De Biase | Le città sono le nuove nazioni, dice Simon Hanson
Dentro un’Europa in crisi – di vocazione e di istituzioni – si fanno avanti nuovi protagonisti sulla scena politica continentale (e di conseguenza globale). Città – medio/piccole come quelle metropolitane – possono essere luogo di sperimentazione e, se in rete, attori di una trasformazione in chiave diffusa della governance.

Giuseppe Caccia | Mettere in rete le “città del cambiamento” in Europa | euroalter.com
La proposta politica di una nuova alleanza tra contesti urbani per praticare il cambiamento e gli strumenti per realizzarlo. Ipotesi affascinante che si inserisce nella parallela situazione di difficoltà dell’istituzione europea (la scala minima dentro la quale si possono immaginare processi politici e sociali significativi) e nella fase di riemersione di spinte centraliste e nazionaliste. Da leggere anche il libro/inchiesta di Steven Forti e Giacomo Russo Spena “La città in comune” (ed. Alegre).

Marta Bausells Superblocks to the rescue: Barcelona’s plan to give streets back to residents | The Guardian
“Vogliamo che questi spazi pubblici siano aree in cui si può esercitare tutti i diritti dei cittadini: lo scambio, l’espressione e la partecipazione, la cultura e la conoscenza, il diritto al tempo libero”. Sempre Barcellona – della nuova Sindaca Ada Colau – per un progetto innovativo di rigenerazione (urbanistica e sociale).

Ilda Curti | Territorio e beni comuni. Pianificazione territoriale e polvere delle strade.
“Perché non sta alla technè risolvere il dilemma, bensì al logos, al discorso ed alla narrazione politica di cui, poi, la technè è figlia ed espressione. La civitas della città contemporanea non entra nella forma dell’urbs, nei suoi spazi codificati e pianificati. Al contrario trasborda, irrompe, si impossessa dei luoghi e li trasforma a prescindere.” In queste parole di Ilda Curti – ex assessora al Comune di Torino, non ricandidata – leggo il tratto di costruzione di processi virtuosi dentro la complessità delle città contemporanee.  Leggi il seguito di questo post »

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

In Ponti di vista, Uncategorized on aprile 16, 2016 at 5:54 am

“E’ la storia di una società che precipita e mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.” Mathieu Kassovitz e La haine (L’odio) sono stati nel 2015 d’ispirazione per un piccolo lavoro d’inchiesta collegato al Festival delle Resistenze contemporanee. La licenza di estrapolare una parte del monologo conclusivo era frutto di una scelta consapevole (e non di una dimenticanza) che puntava a valorizzare storie positive che guardano al futuro con speranza . A posteriori non metto in dubbio quella decisione ma credo che oggi meriti una riflessione aggiuntiva.

Presentando l’iniziativa – era il 26 aprile 2015 e il flusso di migranti verso il nord Europa era già costante – feci riferimento alla necessità di una responsabilità diffusa nell’accoglienza per uomini e donne che si trovavano (si trovano e, probabilmente, si troveranno) a transitare nelle province di Trento e Bolzano alla ricerca di un’esistenza dignitosa. L’Associazione Binario 1 prestava già servizio, e lo fa ancora con la stessa passione e costanza. Fino a qui tutto bene.
Qualche mese dopo passai una giornata al Brennero. Il clima era sereno. Un luogo di confine che – visto allora – conservava ancora le caratteristiche del margine sfumato e permeabile, certo molto diverso da quello nervoso e militarizzato di queste settimane. Un “global village”, così lo descrissi, perché grazie all’intervento della Cooperativa Atelier era presidio di confine attento ai temi dell’intercultura, dell’incontro con il diverso da sé, della creazione di Comunità basata sull’interlocuzione tra le diverse comunità presenti. Fino a qui tutto bene. Di nuovo.

E’ passato circa un anno da quei giorni. Il tema della caduta, che avevo tenuto in scarsa considerazione nella mia ipotesi narrativa, si è preso oggi prepotentemente il centro della scena. A cadere è l’Europa. O quel che ne rimane. Leggi il seguito di questo post »

Immigrazione. Come uscire da un dibattito saturo?

In Ponti di vista on marzo 15, 2016 at 8:50 am

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Queste alcune riflessioni a margine dell’incontro pubblico dal titolo “Frontiere, confini, migrazioni, cittadinanze” alla presenza dell’Onorevole Cecile Kyenge. Nella stessa giornata è stato presentato il Progetto di relazione di cui l’on. Kyenge è relatrice presso il Parlamento Europeo.

La quantità di informazioni e immagini che quotidianamente ci arrivano dai fronti più caldi delle rotte migratorie finisce per travolgere ogni tentativo di fermarsi a riflettere a fondo sui fenomeni che telecamere inquadrano e taccuini appuntano. Fatichiamo ad andare oltre la cronaca, il dibattito politico e pubblico appare saturo. Film, documentari e inchieste (sempre più numerosi e premiati) costituiscono una fondamentale offerta per la conoscenza. Il tempo dedicato all’osservazione – più o meno attenta, più o meno consapevole, più o meno spettacolarizzita – rischia di fagocitare lo spazio dell’analisi e della comprensione profonda. Di pari passo il profluvio di discussioni – dalle trattative in sede europea ai “confronti” ospitati dai talk show – si muove dentro lo schizofrenico racconto di un’emergenza che non possiede più le caratteristiche (se mai le ha avute) per essere interpretata e affrontata come tale. Se così si può dire, stupisce che ci si stupisca che milioni di persone – con trend in ulteriore crescita – tentino di muoversi da un punto all’altra del pianeta nel legittimo tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita.

Il vizio di partenza sta qui, nel non accettare la radicale (non iniziata oggi) mutazione delle condizioni globali e insieme locali. Trasformazioni tanto estreme e repentine, oltre che geograficamente diffuse e allo stesso tempo interconnesse, da rendere inefficaci gli strumenti che fino a poco tempo fa ci potevano apparire – probabilmente a torto – adatti. Ecco perché l’ambizione di “governare” o “gestire” appare figlia di un errato approccio al fenomeno. Ogni tentativo viene messo in scacco da sempre più frequenti crisi che – se sommate tra loro – rappresentano la nuova forma di (dis)equilibrio dentro la quale siamo chiamati a muoverci. Leggi il seguito di questo post »

Appunti di lettura | 4.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on novembre 8, 2015 at 10:59 pm

12189550_10153623565846011_5906737014703441401_nNicola Melloni | I lati oscuri della sharing economy | Pandora
Uber e Airbnb hanno cambiato le tue abitudini per quanto riguarda il tuo modo di spostarti e di organizzare le vacanze? Qui un articolo che offre qualche riflessione su ciò che meno viene raccontato della – ancora presunta – rivoluzione scatenata dall’avvento della sharing economy.

Anche Fomiche dedica un numero speciale al tema dell’economia della condivisione. Qui l’editoriale che apre la rivista.

Kim-Mai Cutler | Airbnb, Proposizione F e l’ipocrisia condivisa della Bay Area Housing | http://techcrunch.com/
Se volete capirci qualcosa sul referendum per regolamentare Airbnb di qualche giorno fa a San Francisco qui trovate tutto ciò che vi serve. Tantissimi dati da incrociare per rendersi conto delle mille contraddizioni che attraversano il pensiero referendario e il business di Airbnb che si vorrebbe regolamentare.

Serena Danna | Tech, dollari e sfratti. Lotta di classe a San Francisco | La Lettura
Un pezzo di qualche tempo fa che spiegava come i flussi della rivoluzione tecnologica impattino sui territori (anche quelli abituati come San Francisco) lasciando ferite profonde.

Sam Shank | Cosa ho imparato registrando ogni minuto del mio tempo | Wired
Segnalazione personalissima. Il tempo è fattore determinante alla base di ogni nostra scelta, soprattutto quando ne possediamo quantità limitate che non bastano a far fronte ad ogni nostra attesa. Fare i conti con il tempo che abbiamo a disposizione è un primo passo fondamentale. Quando comincerò? Leggi il seguito di questo post »

Un’immagine sconvolgente. Un’immagine ricorrente.

In Ponti di vista on ottobre 8, 2015 at 5:17 am

città(pubblicato dal Corriere del Trentino il 7 ottobre 2015)

Non sbaglia Luca Malossini (sul Corriere del Trentino di domenica 4 ottobre) a sottolineare la ricchezza dei temi collegati all’evoluzione del vivere urbano e la necessità di riflettere sulla strada che dovrebbe imboccare per il futuro la città di Trento. L’immagine di Marius carbonizzato nel suo rifugio nella periferia nord della città – così come quella di Aylan, il giovanissimo profugo siriano morto sul bagnasciuga turco, ormai simbolo del tragico esodo in atto nel Mediterraneo – é si sconvolgente, tanto da risvegliare le nostre coscienze, ma é anche dannatamente ricorrente. Nei giorni scorsi, riordinando libri in casa, mi sono imbattuto in una foto. Anno 2005, fine settembre. Esattamente dieci anni fa. L’interno del capannone principale dell’ex Sloi – oggi tristemente abbattuto – illuminato per l’occupazione promossa dal Laboratorio sul Moderno, associazione attivissima in quegli anni. Partecipai all’allestimento della fabbrica e presi parte a una tavola rotonda – insieme a me Antonio Rapanà e Charlie Barnao – che da un lato denunciava le carenze del sistema di bassa e bassissima soglia attivo a Trento e dall’altro rifletteva su ciò che significa, in termini complessivi e articolati, “interessarsi di” e “interagire con” i margini, geografici e non, della città.

Nel primo campo si é fatto molto – non tutto ovviamente – anche grazie alla spinta di chi che negli anni ha stimolato, pressato e aiutato l’amministrazione ad attrezzarsi con i servizi più adeguati ai bisogni che di volta in volta emergevano. La città nel suo complesso si è dimostrata capace di offrire soluzioni diversificate e percorsi d’inclusione sufficientemente presidiati. Ciò che è mancato davvero in questi dieci anni, il tempo a cavallo di tre legislature, è una visione d’insieme di ciò che significa essere città. Una città non solo fatta di strade e piazze, di investimenti e urbanizzazione ma anche dei diversi corpi che la riempiono e che con le loro azioni determinano trasformazioni ben più radicali di quelli che l’urbanistica, da sola, riuscirebbe a produrre. Leggi il seguito di questo post »

Il Trentino come terra solidale. Fino a prova contraria.

In Ponti di vista, Supposte morali on settembre 23, 2015 at 10:51 pm

francesco romoliCome formula giustificativa – quando avviene qualcosa di spiacevole in Trentino, soprattutto se di stampo razzista e discriminatorio – le istituzioni ripetono in automatico: “Questa è terra storicamente sensibile, accogliente e solidale”. Peccato che il curriculum vitae di una comunità – anche qualora fosse effettivamente immacolato – non ci garantisce per il presente, figurarsi per il futuro. Verrebbe da dire – per comprendere l’impossibilità di descrivere con precisione le traiettorie dell’agire umano – “sono certo di non aver ucciso nessuno, fino a questo momento…”. Questa frase dovremmo ricordarcela tutti quando ci scandalizziamo di fronte all’accusa che anche il territorio trentino sia vittima di un generale imbarbarimento nei rapporti interpersonali e di una crescente insofferenza nei confronti del diverso.

In questo tempo bislacco – dominato dalla categoria della nemicità come fondamento dell’affermazione di una propria identità  – perché mai questa piccola terra di montagna dovrebbe differenziarsi dalle altre. Non certo per tradizione, perché non c’è niente di immutato nelle relazioni che ci uniscono a chi ci circonda, messe in ogni momento alla prova dalla convivenza e dalle sue innumerevoli incognite. Non per comodità, essendo l’apertura verso l’altro da noi posizione scomoda per definizione perché rende lo spazio che abitiamo un contesto in trasformazione, di cui il conflitto è motore potente e dai comportamenti non del tutto prevedibili. Allora perché?

Partiamo dai sintomi del male, per capirne la cura. L’11 agosto 2015 è uscito sul Corriere del Trentino un editoriale di Ugo Morelli dal titolo “Scene di vita, ordinario razzismo”. E’ il racconto dei commenti, non proprio edificanti, di alcuni passeggeri di un autobus di fronte a due addetti dell’azienda dei trasporti pubblici colpevoli di…essere neri e, apparentemente per questo motivo, non degni di quel ruolo di controllo e responsabilità.
E’ come se la chiacchiera “da bar” avesse varcato i confini – spesso alcolici – del bancone riversandosi sulla città, modificandone almeno in parte il linguaggio e gli atteggiamenti.

A distanza di qualche settimana – siamo a settembre – il dibattito che si svolge dentro l’aula del Consiglio Provinciale durante la discussione del disegno di legge di iniziativa popolare contro le discriminazioni sessuali appare totalmente allineato a questo nuovo registro e ne diventa in un certo senso rappresentanza politica. Si parla di armadilli, di masturbazioni in classe, di “putelote” che devono giocare a pallavolo. Uno “spettacolo” poco edificante che temo sia lontano dal potersi dire concluso. Leggi il seguito di questo post »

Indignazione e spaesamento. Impotenza e azione. 1% vs 99%. Paradigmi da cambiare radicalmente. Confini inutili.

In Occhi sul mondo, Ponti di vista on settembre 6, 2015 at 12:20 am

JoshAdamskiNon mi va di passare per cinico perché non condivido convintamente la foto del piccolo Aylan Kurdi, morto a tre anni naufragando sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Non riesco ad appassionarmi alla discussione sulla correttezza (deontologica, politica, ecc.) della scelta di pubblicare quell’immagine sulle prime pagine dei quotidiani e non mi sogno nemmeno di giudicare chi ha deciso di contribuire a rendere virale online postandola sulle proprie bacheche Facebook e Twitter. Indignarsi è legittimo, addirittura vitale laddove significa non accettare il fluire, spesso tragico, degli eventi che ci circondano.
Mi chiedo però se valga questo semplice metro di giudizio. Se solo una persona in più dopo la tragica fine di Aylan – e la sua trasmissione a media unificati – si dirà sensibilizzata allora aver affondato quel pugno comunicativo sarà giustificato? Non sono del tutto convinto di questa interpretazione, o meglio la trovo gravemente insufficiente. Se solo gli scatti che hanno fermato su pellicola le immani tragedie del Novecento avessero davvero agito in questa maniera (da catalizzatori di attenzione e riflessione, da pungoli accuminati per coscienze dormienti, da monito di fronte al ripetersi ciclico della storia) oggi probabilmente non ci troveremo nella condizione di aver iniziato un nuovo “secolo degli assassini” subito dopo esserci detti che quello precedente sarebbe stato l’ultimo, irripetibile. Altro che “restiamo umani”… Quest’incapacità conclamata di imparare dal passato ci dice che si è ampliata a dismisura la platea dei (dis)umani o forse  –  è questa l’ipotesi che io sostengo  –  abbiamo sottovalutato la violenza potenziale che pulsa dentro ognuno di noi, che ci definiamo orgogliosamente umani, o più semplicemente buoni. Leggi il seguito di questo post »