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Posts Tagged ‘innovazione’

Andrà tutto bene, se…

In Ponti di vista on marzo 14, 2020 at 3:09 pm

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Nell’ultimo pacco di libri che è arrivato e ho aperto in libreria – ormai due giorni fa, il prossimo sarà immagino tra diverso tempo – c’era Un’altra fine del mondo è possibile, scritto a sei mani (e una miriade di cervelli) da Pablo Servigne, Raphaël Stevens, Gauthier Chapelle. Non è un testo pessimista, anzi. Si trova nella collana Visioni, scelta editoriale lungimirante dell’Istituto Treccani. Una serie di volumi importanti, alcuni fondamentali.

“Alcune cose si vedono bene solo con occhi che hanno pianto”. La citazione di Henri Lacordaire – illuminante – che introduce un ragionamento articolato che tenta di partire da dove siamo (sull’orlo di un precipizio, da prima della comparsa del Covid19) per metterci nelle condizioni di arrivare a un’altra fine, intesa non come tragedia ineluttabile ma come opportunità di attivarsi per un Mondo diverso e migliore. “Per ripensare il modo in cui vediamo il mondo, cioè l’essere nel mondo.” La chiamano collassosofia.

“Il virus è la verità. Il virus dice la verità. Il virus strucca e palesa il mondo.” Così scrive Ivan Carozzi in un articolo pubblicato su CheFare, portale che come sempre fa da condensatore di pensieri giustamente laterali. Il virus ha messo a nudo – e continuerà a farlo – contraddizioni che già esistevano. Errori di sistema che ci eravamo abituati ad accettare. In molti li avevano già segnalati, spesso inascoltati. Basti pensare alla lentezza e all’ambiguità europea o all’ottusità autodistruttiva dei leader nazionalisti. Al conflitto irrisolto – e irrisolvibile dentro lo schema fin qui utilizzato – tra salute, lavoro e profitto. Alla drammaticità delle diseguaglianze che, dentro una fase di eccezioni, si mostrano in maniera ancora più evidente. All’insostenibilità di un modello di sviluppo che è tanto causa quanto vittima del virus che in queste settimana lo mette in crisi. Il virus è stato quindi detonatore e acceleratore, capace di mettere in piena luce la realtà per quella che è.

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Grandi opportunità (e un rischio) di un Sindaco oltre

In Ponti di vista on gennaio 22, 2020 at 1:57 pm

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SìAmo Trento è il nome scelto per la coalizione di centro-sinistra che a Trento correrà alle elezioni amministrative del prossimo maggio. Una dichiarazione d’amore e il segno della comune intenzione di dar vita a un progetto condiviso e plurale. Un buon inizio. Chiusa una fase caratterizzata da una pericolosa lentezza se ne apre un’altra – quella della campagna elettorale – dal ritmo frenetico.

In soli sette giorni sono stati molti i momenti in cui è stata sperimentata l’idea di campagna porta a porta, abitando la prossimità delle piazze e dei bar, dei piccoli punti di ritrovo di quartiere. Hanno preso velocità anche le iniziative delle forze politiche facenti parte la coalizione, iniziando il necessario percorso di riconoscimento reciproco nei confronti di  un candidato che – a differenza di quanto avvenuto negli ultimi trent’anni – non è diretta espressione di nessuno dei partiti. Una personalità fuori da quegli stessi partiti si è cercata negli ultimi mesi, dando quasi per scontato che i confini tra il dentro e il fuori siano netti e per nulla porosi. Fosse davvero così si correrebbe il rischio di pensare che l’alterità della figura del candidato scelto rispetto al recente passato politico e amministrativo di questo territorio metta al riparo i protagonisti di quella stagione (tanto i singoli quanto le forme organizzate) da una necessaria analisi critica di ciò che è stato, collegata a una progettazione inedita della città che sarà. Sarebbe un tragico errore, sia per l’orizzonte breve che conduce fino alla scadenza elettorale che per quello più disteso che guarda, per approssimazione, ai prossimi venti o trent’anni.

Un libro per la città. E il fiume da riportare al centro.

In Ponti di vista on luglio 3, 2019 at 7:11 am

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Scrivere di Trento, così come abbiamo fatto insieme ad altri ventitre autrici e autori nel volume La Trento che vorrei (pubblicato a inizio mese da Helvetia editore), significa accettare la sfida che ogni città deve periodicamente darsi. Guardarsi e riflettere su di sè, agendo poi di conseguenza muovendosi verso il futuro. Un’esigenza quanto mai urgente nel momento in cui non è ancora metabolizzato lo shock profondo determinato dal cambio di orizzonte politico a livello provinciale e non è più rimandabile un passaggio di discontinuità nella classe dirigente che ha retto le sorti della città negli ultimi trent’anni, con la non ricandidatura del Sindaco uscente Alessandro Andreatta e di fatto l’esaurimento della fase politica iniziata con l’elezione di Lorenzo Dellai nel 1990. La Trento che vorrei propone un catalogo di ricordi e racconti, sollecitazioni e interpretazioni – ovviamente non esaustivo – che prende in considerazione questioni puntuali e specifiche (la mobilità e l’ecologia, la tecnologia e l’innovazione, l’immigrazione e la cittadinanza, l’istruzione e la cultura, il rapporto tra generazioni e tra territori) e stimoli che hanno a che fare con una più ariosa definizione del corredo valoriale di cui la città vuole munirsi. Quindi una città ibrida e conviviale, desiderante e collaborativa, consapevole del proprio passato e coraggiosa nel prendere in mano il proprio destino, poetica ed educante, europea e alpina, stimolante e capace di far sentire ognuno partecipe nel dispiegarsi della vita comunitaria e nella cura quotidiana del bene comune.

Scrivere un libro significa mettere mano al tempo che sembra sfuggire al controllo, sotto accelerazione continua. Tempo che non siamo disposti a “perdere” per concederci al confronto, alla riflessione, alla contaminazione generativa, e che va quindi recuperato e sincronizzato. Fare questo significa restituire senso allo spazio che abbiamo smesso di occupare trasformandolo in luogo, piattaforma vitale sulle quale raccogliere le speranze e le paure, le energie e i desideri condividendoli con la comunità di cui si fa parte. E’ dalla prossimità che possiamo ripartire, lì dove – nell’incontro – uomini e donne possono elaborare nuovi modelli di alleanza e co-progettazione. Significa infine rimettere al centro la parola, vilipesa da un dibattito pubblico sempre più spigoloso e polarizzato.

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Il futuro della Politica sta nel risalire la corrente…e imitare il salto di Fosbury

In Ponti di vista on novembre 13, 2018 at 10:27 am

dick-fosburyAnno 1968. Dick Fosbury vince la gara del salto in alto alle Olimpiadi di Città del Messico. Lo fa stupendo il mondo, modificando per sempre la tecnica di salto. Dalla transizione ventrale si passa a un movimento con l’asticella approcciata di schiena, dopo una rincorsa arrotondata invece che lineare. Un azzardo. Una rivoluzione della tecnica fino ad allora utilizzata.

Osservando il contesto politico e sociale – in Trentino e non solo – risulta evidente l’urgenza di ripercorrere metaforicamente la coraggiosa storia di Dick Fosbury. Un cambio di paradigma, tanto nei contenuti quanto nelle forme, con l’obiettivo di mettere in campo risorse e idee per la definizione di un un nuovo campo possibile per il confronto politico e per l’azione che ne dovrebbe conseguire.

Ma a chi si può rivolgere un ragionamento di questo tipo che ha le ambizioni, e allo stesso tempo tutti i limiti, di un appello? A chi si ritrova, spaesato e deluso, dentro gli angusti confini della fu coalizione di centro-sinistra autonomista? Non basterebbe. A tutti coloro che rivendicano orgogliosamente la differenza dai “barbari” che con una certa superficialità si teorizza abbiano occupato le istituzioni democratiche mettendone a repentaglio il normale funzionamento? L’identità e la nemicità sarebbero all’inizio due buoni collanti ma mostrerebbero (e mostrano già) i propri limiti. E allora a chi? A tutti – partendo dalla prossimità multiforme e non lineare della comunità – e a ciascuno, tentando di ridare corpo al ruolo della cittadinanza come infrastruttura minima dell’agire politico. 

Trovato, pur in maniera generica, l’uditorio che vorremmo raggiungere il passaggio successivo riguarda l’orizzonte da darsi. Con le elezioni del 21 ottobre in Trentino il non ancora che pensavamo ancora lontano dall’arrivare si è materializzato in forme – una certa idea di futuro e di mondo – che fatichiamo a riconoscere, che stressano le nostre certezze (che pure già scricchiolavano in precedenza), che cambiano radicalmente il contesto dentro il quale ci muoviamo. 

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Commonfare in Trentino, un dibattito da aprire…

In Ponti di vista on settembre 25, 2018 at 8:03 am

strada_T H O M A S • K A K A R E K O

[Una mia breve introduzione ai materiali degli atti convegno Commonfare svoltosi il 23 aprile 2017 a Impact Hub Trentino]

“Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere.”Così Antonio Gramsci si esprimeva, descrivendo il senso di incertezza tra il non più che ci si lascia (volenti o nolenti) alle spalle e il non ancora che prende forma a fatica di fronte a noi. Condizione in divenire non sufficientemente a fuoco per permetterci di definirne in maniera precisa i contorni di un futuro che tende – almeno per il momento – a spaventarci più che ad attrarci. Consapevole della pericolosità di stare per troppo tempo nella terra di mezzo, Antonio Gramsci descriveva il rischio del montare delle tenebre dell’indeterminatezza sui contorni del domani.

Ecco motivo fondamentale, molto concreto – che si fa molla per ragionare, per approfondire, per mettere in moto un pensiero collettivo – per essere certi che la riflessione attorno al progetto Commonfare sia necessaria anche in Trentino. Edgar Morin – da sempre attento osservatore dei processi sociali e politici – così esprime la sua preoccupazione nei confronti del mondo che viene e sollecita interpretazioni migliori delle dinamiche emergenti:

“Comprendere il nostro tempo significa comprendere la mondializzazione che trascina l’avventura umana, divenuta planetariamente interdipendente, fatta di azioni e reazioni, in particolare politiche, economiche, demografiche, mitologiche, religiose; significa cercare di interrogare il divenire dell’umanità, che dai motori congiunti scienza/tecnica/economia è spinto verso un “uomo aumentato” ma per nulla migliorato, e verso una società governata da algoritmi, tendente a farsi guidare dall’intelligenza artificiale, e nello stesso tempo, a fare di noi delle macchine banali” Leggi il seguito di questo post »

2018. Di libri, oroscopi e nuovi equilibri.

In Ponti di vista, Supposte morali on gennaio 18, 2018 at 11:15 pm

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Il giro largo. La prendo larga e mi metto in moto. Per rispetto delle mie precedenti esternazioni sulla necessità di rivolgere lo sguardo altrove per arrivare lì dove si deve e per non rischiare di stare un minuto di più in quello che in un ironico e curioso pamphlet Franco La Cecla definisce il “posto sbagliato”. Via quindi…

“Il passato diventa un alibi a un certo punto della vita, un calco su cui far scivolare il presente, convinti che esso sia nient’altroche una buona ginnastica di manutenzione. Cosa ci vuole perché questo giro si rompa e lanci il sellino della giostra fuori dal cerchio? Ci si può fare male, certo, ma non è peggio illudersi che lo stesso paesaggio ogni volta sia diverso?”

“Quando accade? Quando un granello di polvere in più fa cadere l’intera baracca. Quando ci si stanca dei propri giudizi su noi stessi, quando la nostra faccia allo specchio ci appare preoccupata e pronta a fuggirci. E’ una forma di grazia perché per buona parte non è agibile con la sola volontà. C’è in questo scatto l’accumulazione di piccole morti e di altrettante resurrezioni.” [1]

Negli ultimi anni ho destinato a questo blog le mie riflessioni. I miei ponti (di vista) verso ciò che mi sta attorno. Sette anni – mediamente intensi, con sfumature e toni diversi – di appunti, di racconti, di sentimenti tradotti in parole. Di immagini e suoni, lì dove ce ne fosse bisogno. Un diario costante e fedele, nel quale hanno trovato spazio – senza troppe regole – visioni che facessero riflettere (anche arrabbiare, magari…) e tentassero di non lasciare indifferenti. Che aggredissero le minuscole o gigantesche questioni del presente e gettassero le basi per, contribuire a, dare forma al futuro. Che mi rappresentassero in tutta la mia (consapevole) fallibilità e (gioiosa e rivendicata) incoerenza. Leggi il seguito di questo post »

Appunti di lettura | 44.

In Libri con le orecchie... on gennaio 9, 2018 at 10:20 am

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Come inizia questo 2018? Ne scriverò a breve, dandomi lo spazio per riflettere insieme di questioni generali e personali che in questo tempo piacevolmente e radicalmente si incrociano aggiungendo allo stesso tempo confusione e curiosità del prossimo futuro.
Scrivere – soprattutto se non si vogliono ripetere all’infinito le stesse cose, inutilmente – richiede concentrazione e giusti ritmi, che finite le vacanze spero di ritrovare. Intanto la cosa che mi riesce meglio é rifugiarmi lontano dalla cronaca, tenere al minimo volume le prime fasi della campagna elettorale e allungare occhi e orecchie verso tutto ciò che di curioso mi passa nelle vicinanze. Questo lavoro di raccolta ed elaborazione mi sembra l’unica cosa utile da fare in questo momento, arricchendo il bagaglio che porto con me e che mi serve aggiornare e migliorare giorno dopo giorno. Qui sotto un po’ di arretrati dall’anno che si é appena chiuso e qualche primo spunto di 2018.

Se arrivate all’ultimo articolo della lista (oltre a ricevere un premio per la costanza) troverete il mio principale proposito per l’anno nuovo. 

Futuri diversi (non tutti desiderabili)

Andrew O’Hagan | The Fiction Machine | Rivista Studio
Daniele Rielli |
Andrew O’Hagan e la scissione digitale dell’io | La Stampa
Il tema della privacy, della tecnologia invasiva, delle trasformazioni che colpiscono le nostre vite quotidiane. Tutto attraverso la lente d’ingrandimento o di deformazione della letteratura che oggi si chiede se ci sia ancora spazio per la realtà o se quest’ultima ormai abbia riempito anche lo spazio dell’immaginazione. “Eravamo dipendenti dalle malattie del web molto tempo prima che capissimo come la tecnologia avrebbe cambiato le nostre vite.  Leggi il seguito di questo post »

Appunti di lettura | 43.

In Ponti di vista on dicembre 28, 2017 at 11:17 pm

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Ultimo appunto per il 2017. Tante parole che – questa è la speranza – possano essere la base su cui costruire la consapevolezza di uno sguardo rivolto al domani, da costruire insieme piuttosto che semplicemente attenderlo.

“Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile”. Luigi Pirandello.

Due interessanti spunti – quasi di metodo – prima di iniziare l’abituale “listone”.

Giovanni De Mauro | Meglio | Internazionale
Il 2017 (questo é un anticipo su un testo di passaggio verso il nuovo che mi sono promesso di scrivere) mi ha spesso sopraffatto con il suo troppo. Troppo di tutto in una sovrabbondanza che descrive un contesto – culturale, politico e sociale – che tende più alla saturazione che al vuoto. Raccolgo lo spunto di De Mauro, rivolto ai giornalisti in particolare, che fa bene a ognuno di noi. “Per evitare l’affaticamento da troppe notizie, Ariana Tobin chiede ai giornalisti di selezionare di più, di stabilire delle priorità, di chiedersi sempre se quello che si sta per scrivere vale davvero il tempo di chi legge. Meno, e meglio: sembra davvero un buon proposito.”

Maurizio CartaFuturo: nutrire l’intellettuale collettivo per coltivare un diverso presente | unipa.it
Molti sono quelli – io per primo, costantemente – che mi riempio la bocca della frase: “serve il coraggio di guardare al futuro”. Chi oltre alle parole (pur importanti) nel futuro ci mette testa, mani e spirito di condivisione é Maurizio Carta, che spesso leggete in queste mie raccolte di pensieri utili. Leggi il seguito di questo post »

Appunti di lettura | 42.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on dicembre 1, 2017 at 1:26 am

People_Tubo

La crisi (da risolvere) della politica.

Mauro MagattiQuesta politica è lontana dai problemi reali del paese | Corriere della Sera
Sarà che il suo ultimo libro si intitola Cambio di paradigma e mi sento molto affine a questo approccio trasformativo ma trovo le riflessioni di Mauro Magatti sempre puntuali e utilissimi per capire quali siano le condizioni da ricercare per rimettere in moto un dialogo efficace sulle prospettive dell’economia. “Oggi le difficoltà individuali — non più anestetizzate dall’immagina-rio di una crescita illimitata — stagnano nel vissuto quotidiano, alimentando quel risentimento che affiora ormai senza più alcun freno inibitore.” E ancora “In questa situazione è giusto chiedere ai partiti che si apprestano a cominciare una lunga campagna elettorale di dire chiaramente come pensano di risolvere il rebus che abbiamo davanti: interrompere il decalage intergenerazionale riattivando la crescita senza far finta di non sapere che ciò non basterà per placare il grido di rabbia che sale da ampie parti del corpo sociale; soprattutto se non si metterà mano a quelle riforme strutturali che il Paese aspetta da anni (e che, cambiando assetti consolidati, sono sempre, in certa misura, dolorose). Sarebbe già tantissimo avere il coraggio di dire la verità al Paese. Forse un atto di parresia potrebbe coagulare le tante forze positive e costruttive che ancora esistono nel Paese.” Leggi il seguito di questo post »

Autonomia, il cambio di sguardo di cui l’Europa ha bisogno.

In Ponti di vista, Uncategorized on novembre 16, 2017 at 10:49 am

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di Michele Nardelli e Federico Zappini

La questione catalana sembra essersi incagliata nella storia del Novecento. Se non sapremo proporre un approccio diverso, indicare nuovi scenari, immaginare paradigmi inediti, sarà ben difficile disincagliarla. E se l’orizzonte di ciascuna delle parti (ma anche dell’Europa e a ben vedere di ognuno di noi) rimane ancorato ai concetti di sovranità da un lato e di autodeterminazione dall’altro, sarà difficile venirne a capo. Può infatti sembrare paradossale, ma nella contrapposizione sulla Catalunya i principali protagonisti la pensano sostanzialmente allo stesso modo.
La situazione non è poi così diversa da ciò che avvenne nel 1999 nella crisi del Kosovo, oggi silenziata ma non per questo risolta, tanto è vero che per il diritto internazionale il Kosovo è ancora una regione della Serbia nonostante la sua indipendenza sia stata riconosciuta da 114 Paesi.

Vent’anni dopo lo scenario non cambia, o è forse addirittura più preoccupante. Leggi il seguito di questo post »