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Pensare e agire altrimenti

In Ponti di vista on gennaio 4, 2021 at 6:47 am

Agitu è morta.

Tutto intorno la montagna buia d’inverno, ancora più silenziosa sotto la spessa coltre di neve fresca e dentro un tempo che al distanziamento ci ha drammaticamente abituati. Ci sentiamo – inutile negarlo – disorientati come nel bosco fitto nel bel mezzo di una bufera. Persa un’esperta e attenta compagna di viaggio, una guida per molti versi, le tracce del sentiero per attraversare la selva si fanno meno chiare. Il nostro passo è incerto, il pensiero confuso, la vista sfocata.

Agitu è stata uccisa.

Spaesati ci troviamo a fare i conti con un atto brutale che interrompe il flusso denso e multiforme di un’esistenza, quella di Agitu, posta nel mezzo di una costellazione composita di centinaia di uomini e donne, attivate e partecipi dentro un campo energetico che in lei aveva il fulcro più vitale e contagioso.

Spazi interrotti.

Si è incrinato uno spazio di possibilità che aveva nell’ibridazione – culturale e imprenditoriale, di genere e di identità – il suo valore aggiunto di innovatività, la sua anima concretamente utopica, la sua quotidiana e faticosa – e perché no, talvolta anche incoerente – prassi operativa e trasformativa. Un margine abitato e reso abitabile, per dirla con Bell Hooks, che non è confine che separa ma soglia verso ciò che potrebbe essere. Resistenza e desiderio, che devono confrontarsi con la natura imperfetta e mai pacificata della natura umana. Essere molteplice e non statico, in costante trasformazione. Un ridefinirsi che gode degli incroci tra diversità e non nega la dimensione conflittuale.

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Rallentare, semplificare, progettare

In Ponti di vista on ottobre 24, 2020 at 4:41 am

RALLENTIAMO, prima che ci si debba fermare.
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SEMPLIFICHIAMO ORA, per non dover rinunciare alla complessità domani.
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Utilizziamo la crisi per RIPROGETTARE tempi e modi delle nostre esistenze.
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Con un piede abbondante dentro quella che chiamano “seconda ondata” è chiaro che – come lo è stato a marzo, e in generale lo è sempre stato – il problema che rende così complicato orientarsi dentro il mondo nuovo che stiamo per trauma conoscendo è individuare un punto di equilibrio tra salute ed economia.
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“Non dobbiamo morire di Covid ma non possiamo per questo morire di fame” è una delle frasi più ripetute in queste settimane.
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Sono pessimista da questo punto di vista.
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Temo che ci siamo spinti troppo oltre. La complessità (oltre che la pervasività e l’ingordigia) dei meccanismi economici e finanziari rende estremamente difficile trovare forme che ci mettano al riparo dall’incertezza che stiamo vivendo in questi mesi.
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E’ esplosa la bolla più grande. Quella che lega (o legava?) l’economia globale alla nostra quotidianità.
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E’ saltato – causa virus – il frame narrativo che da inizio millennio ha contraddistinto l’avanzare scomposto e montante di quella che abbiamo chiamato globalizzazione.
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Non predico e neppure mi auguro il crollo immediato e fragoroso del capitalismo neoliberista (in forma di lockdown planetario in un fine settimana di inizio inverno) ma prendo atto che ne decisori politici ne economisti riescono a trovare una soluzione adeguata a sviluppare la necessaria transizione verso altro modello.

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Immunità e comunità. Il bisogno di un patto, oltre l’emergenza.

In Ponti di vista on ottobre 16, 2020 at 8:48 am


Lettera a noi (in divenire) nel tempo del virus.

Dire che la pandemia da Covid19 ha sconvolto le nostre abitudini è allo stesso tempo una banalità e una (mezza) bugia. Può sembrare una contraddizione, ma è proprio così. 

Da un lato sono venute meno alcune nostre certezze. Le mani non si toccano, gli abbracci si negano. I tempi di vita (al lavoro, in casa e a scuola, nella socialità e negli affetti) si trasformano. Lo spazio – che avevamo immaginato ospitale e senza limiti – si restringe.

Il respiro si fa affannoso, anche senza contrarre la malattia.

D’altro canto – un po’ per la conformazione del nostro cervello e un po’ per comodità – la tentazione è quella di riannodare, così com’erano, i fili strappati all’inizio della primavera di quest’anno.

Lo ammetto. Capita anche a me. Di mattina quando apro due punti e la attraverso da porta a porta immagino di rivederla invasa di corpi che la animano nell’interazione promiscua e vitale di sguardi e carezze, di discorsi e domande, di sudore e sospiri, di curiosità e condivisione.

Per il momento non può essere così.

Nella precaria quotidianità del contesto che viviamo dallo scorso marzo siamo chiamati a trovare forme di diverso equilibrio, di intelligente alternativa. Non per ri-partire, quanto per ri-generare.

Lo spiegano con grande chiarezza Mauro Magatti e Chiara Giaccardi.

“Il concetto di resilienza è una traduzione attiva del trauma. Siamo resilienti non solo se siamo capaci di assorbire lo shock ma se, nel momento in cui assorbiamo lo shock, rispondiamo alla provocazione della realtà cambiando alcuni modi di fare, di essere, di ragionare, di operare che erano forse consone alla realtà precedente, ma dopo il cambiamento non lo sono più.”

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La democrazia si ricostruisce da vicino

In Ponti di vista on febbraio 23, 2020 at 11:23 PM

tv

“Qual è il doppio di sei?”
“Siamo”.

Riprendo il testo della vignetta di Charles Schulz utilizzata da Ugo Morelli nei giorni scorsi per parlare della crisi – culturale e di governance – del sistema cooperativo trentino. E’ perfetta anche per allargare lo sguardo allo stato di salute, certo non buono, della Politica in Occidente.

  1. Viviamo in un’epoca di scarsissima fiducia nei confronti della democrazia.
    Una corposa ricerca (su 154 Stati con dati relativi agli ultimi 25 anni) condotta dal Centre for the Future of Democracy dell’Università di Cambridge ci dice che il 58% dei cittadini non è più soddisfatta del sistema democratico. Un segnale di cui non si può non tenere conto. Una crisi che impone riflessione e azione.
    [https://www.ilpost.it/2020/02/16/crisi-democrazia/]
  2. La Politica senza mani sul volante, impotente e inefficace. Negli Stati Uniti e nei paesi europei che maggiormente hanno subito la crisi economica del 2008 la flessione è più marcata. La Germania tiene, ma non senza peculiari problematiche. La fiducia nella democrazia aumenta lì dove (Ungheria, Russia, Polonia) questa sperimenta – e rivendica – una declinazione illiberale, dove la verticalità e rapidità delle decisioni di “uomini forti” sostituiscono l’orizzontalità e l’articolazione della discussione collegiale e parlamentare, all’apparenza troppo lenta per rispondere alle sfide che si trova a dover affrontare. Questa tendenza non è ineluttabile, ma per metterla in dubbio serve comprenderne le cause e saperne leggere gli effetti.
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La Politica è amare un uomo che ancora non è nato.

In Ponti di vista, Supposte morali on febbraio 1, 2019 at 8:13 am

plastica

E’ un tempo di mancanza e di bisogno. Mancanza di Politica e bisogno di Politica. Come pratica della cura e azione che interroga il reale. Della Politica non possiamo fare a meno. Non possiamo ridurla a inseguimento del quotidiano o aderenza a un continuo presente, che non passa. Dobbiamo riappropriarci del desiderio della Politica. Ma come? Come pensare – l’apparentemente – impensabile?

Per Albert Camus “la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che ancora non è nato”. Ecco il livello della sfida. Dopo dieci anni di crisi – al plurale – va messo in campo un modello economico capace di impattare sulle crescenti diseguaglianze, di sostituire la competizione con la cooperazione. Con l’approssimarsi del default ecologico dobbiamo ri-farci Natura, rientrando nei limiti che abbiamo superato. Schiacciati dal peso di tecnologie pervasive possiamo rivendicarne il controllo, anteponendo al potere regolatorio dell’algoritmo la mitezza dell’empatia e la meraviglia della creatività. Di fronte a spinte demografiche che cambiano i connotati del pianeta possiamo rimpiangere le identità, riesumare le razze e tracciare confini o impegnarci per definire le caratteristiche di un Mondo nuovo, più giusto ed equilibrato, più meticcio e relazionale.

Ci serve una visione che diventi piano. Ci serve un ritmo diverso. Ci servono spazi.

Cambiare i paradigmi significa andare alla radice delle questioni. Offrendo sponda a tutti coloro che si impegnano – e vorranno impegnarsi – per “un altro mondo possibile”. Alzando l’asticella e superandola cambiando l’agenda politica invece di subire quella che ogni giorno viene proposta da altri. Progettando una fuga in avanti, non ostinandosi a difendere qualcosa – l’attuale condizione delle democrazie occidentale – da molti punti di vista indifendibile.

Uno degli inneschi possibili lo si trova dentro il Green New Deal proposto tra gli altri da Yanis Varoufakis e dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez. Leggi il seguito di questo post »

Dalla prossimità al mondo. Un possibile vocabolario per il cambio dei paradigmi.

In Ponti di vista on dicembre 21, 2017 at 2:30 PM

Miniature businessman on map of EuropeNon si parte mai da zero. Abbiamo scelto di intitolare zero (dall’arabo sifr) il blog (http://www.zerosifr.eu/) che accompagna il “Viaggio nella solitudine della politica” che da qualche mese stiamo conducendo perché lo zero nella storia non ha rappresentato l’irrilevanza ma una vera e propria rivoluzione nella possibilità di svolgere operazioni matematiche complesse, fino a quel momento impossibili. Ambiziosamente auspichiamo che questo contributo al dibattito politico – in forma aperta e senza nessun tipo di copyright – possa avere lo stesso effetto nei confronti della necessaria ripoliticizzazione della società. Serve uno “zero” da introdurre nel sistema, capace di cambiare paradigmi inservibili e di mettere in comune sguardi oggi tra loro distanti e diversi.

Scarica la rappresentazione grafica dell’incontro del 16 dicembre scorso, dal titolo: “Autonomia, quel cambio di sguardo che serve all’Europa”. Le grafiche sono state curate da Alessandro Bonaccorsi

Incomprensioni | Dove impatta il “rancore” che il Censis ha descritto nel suo ultimo rapporto annuale? Aldo Bonomi ne parla da almeno dieci anni. E’ il sentimento di rabbia diffusa, latente, viscerale che avvelena le comunità e le relazioni che le compongono. Solo apparentemente si tratta di piccoli segni, di quotidiane incomprensioni, di lievi difetti di comunicazione. Sono invece il sintomo più evidente e pericoloso della crescente incapacità di agire la mediazione dei conflitti, di garantire spazio all’altro, di praticare la condivisione. Manca un vocabolario comune e mancano le chiavi per farne un buon uso. Leggi il seguito di questo post »

Guerra e pace

In Ponti di vista on settembre 7, 2014 at 3:59 PM

dawnCaro Beppe, Caro Gino
lo scontro tra l’afflato ideale del pacifismo e il richiamo alla realpolitik non è certo un argomento nuovo e di certo – a meno di stravolgimenti culturali ad oggi imprevedibili – non sarà l’ultima volta che le ottime ragioni dell’opporsi alla guerra si troveranno di fronte le altrettanto importanti (almeno nelle argomentazioni di chi perora questa causa) di chi sostiene la necessità di un intervento armato per porre fine alle barbarie che si verificano in questa o quella parte del pianeta. Non siamo di fronte ad una scelta semplice, e lo dimostrano i dubbi che in passato hanno colpito anche coscienze critiche (e cuori sensibili) come Alexander Langer quando bisognava decidere il da farsi rispetto alla guerra che insanguinava i Balcani, nel cuore dell’Europa. Questo tema porta con se molteplici contraddizioni; soprattutto quando il contesto nel quale ci si muove, gravato da una complessità esponenzialmente crescente, non garantisce che una scelta – in una o nell’altra direzione – possa rivelarsi senza conseguenze.

Ma siamo davvero certi che il cuore della discussione stia nella distinzione tra il “fare” e il “non fare”? Crediamo davvero che sia sufficiente questa divisione netta tra opposti per approciare un argomento tanto delicato? Non credete sia possibile – anzi, auspicabile – trovare uno spazio di discussione, e parallelamente di azione politica, che vada oltre questa stanca dicotomia?
Non per trovare un punto d’incontro a metà strada, una scappatoia sulla falsariga degli equilibrismi linguistici associati all’epoca delle guerre umanitarie, ma per descrivere un orizzonte altro. Leggi il seguito di questo post »

Un’insopportabile distanza…

In Ponti di vista on luglio 18, 2011 at 7:14 PM

22 giugno, Managua, Nicaragua. Aeroporto. Fuso orario. Sonno. Prima pioggia della giornata.
Da Managua la strada che si percorre fino a Matagalpa è un nastro d’asfalto di circa centoventi chilometri a due corsie. Solo in alcuni tratti raddoppia a quattro. Tutto attorno una natura rigogliosissima, su ampie pianure e sporadiche colline. Una vegetazione dal colore verde vivace che finita la stagione delle piogge – un “inverno” caldo e umido – lascerà spazio ad un’ampia zona desertica dalle tonalità gialle e rosse.
La velocità di percorrenza è bassa. Lungo il tragitto si devono superare decine di vecchi school bus americani destinati al trasporto pubblico e altrettanti camion in pessime condizioni che trasportano merci verso Matagalpa e spesso si vedono procedere lenti carichi di bestiame destinato alla capitale. Si impiegano circa tre ore, senza imprevisti, a percorrere questo tratto.
Qua e là, lungo tutta la strada, piccoli centri abitati o singole abitazioni. Bambini e donne. Animali e autovetture malandate. Bar e piccoli negozi di alimentari. Cieli azzurri e nuvole veloci. Leggi il seguito di questo post »