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Posts Tagged ‘siria’

Indignazione e spaesamento. Impotenza e azione. 1% vs 99%. Paradigmi da cambiare radicalmente. Confini inutili.

In Occhi sul mondo, Ponti di vista on settembre 6, 2015 at 12:20 am

JoshAdamskiNon mi va di passare per cinico perché non condivido convintamente la foto del piccolo Aylan Kurdi, morto a tre anni naufragando sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Non riesco ad appassionarmi alla discussione sulla correttezza (deontologica, politica, ecc.) della scelta di pubblicare quell’immagine sulle prime pagine dei quotidiani e non mi sogno nemmeno di giudicare chi ha deciso di contribuire a rendere virale online postandola sulle proprie bacheche Facebook e Twitter. Indignarsi è legittimo, addirittura vitale laddove significa non accettare il fluire, spesso tragico, degli eventi che ci circondano.
Mi chiedo però se valga questo semplice metro di giudizio. Se solo una persona in più dopo la tragica fine di Aylan – e la sua trasmissione a media unificati – si dirà sensibilizzata allora aver affondato quel pugno comunicativo sarà giustificato? Non sono del tutto convinto di questa interpretazione, o meglio la trovo gravemente insufficiente. Se solo gli scatti che hanno fermato su pellicola le immani tragedie del Novecento avessero davvero agito in questa maniera (da catalizzatori di attenzione e riflessione, da pungoli accuminati per coscienze dormienti, da monito di fronte al ripetersi ciclico della storia) oggi probabilmente non ci troveremo nella condizione di aver iniziato un nuovo “secolo degli assassini” subito dopo esserci detti che quello precedente sarebbe stato l’ultimo, irripetibile. Altro che “restiamo umani”… Quest’incapacità conclamata di imparare dal passato ci dice che si è ampliata a dismisura la platea dei (dis)umani o forse  –  è questa l’ipotesi che io sostengo  –  abbiamo sottovalutato la violenza potenziale che pulsa dentro ognuno di noi, che ci definiamo orgogliosamente umani, o più semplicemente buoni. Leggi il seguito di questo post »

Negli occhi di un bambino…

In Ponti di vista on settembre 3, 2013 at 7:24 PM
tumblr_lcnvf7vtZ31qdn78io1_500_2A volte il bambino di undici anni che c’è in me prende il sopravvento. Leggo che Barack Obama ha incontrato oggi i leader del Congresso ed è fiducioso che votino favorevolmente la sua ipotesi di attacco militare alla Siria. Un avvertimento, ma non solo. A undici anni, è normale, si ha un’idea del mondo fortemente semplificata. E allora io mi immagino il Presidente degli Stati Uniti – insieme ad altre persone di buona volontà – che arrivano fino al confine con la Siria, dopo aver camminato attraversato il Medio Oriente e attorno al Mediterraneo. Chiedono che cessino i combattimenti e si ridia spazio alla parole, alla discussione, al confronto. Lo fanno davanti a tutto il mondo e rivolgendosi a tutto il mondo. Immagino che le soluzioni si trovino in questa maniera piuttosto che attraverso le bombe sganciate da qualche aereo supersonico o sommergibile nucleare. Ovviamente a undici anni non si tiene conto degli interessi economici, dei veti incrociati, delle alleanze strategiche, dei nemici da annientare, delle ideologie. A undici anni non si capiscono molte cose di ciò sta attorno, tutto sembra sterminato. Ma forse si ha più chiaro cosa è certamente sbagliato. Poi si cresce velocemente…

f.

What’s your dream, Barack?

In Ponti di vista on agosto 29, 2013 at 10:24 PM

abomb-6Due leader neri. Due modi diversi di rappresentare l’America. Tra loro mezzo secolo lunghissimo. La fine del ‘900 delle guerre mondiali, della guerra fredda, delle grandi ideologie e delle personalità da ricordare. L’inizio del nuovo millennio che fatichiamo a sentire nostro. Frenetico, contraddittorio, non meno sanguinoso e guerreggiato. Nuovi equilibri mondiali, maggiori incertezze, la crisi economica dell’occidente. Un glorioso passato alle spalle, un incerto futuro di fronte.
Martin Luther King nel suo celebre discorso di Washington regalava alla storia una frase fortemente evocativa: “I have a dream”. Barack Hussein Obama – eletto per due volte alla presidenza degli Stati Uniti d’America – ne sembrava la rappresentazione più autentica, la classica chiusura del cerchio. Il realizzarsi del sogno americano. Sono passati cinquant’anni.

Due premi Nobel per la Pace. Molto diversi tra loro. Quello a King figlio della battaglia per i diritti civili condotta in prima persona, fino all’assassinio del 1968. Quello ad Obama prodotto di un immaginario tutto da verificare. In quel premio – ricevuto poco dopo il primo insediamento – c’era l’auspicio di un cambio di prospettiva. Dal neo-imperialismo americano ad un modo più orizzontale e dialogico di intendere le relazioni internazionali. Dall’interventismo unilaterale dei suoi predecessori ad un uso diverso (e limitato) dell’opzione militare nella risoluzione dei conflitti. Era un riconoscimento che oltre al suo valore simbolico doveva trovare legittimazione soprattutto nelle scelte di politica estera. Afghanistan, Iraq, Israele e Palestina, Iran. Leggi il seguito di questo post »