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Sulla soglia | 2. Del rumore e del rimettere insieme i pezzi.

In Ponti di vista on novembre 21, 2021 at 10:26 PM

sulla soglia appunti dentro e fuori 

2. Del rumore e del rimettere insieme i pezzi.

Un anno fa io e Beatrice ci ammalavamo di Covid19. Quindici giorni chiusi in casa.
Nessun sintomo evidente se non la perdita del gusto e dell’olfatto nelle settimane successive.
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A dodici mesi di distanza le cose vanno parzialmente meglio. Certo i contagi tornano ad aumentare – in alcuni contesti anche in maniera preoccupante – ma per il momento l’incrocio tra alta copertura vaccinale e misure di precauzione individuale tengono gli altri indicatori rilevanti da monitorare (il numero delle morti e dei ricoveri in terapia intensiva) a livelli ancora gestibili. [Qui qualche info da Il Post]
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Tutto attorno – almeno per quanto mi riguarda – si distende un contesto sociale, culturale e umano piuttosto faticoso da interpretare.
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Da un lato percepisco (anzi, subisco) la presenza di un fastidioso rumore di fondo, costante e appuntito. Non ha a che fare esclusivamente con la qualità sonora dei luoghi che si vivono, ma con la generale difficoltà di trovare e mantenere l’attenzione e la lucidità necessaria per sviluppare buoni ragionamenti e decisioni conseguenti. Come emerge dalle ricerche condotte da Daniel Kahneman, Olivier Sibony e Cass R. Sunstein il rumore costituisce un importante ostacolo alla possibilità di assumere scelte corrette, tanto ai più alti livelli della governance politica o economica quanto nella quotidianità delle relazioni interpersonali.
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Strano. Ho sempre adorato il noise.
Ma quella è tutta un’altra storia; fatta di chitarra, basso, batteria e molti amplificatori.
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Dall’altro lato – sulle molteplici linee di frontiera che nella mia azione politica vorrei saper abitare – sono decine i contesti nei quali bisognerebbe stare con curiosità e coraggio per ricucire rapporti, immaginare possibilità, elaborare progetti. Rimettere insieme i pezzi.

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Sulla soglia di un mondo nuovo

In Ponti di vista on dicembre 23, 2020 at 7:25 am

Mancano pochi giorni alla fine dell’anno. Difficilmente dimenticheremo questo 2020 e sarebbe assurdo non fosse così. La rimozione – in nome dell’ipotetico ritorno alla “normalità” – ci toglierebbe la possibilità, non scontata, di imparare da ciò che abbiamo vissuto, di far tesoro dell’esperienza per ritrovarci se non migliori almeno diversi.

E’ necessario prima di ogni altra cosa tentare di tracciare un bilancio. Esercizio difficile di fronte a uno scenario (tanto nelle dinamiche pandemiche, quanto negli impatti economici e sociali) ancora in movimento, dove la proiezione di medio termine sembra ridursi nella migliore delle ipotesi al fine settimana successivo.

Utili a diradare almeno un po’ la nebbia che ci circonda sono le analisi annuali del Censis. Il 2020 è quindi l’anno della “paura nera”, del ritorno iper-reale sulla scena di dolore e sofferenza. Si è incrinata la certezza di aver diritto a un benessere crescente, dentro un sistema-Paese che è disegnato come una “ruota quadrata, che gira faticosamente”. Conseguenza primaria è l’ulteriore avvitamento di quel “rancore psichico” che il rapporto già segnalava nel 2018. E’ la ricerca ossessiva di un nemico – di una minaccia – risultato dello spaesamento dei più (quel ceto medio diffuso che doveva avere funzioni di stabilizzatore sociale) di fronte a un Mondo il cui equilibrio economico, politico e sociale sta mutando in maniera sensibile.

E’ l’anno infine dello “squarcio del velo sulle nostre vulnerabilità strutturali” e – se ne sapremo fare buon uso – dell’apertura di possibilità per un obbligato “altrimenti” frutto di un ripensamento dei paradigmi fondanti il precedente modello di riferimento, quello che ci ha portati fin qui.

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Nei territori e nelle comunità le fondamenta della democrazia

In Ponti di vista on ottobre 30, 2020 at 5:07 PM

E’ simbolico – e importante – tornare a parlare della dimensione territoriale dell’azione politica proprio nel momento in cui siamo vittime di regole che impongono il distanziamento, che ci impediscono di riunirci.

“La politica è assembramento” ci ricorda Luigi Manconi. Senza la possibilità del confronto partiamo svantaggiati. Perso il valore dell’incontro ci troviamo disarmati, inermi, soli.

Non è un caso che della crisi della democrazia nella sua forma più prossima ai cittadini si discuta oggi nel momento in cui istituzioni e politica – a livello planetario – faticano a far fronte alla pandemia. Nei suoi impatti sanitari (spesso per i gravi errori commessi proprio nella gestione della medicina territoriale), socio-economici (dove la fragilità del modello neoliberista scarica le proprie esternalità negative sul tessuto sociale più fragile) e comunitari, dove al non riconoscimento reciproco si accompagna una crescente solitudine.

Il Covid19 ha funzionato da evidenziatore delle criticità esistenti. Ha mostrato i limiti dell’architettura politico-amministrativa fin qui utilizzata (dalle istituzioni del diritto internazionale, passando per l’Europa e gli Stati nazionali fin giù alle Regioni e ai Comuni), ha messo a nudo la loro difficoltà di lavorare in modo sinergico e ha testimoniato la generale inadeguatezza di una classe dirigente ancorata ai paradigmi del passato diventati inservibili.

Fin qui il lato più generale del discorso, che pure si lega a doppio filo con le sorti del Trentino e della sua Autonomia.

Prendo lo spunto dalla riflessione proposta qualche giorno fa da Daniele Gubert, laddove l’attenzione è stata posta soprattutto su tre questioni: il fallimento dell’esperienza delle Comunità di Valle, gli effetti negativi della riforma in chiave maggioritaria per l’elezione dei Sindaci dei piccoli Comuni, l’involuzione dei processi democratici nei contesti municipali. Per tentare di capire come siamo arrivati a questo punto serve fare qualche passo indietro.

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Immunità e comunità. Il bisogno di un patto, oltre l’emergenza.

In Ponti di vista on ottobre 16, 2020 at 8:48 am


Lettera a noi (in divenire) nel tempo del virus.

Dire che la pandemia da Covid19 ha sconvolto le nostre abitudini è allo stesso tempo una banalità e una (mezza) bugia. Può sembrare una contraddizione, ma è proprio così. 

Da un lato sono venute meno alcune nostre certezze. Le mani non si toccano, gli abbracci si negano. I tempi di vita (al lavoro, in casa e a scuola, nella socialità e negli affetti) si trasformano. Lo spazio – che avevamo immaginato ospitale e senza limiti – si restringe.

Il respiro si fa affannoso, anche senza contrarre la malattia.

D’altro canto – un po’ per la conformazione del nostro cervello e un po’ per comodità – la tentazione è quella di riannodare, così com’erano, i fili strappati all’inizio della primavera di quest’anno.

Lo ammetto. Capita anche a me. Di mattina quando apro due punti e la attraverso da porta a porta immagino di rivederla invasa di corpi che la animano nell’interazione promiscua e vitale di sguardi e carezze, di discorsi e domande, di sudore e sospiri, di curiosità e condivisione.

Per il momento non può essere così.

Nella precaria quotidianità del contesto che viviamo dallo scorso marzo siamo chiamati a trovare forme di diverso equilibrio, di intelligente alternativa. Non per ri-partire, quanto per ri-generare.

Lo spiegano con grande chiarezza Mauro Magatti e Chiara Giaccardi.

“Il concetto di resilienza è una traduzione attiva del trauma. Siamo resilienti non solo se siamo capaci di assorbire lo shock ma se, nel momento in cui assorbiamo lo shock, rispondiamo alla provocazione della realtà cambiando alcuni modi di fare, di essere, di ragionare, di operare che erano forse consone alla realtà precedente, ma dopo il cambiamento non lo sono più.”

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Tutto cambia. Nuove alleanze per una transizione politica appena iniziata.

In Ponti di vista on agosto 19, 2020 at 1:19 PM

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C’è stato un tempo nel quale la Lega Nord rivendicava il suo ancoraggio territoriale. “Roma ladrona” gridava, già scommettendo sul rancore. Proponeva riforme federaliste, alimentando però l’egoismo e non il mutualismo. Parlava di Europa delle regioni, immaginandole però chiuse e impermeabili.

Poi è sparito il Nord dal nome. Il rancore è diventata cattiveria, esibita. Il partito si è fatto nazionale e nazionalista praticando negli enti locali (Lombardia, Veneto e Piemonte ci raccontano questa storia, non da ieri) forme radicali e radicate di centralismo e clientelismo.

Tutto cambia insomma.

Dal 2018 anche la Provincia di Trento è governata dalla Lega. Poco per volta abbiamo scoperto come al conflitto tra città e valli – proposto in campagna elettorale – non corrisponda una reale attenzione per la prossimità ma un mix di gestione raffazzonata della cosa pubblica e brama crescente di accentramento di potere.

Due fattori che accelerano l’involuzione del confronto dentro le istituzioni e lo sfarinamento degli assetti comunitari. Ben prima dell’arrivo del governo leghista, a essere sinceri, si erano già incrinati alcuni dei fondamentali dell’autogoverno territoriale garantito dall’Autonomia speciale.

Il progressivo smantellamento delle Comunità di Valle, pensate come riforma della Provincia sulla base di un crescente decentramento amministrativo e politico. La crisi di governance e di ricambio generazionale, oltre che di vocazione, della Federazione Trentina della Cooperazione. L’emergere, anche in Trentino, del civismo come ipotesi di presunta possibile neutralità della politica, senza differenze da dimostrare e decisioni da assumere.

Tutto cambia. E cambierà. Leggi il seguito di questo post »

La comunità è Politica. Eccedenza e interazioni.

In Ponti di vista on giugno 13, 2020 at 11:19 am

ciliegieSento spesso parlare di ritorno alla normalità.
Mi viene in mente un racconto zen letto su “Il Dito e la Luna” di Jodorowsky:
“Maestro che cosa è costante?”
“Ciò che è incostante.”
“Perché ciò che è costante è incostante?
“La vita, la vita!”

da Guida all’esplorazione collettiva dei futuri per modificare il presente (di Daniele Bucci)

Daniele Bucci ci introduce alla Specollettività (per me una meravigliosa e imprevista scoperta) spiegando la sua idea di design applicato al tentativo di costruire soggettività di massa. Comunità operose, pensanti e…politiche.
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“Non è possibile fare previsioni accurate e attendibili in contesti così sproporzionatamente complessi. Spesso i nostri sensi umani non possono nemmeno percepire gli iperoggetti che ci circondano. I futuri sono tanti in questo momento, i ritardi di feedback non ci mostrano tutti i segnali analizzabili per poter capire quale sarà Il Futuro. Ciò che possiamo fare, come il buon bricoleur di Lévi-Strauss è utilizzare quello di cui disponiamo, immaginazione, punti di vista differenti, una rete che ci connette, strumenti di creazione condivisi, creative commons.”

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Non esistiamo da soli. Come essere umani troviamo nostra piena (e non definitiva) forma nella relazione con l’altro, con gli altri. Ne abbiamo bisogno per sopravvivere, per essere riconosciuti e – soprattutto – per attraversare in pienezza la nostra esistenza.
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Le sfide di questo tempo (la crisi ambientale e la transizione ecologica, la trasformazione radicale di un modello economico ingiusto, la lotta alle diseguaglianze, l’adattamento alle evoluzioni tecnologiche, una migliore relazione e ibridazione fra differenze) non possono che essere affrontate attraverso un impegno collettiva. Leggi il seguito di questo post »

Una Politica in stile Kapla

In Ponti di vista on ottobre 31, 2019 at 8:06 am

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(pubblicato sul Corriere del Trentino, giovedì 31 ottobre 2019)

E’ un dato di fatto. Le elezioni che indicheranno il prossimo Sindaco di Trento si avvicinano senza la vitalità che ci si aspetterebbe da una scadenza così importante. Certo per fragilità dei partiti, ma parallelamente per il colpevole immobilismo della società civile trentina. Alla città servirebbe una scossa che liberi energie, incrini consuetudini, predisponga spazi. Servirebbe ricercare l’inedito più che affidarsi al conosciuto, al già visto. Non è un’invocazione al cambiamento per il cambiamento, ma la richiesta di interpretare adeguatamente l’urgenza di ri-definire il ruolo della Politica e con essa dell’essere Comunità.

Non volendo dare vita – per mancanza di spazio, necessità e probabilmente capacità – all’ennesimo soggetto politico che rivendica la propria carica innovativa e assoluta indispensabilità vale la pena fare i conti con la realtà. Perché il tempo stringe e – di settimana decisiva in settimana decisiva – arriverà il momento in cui ognuno sarà tenuto, se non per coraggio almeno perché costretto, a spiegare quale sarà la geografia politica che ci accompagnerà fino a maggio 2020 e quali saranno gli obiettivi che, in una proiezione temporale speriamo più lunga e ambiziosa, ci si vorrà dare per il governo della città capoluogo di Provincia e, contestualmente, del territorio che la circonda. Ci sveglieremo una mattina con il nome (a mio modo di vedere non decisivo, almeno in prima battuta) del candidato Sindaco e con la definizione dei contorni della sarà coalizione di centro-sinistra.

In attesa serve quindi praticare il pensiero laterale, lì dove la via maestra risulti ostruita. Non è un caso che negli ultimi giorni abbia letto con interesse un vecchio articolo di Giancarlo Sciascia, un editoriale di Mauro Magatti, un pensiero di Michele Kettmajer e l’ultima pubblicazione di Riccardo Mazzeo, trovando in essi più di un punto di contatto. A sperimentare l’idea di una Politica P2P (inclusiva e dialogica, aumentata e abilitante) ci invitava il primo, fin dal 2013. In tempi non sospetti. Leggi il seguito di questo post »

Un nuovo cammino possibile? Un movimento di comunità da attivare…

In Ponti di vista, Supposte morali on settembre 7, 2019 at 11:58 am

70411025_10157266147111011_5200539207373684736_nSe incontri lungo il sentiero un altro viandante chiedigli dove è diretto e non da dove proviene. Se sarai fortunato percorrerai un pezzo di strada con lui.

Si può sintetizzare così la crisi politica appena ricomposta. Va riconosciuto a PD, M5s e Leu il coraggio di concentrarsi su ciò che potrà essere (se lo si vorrà davvero…) piuttosto che su ciò che è stato. Il futuro che ha il sopravvento sul passato, che pure non si può cancellare. Due solo esempi. Da un lato la cultura ambientalista del Partito Democratico è tutt’altro che monolitica, scontando spesso l’attrazione nei per il cosiddetto “partito del PIL”, rivendicando con orgoglio la categoria – ambigua – del progressismo. Dall’altra la recente esperienza governativa del M5s e del Presidente Conte non si può slegare dalla deriva cattivista che ha trovato il suo principale interprete in Matteo Salvini. Le responsabilità sono di chi la proponeva senza vergogna così come di chi faceva poco, o nulla, per opporvisi.

Detto questo, in pochi giorni, siamo passati dal Governo del cambiamento, e tutto quello che ha rappresentato in termini di tensioni e polarizzazione, al Governo della svolta, accolto con aspettative che appaiono per molti versi eccessive. Aspettative che sono in parte conseguenza di una confusione che permette di virare nel breve volgere del Ferragosto dal rischio di un nuovo ventennio fascista all’imminente dispiegarsi sul territorio italiano di una rivoluzione verde accompagnata da un non meglio definito “nuovo Umanesimo”. Aspettative che, è qui che vuole arrivare questo mio ragionamento, si realizzeranno solo e soltanto se ci si renderà conto che la destinazione del nostro cammino dovrà essere – come mi è capitato di scrivere con Ugo Morelli qualche settimana fa – verso l’originario e l’inedito.

Una serie di indicatori ci dicono che siamo a un nuovo bivio della storia. Estinzione di massa o riprogettazione del Mondo, con in mezzo poche altre sfumature possibili. Siamo passati attraverso un terremoto – la prima scossa è stata la Grande Crisi del 2008 – che ha segnato la fine di una fase e avrebbe dovuto predisporci all’inizio di una nuova. Gramscianamente, mentre il nuovo fatica a emergere, i mostri e il caos nascono e crescono. Ciò che deve esserci chiaro è che dopo il terremoto non ci sarà più permesso di ricostruire la nostra casa nello stesso luogo e con la stessa forma. Leggi il seguito di questo post »

Dalla nuova Europa di DiEM25 al bisogno di uno spazio politico locale ampio e accogliente.

In Ponti di vista on febbraio 21, 2019 at 10:29 am

ballerina

Ho un rapporto pessimo con l’incedere del tempo. Non credo di essere l’unico. Le giornate scivolano tra le dita. Lunedì e venerdì sembrano in alcuni momenti sfiorarsi. La quotidianità uccide i sogni e posticipa la messa a fuoco dell’intricata matassa che ha trovato spazio negli ultimi mesi su questo blog. Ecco allora una timeline degli avvenimenti – non pochi – degli ultimi giorni, premessa di una successiva riflessione.

a) Ho letto l’intervista rilasciata a Open da Lorenzo Marsili sul futuro di DiEM25. Ambiziosa e precisa. Sulla stessa lunghezza d’onda del percorso attivato negli Stati Uniti dai democratici.
b) Ho letto l’appello di Elly Schlein per la costruzione di un’alternativa credibile – e non solo oppositiva – alle forze nazionaliste, in vista delle elezioni Europee. Condivisibile. Ancora migliore la successiva su l’Espresso.
c) Ho cercato di capire – inutilmente – in cosa consista davvero la proposta di Carlo Calenda. Non ho seguito il ritorno sulle scene mediatiche di Matteo Renzi. Certo però, non hanno imparato [cit.].
d) Ho evitato qualsiasi tipo di discussione sul web su temi politici (caso Diciotti, ecc.). Non vale proprio la pena. Non è il posto giusto.
e) Ho organizzato in libreria un incontro per valutare la possibilità di contribuire alla costruzione di un collettivo di DiEM25 in Trentino. Ho capito che non bastano (da soli) nuovi contenitori. Dobbiamo osare di più, federando le differenze. Leggi il seguito di questo post »