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Politica territoriale ed europea, prima della necessità di un partito

In Ponti di vista on novembre 15, 2013 at 5:29 pm

tumblr_lj02co7yg21qfhlmmo1_1280Questo articolo nasce come commento a un interessante editoriale di Luca Paolazzi, con cui ho il piacere di condividere l’avventura di Politica Responsabile.

Abbiamo un nuovo Presidente e una nuova Giunta. Prende il via una delle legislature più importanti eppure più incerte della storia recente del Trentino.
Partiamo da un dato che emerge dall’ultimo voto provinciale. L’orizzonte territoriale, così come bene lo descrive Luca Paolazzi nel suo intervento, non è un tema che scalda eccessivamente i cuori. Mi si dirà che i percorsi che portano a trasformazioni di questo livello hanno tempi di gestazione lunghi – ed è così – ma è abbastanza evidente la marginalità dell’argomento nella contesa elettorale. Poco lo spazio dentro i dibattiti, addirittura meno – se possibile – nei risultati nell’urna. Certo in molti (tutti? ovviamente sì…) si sono proposti come strenui difensori dell’Autonomia (quale? per ognuno la propria interpretazione è la più autentica) e diversi candidati che sono espressione riconosciuta di questa o quella valle hanno ottenuto importanti riscontri. Ma siamo di fronte, è bene dirselo, a meccanismi spesso legati alla tutela dell’esistente (o dell’interesse, spesso “particolarissimo”) e a dinamiche di tipo strettamente localista. Oltre a questo, è difficile intravvedere dentro il gruppo degli eletti  della coalizione di centrosinistra una comune sensibilità nei confronti della condivisibile ipotesi descritta da Luca. Anche nello stesso Partito Democratico a cui lui si richiama. Siamo quindi in una condizione non del tutto favorevole.

L’euforia a volte non è buona consigliera. Il risultato raccolto dal Partito Democratico il 27 ottobre scorso può essere annoverato tra i grandi misteri, se associato alle titubanze del partito negli ultimi mesi (primarie presidente, personalismi, confusione generale) e al sospetto con cui in generale viene guardato l’operato del PD nazionale in tempo di larghe intese. Le motivazioni di questa sorprendente conferma di fiducia vanno ricercate in almeno tre fattori: l’unicità del PD – inteso come ultimo partito vero rimasto sulla scena -, la forza dei nomi in lista, un meritevole impegno negli ultimi frangenti della campagna elettorale. Da qui – complice anche il forte dato dell’astensione – l’emorragia di voti non ha influito sul dato percentuale e sul numero di eletti, anzi. Ma è proprio l’eccessiva soddisfazione per questi risultati il peggior anestetico per una riflessione sincera e profonda sul futuro del Pd, quantomai urgente. E infatti, a poche settimane dalla vittoria e passata senza troppi scossoni la nascita della nuova Giunta, a tener banco è un congresso nazionale dei nomi più che delle idee, delle correnti più che del pensiero, dell’opportunismo più che della prospettiva. Il PD Trentino ne subisce il fascino, che niente ha di territoriale ed europeo, purtroppo. Perchè di fatto la questione non è quella di capire chi sarà il Segretario, ma di cosa chi vincerà sarà il massimo dirigente. Di che partito e di che idea di fare politica? La parola cambiamento sta a zero, se non è capace di dare forma a un orizzonte che sappia tener conto della trasformazione (o della definitiva crisi?) della forma partito per come l’abbiamo conosciuta fino ad ora. Anche di un PD al 22 %.

Una riflessione a parte va fatta sul Patt. Mattatore delle ultime tornate elettorali, grazie soprattutto a un’attenta gestione strategica del proprio consenso attorno ad un’idea un po’ datata di territorialità rurale. Cappelli piumati e un certo “clientelismo identitario” a fronte di una distanza, neppure troppo nascosta, di pensiero rispetto al progetto autonomistico moderno e riformista che propone Luca al Partito Democratico e che in fin dei conti ha rappresentato la particolarità dell’esperienza trentina degli ultimi quindici anni. Venuto meno il ruolo di “collante” costituito da Lorenzo Dellai, va trovato ora un nuovo equilibrio nell’interlocuzione con un partito che ha trovato la sua collocazione nell’area di centrosinistra solo negli ultimi anni, senza sentirsene parte naturale pur essendone componente decisiva per il raggiungimento di una maggioranza ampia. L’amministrare è una cosa, il segnare un cambio di paradigma come quello che si propone rappresenta un salto di qualità coalizionale da accompagnare con grande attenzione. “Sfidare” il Patt, monolitico nell’interpretare la difesa dell’Autonomia come fortino di un noismo escludente, è condizione necessaria al mantenimento dell’anomalia trentina che negli anni ha saputo distinguersi da quel Nordest del rancore, che tanto bene abbiamo potuto osservare. Significa alzare lo sguardo e provare a farlo fare anche ai propri compagni di viaggio.

In questa prospettiva è difficile capire anche il ruolo che potrà ricoprire l’Upt. Ridimensionata dalle urne e acefala nella conduzione politica, forse solo la conferma “solida” in Giunta la mette al riparo da qualche Opa ostile. Certo è fortissima l’esigenza, per i reduci della Margherita, di trovare la maniera di rinnovare quell’esperienza che fu testimone di un’importante trasformazione dell’offerta politica, capace di determinare una svolta decisiva a livello locale e di essere guardata con interesse da tutta Italia. Possibile che oggi non ci sia, all’interno di questo partito, l’ambizione di mantenere quella capacità innovativa come tratto distintivo del proprio agire politico? Perché non proporre un ragionamento comune a coloro che ne sentissero il bisogno?

E la sinistra e l’ecologismo verde? Dispersi e privi di qualsiasi capacità di comunicare un proprio pensiero “altro”, oscillano tra la nostalgia di un passato impossibile da riproporre e beghe interne al limite del tafazzismo. Scomparsi dal radar del Consiglio Provinciale (diversamente da quanto accade in Alto Adige) rimangono ai margini di qualsiasi tipo di dibattito, attratti da un lato da una prospettiva movimentista dalle dubbie potenzialità e da derive ideologiche fortemente minoritarie dall’altro. Possibile che non ci sia modo di aprire un’interlocuzione intelligente verso queste parti, cercando di “salvarne” le componenti sane e vitali? Andrebbero costruiti luoghi adatti ad un confronto che da tempo non c’è. Luoghi che uniscano alla politica una dimensione culturale, in qualche modo formativa e didattica. Luoghi che non respingano e che pongano al centro un confronto costante e di alto livello, con il coinvolgimento – oggi assolutamente marginale – di tutti coloro che hanno competenze specifiche da offrire e che una politica spesso autorefereziale ha tagliato fuori da qualunque forma di partecipazione. In un periodo storico in cui dovremo essere capaci di “fare meglio con meno”, è a queste risorse male capitalizzate che dovremo guardare sempre con maggiore attenzione.

Di chi non ha votato e di chi non si sente rappresentato da questa politica è difficile parlare. I motivi di questa disaffezione sono fin troppo chiari, eppure sembra che nessuno – neppure il nuovo profeta Grillo – sappia davvero leggere questo abbandono del campo politico da parte dei cittadini. Forse ciò che davvero è venuto a mancare è un senso di appartenenza a una comunità umana che si percepisce sempre più sfilacciata e individualista. E’ abbastanza naturale che una delle conseguenza di questo contesto disgregato sia la negazione del ruolo di quei corpi intermedi – e tra loro soprattutto i partiti – che dovrebbero essere sintesi di una serie di valori e sentimenti condivisi.

Essere territoriali ed europei non significa oggi solamente mettere in campo un’idea di governo. Fa bene Luca ad elencare le sfide del prossimo quinquennio – lavoro, in particolare giovanile, formazione e cultura, sviluppo locale e tutela ambientale, semplificazione e innovazione del Welfare, equità e convivenza tra i popoli – ma queste resteranno ipotesi affascinanti ma difficilmente percorribili, in Trentino come altrove, se non dovessimo riuscire a trasformare radicalmente il campo di gioco dentro il quale si attuano le scelte e i linguaggi che lo caratterizzano. Da qui una necessità che va oltre i confini di un partito: coinvolgere in un progetto territoriale l’intera comunità. Una riflessione in senso più ampio va fatta sull’allargamento degli obiettivi dell’azione politica. Ambizioso oggi non è rendere maggioritaria un’idea all’interno di “un partito mai nato” (da leggere un interessante articolo di Paolo Franchi a riguardo) ma riconnettere la politica alle sue funzioni originali. Per questo, prima che di un partito territoriale, abbiamo bisogno di chiarirci (in termini comprensibili…) su cosa significhi davvero l’idea di una politica che assume lo sguardo strabico territoriale e sovranazionale come l’unico praticabile oggi e, insieme, pensare agli strumenti di cui dotarci. Per evitare che territorio ed Europa rimangano solo parole passpartout, utili a ogni campagna elettorale e presenti in ogni documento congressuale, ma mai davvero praticate.

E allora, tenendo presente che i percorsi del cambiamento sono graduali e non si giovano degli strattoni dettati dalla fretta, forse vale la pena abbozzare un ragionamento che si basi sul superamento della dimensione partitica attuale all’interno del centrosinistra trentino, assumendosi la responsabilità di immaginare di nuovo questo territorio come luogo di una sperimentazione unica nel panorama nazionale. Questo sì dovrebbe essere il tema centrale delle riunioni dei circoli del PD che in questi giorni si incontrano per l’elezione del nuovo Segretario nazionale, ma immagino non possa essere così. Oppure sì.

Perché in fin dei conti si potrebbe togliere un po’ di attenzione alla corsa che vede come protagonisti i Renzi, i Civati, i Cuperlo per dedicarsi a una riflessione più coinvolgente e meno polarizzata sull’ego di questo o quel candidato. Si potrebbe uscire per un secondo da quella logica perversa che sta alla base delle primarie, per leggere il mondo che ci circonda senza le lenti della tifoseria e dell’opportunità gruppettara. Si potrebbe guardare anche a quelle prossime scadenze che per uno strano gioco del destino descrivono già una traccia di lavoro necessariamente europea e territoriale. Il rinnovo del Parlamento Europeo del prossimo maggio – con il rischio di una pericolosa deriva antieuropeista – e le elezioni comunali di Trento nel 2015 – con la concreta possibilità che non esista un’idea precisa di città da proporre ai cittadini -. Perché non farlo con uno schema diverso in testa, vedendo chi ci sta sui temi e sui contenuti ancor prima che nella definizione del quadro partitico? Potremmo anche rimanere positivamente sorpresi dal risultato.

f.
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