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5_la fine, e quel che si vede da qui

In Ponti di vista on marzo 30, 2020 at 10:30 am


Quattro anni fa, il 30 marzo 2016 moriva, improvvisamente, Gianmaria Testa.
La sua fine.

Ho amato – e amo – la sua musica e le sue parole. Praticamente tutte.
Una delle mie preferite è Polvere di gesso.

Io ogni mattina quando parto
Lascio aperta la mia porta
Se qualcuno verrà
E poi metto polvere di gesso
Sul pavimento di casa
Per i passi che farà
Perché quando c’è una porta aperta
Di sicuro prima o dopo si sa…

Lasciamo tracce per permettere ad altri di seguire i nostri passi. Quando vorranno. Quando potranno.

Lasciamo porte aperte, nella speranza che qualcuno torni al nostro fianco. Vicino. Il più vicino possibile.

Di solitudine si muore e si morirà, in settimane di isolamento e di assenza di orizzonte davanti agli occhi. E si muore – sempre in questi tempi scorbutici – in solitudine, dentro ospedali interdetti a parenti e amici o in case dove le relazioni erano poche anche in assenza del contagio. Sono migliaia gli uomini e le donne per cui il Covid19 è stato un potentissimo, e violento, acceleratore di sofferenza. Quei tanti e tante a cui per un po’ di tempo nei conteggi serali a cui ci siamo abituati abbiamo associato la categoria dei morti con Coronavirus, separandoli da chi – più precisamente – era deceduto per Coronavirus. Come se esistessero due nessi di causalità diversi, con il primo (quello di chi vedeva sommarsi malattia a malattie, su età avanzata) a cui assegnavamo un rapporto meno diretto, meno forte. Il virus – anche da questo punto di vista – ci ha portati nel futuro, senza lasciarci il tempo di vivere pienamente il presente. Ha reciso seccamente il prima dal dopo, frantumando il durante. Annullando la quotidianità.

7_utopia quotidiana e necessaria

In Ponti di vista, Supposte morali on marzo 24, 2020 at 11:58 pm

191030wed1[Questa sera ho passato tre ore e mezza su Zoom, sia lodato!, per una riunione con altre trenta persone circa. Avevamo tempo – come tutti in queste settimane – e un lungo ordine del giorno da affrontare. E’ stato bello!]

In questi giorni sento un’urgenza totale – allo stesso tempo passionale e ansiogena – di Politica e di fare Politica. Un bisogno primario, un desiderio profondo, di confronto e azione condivisa che prende spinta (non inizia…) dentro quella che è una fase caotica e priva di certezze, se non quella che dovremo far fronte a trasformazioni di tipo epocale e mai viste nel nostro recente passato.

Marco Damilano sul numero del 22 marzo de L’Espresso spiega bene la vivacità di pensiero che siamo tenuti a esercitare, non abbandonandoci all’attesa (che rischierebbe vana) del ritorno a una precedente e non più replicabile – per fortuna – “normalità”.

“C’è un’igiene del corpo che va rispettata severamente, pena la possibilità che a cadere nella malattia siano i nostri cari e poi le più lontane. Ma accanto a questa c’è da serbare un’igiene della mente, un’igiene dello spirito, che significa mantenersi lucidi e razionali di fronte a una situazione che ci mette in gioco come nessuno si sarebbe mai aspettato, che vuol dire rifiutare ostinatamente di recintare il pensiero, di rinchiudere l’anima, per così dire, oltre il corpo. Dobbiamo fare l’opposto di quanto siamo costretti a compiere con il “distanziamento sociale”, orrenda espressione: ovvero avvicinarci, anche se non possiamo farlo fisicamente, contaminarci, renderci meno immuni l’uno dall’altro, farci toccare dagli interrogativi e dalle diversità.”