trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Appunti di lettura | 22.

In Ponti di vista, Libri con le orecchie... on dicembre 2, 2016 at 2:30 pm

branches-238379_1920

Urgenza di radicalità. Questa è quella che provo in questi ultimi – finalmente – giorni di avvicinamento al referendum costituzionale, scadenza che è riuscita da sola a provocarmi senso di scoramento, nausea e – non da ultimo – di profonda e dolorosa solitudine. Non che mi aspettassi un’esplosione di passione e sarebbe stato da illusi pensare che da un contesto sociale, politico e culturale gravemente malato potesse scaturire una campagna elettorale qualitativamente rilevante. Ciò che però più mi indispone dell’intera situazione – tragica e comica allo stesso tempo – è l’assenza di un pensiero radicale che sappia mettere sotto stress l’esistente di cui siamo parte e che, nonostante una crisi diventata nuovo paradigma, nessuno sembra essere in grado di affrontare con reale spirito trasformativo. “Il sole sorgerà ancora domattina” sono state le parole di Barack Obama durante la notte che ha portato all’elezione di Donald Trump. Sono piaciute molto – tanto che tutti le usano anche in queste lunghe ore di vigilia referendaria – e hanno forse fatto passare in secondo piano l’idea che il problema non stia tanto nella costanza con cui il sole si alza al mattino e tramonta alla sera ma in quello che quotidianamente gli costringiamo a illuminare, che lui lo voglia o meno.

Suggestioni (da leggere, in ogni caso)

Senso Comune – Un manifesto
Non ho sottoscritto questo manifesto, però trovo interessante il punto di vista che cerca di sviluppare. Affrontare il tema del populismo – cattivo – fuori dalla logica binaria che lo contrappone alla responsabilità – buona, of course – dell’establishment (sia esso inglese, americano o italiano) credo sia esercizio tutt’altro che banale e varrebbe la pena di approfondirlo seriamente. In questa prima parte di segnalazioni ci proverò.

La gente è stanca [cit.]

In Ponti di vista on novembre 20, 2016 at 3:35 pm

boy-68009_1920

La gente é stanca. É questo il mantra che negli ultimi anni, almeno dall’inizio della Grande Crisi, riempie il dibattito pubblico e – in fin dei conti – è formula perfetta (intendo dire sufficientemente semplificatoria) per giustificare scelte a prima vista incomprensibili che le persone sembrano compiere con frequenza crescente. La gente (inglese) era stanca della burocrazia europea e quindi ha votato per la Brexit. La gente (americana) era stanca dell’establishment politico e di conseguenza ha affidato il suo destino – almeno per quattro anni – all’outsider Donald Trump. La gente (in generale) é stanca dei flussi migratori e quindi chiede che vengano “gentilmente” orientati verso zone distanti dal territorio che abitano, o meglio ancora bloccati prima della partenza dal loro paese di origine. Ammetto – per non apparire poco comprensivo nei confronti degli “stanchi” sopra citati – che anche io in alcuni momenti di particolare spossatezza sarei tentato di prendere in considerazione l’ipotesi di “restituire”, nella logica commerciale del soddisfatti o rimborsati, entrambe le mie figliolette. Non per questo provvedo immediatamente alla riconsegna, chiamando sotto casa un corriere espresso. Una volta riposati mente e corpo – per quanto mi é consentito dalle stesse figliolette – le mie decisioni rispetto al loro destino sono fortunatamente diverse, e – nella maggior parte dei casi – non ne prevedono l’abbandono.

Scrivo queste righe per dare forma alla confusione – prima di tutto mia, personalissima – di questi giorni (Trump c’entra in parte, ma non é il focus di questo articolo), immaginando che a valle del mio ragionamento la confusione possa essere anche maggiore, con il solo obiettivo di non accontentarmi nelle semplice e autoreferenziali analisi a posteriori che tanto vanno di moda in un contesto storico e politico nel quale il desiderio, l’urgenza, di sfuggire al conformismo fatica a trovare sbocchi. La gente é stanca, appunto. E io con loro.

Appunti di lettura | 21.

In Ponti di vista on novembre 14, 2016 at 10:26 am

match-171579_1920

Giornata convulse. Donald Trump eletto alla guida degli Stati Uniti d’America richiederebbe – se la situazione si muovesse su binari lineari – un surplus di analisi, tutta dedicata al capire come tale risultato possa essersi verificato. Credo invece serva del tempo per far depositare un po’ del polverone che le Presidenziali americane hanno alzato. Un tempo necessario per uscire dall’autoreferenzialità di stampa mainstream (e non) nel leggere il prima, il durante e l’immediatamente dopo il voto, per rifocalizzare l’attenzione più che sull’evento macro (quello giocoforza più evidente, quello che destabilizza perché dannatamente sovraesposto) sulla moltitudine delle incognite e fragilità micro – una vera e propria agopuntura sociale – che segnano ogni comunità e ogni territorio. Dentro quelle stesse particolarità, guardando bene, si potrebbero trovare anche le energie per innovare l’esistente e per tracciare possibili linee di futuro desiderabile, sia a livello locale che globale. Certo ci vuole un po’ di impegno e in questi giorni un certo coraggio.

1-nnpzte1hx74wkicl3gj34aUtile – a mio parere – è un articolo di qualche tempo fa, suggeritomi da un amico. Parla di organizzazione dei sistemi e in maniera assolutamente sintetica (e quindi non esaustiva) propone un’alternativa ai modelli centralizzati e decentrati. Una terza via – come piace a me – con alla base un’idea di governance distribuita, diffusa. Vale per la politica, oggi in crisi profonda, ma per mille altri settori. Già la sola grafica utilizzata spiega molte cose.

Ecco il pezzo. Centralized vs Decentralized vs DistributedSaurabh Goyal (da Medium)