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Oltre il nostro personalissimo ordine delle cose…

In Ponti di vista on settembre 17, 2017 at 8:08 pm

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Ad Andrea Segre invidio più di una cosa. Si tratta però di un’invidia senza nessun tipo di rancore, tanto da poterla definire addirittura “sana”.

Invidio la sua naturalezza (sapendo che di naturalezza non si tratta, ma di un esercizio di profondo studio e di forma particolarmente rigorosa di approccio) nell’aprire e allungare lo sguardo. Decidendo di non fermarsi a ciò che gli si presenta immediatamente davanti agli occhi e, di conseguenza, alla macchina da presa. Non accettando la caratteristica più evidente e pronta all’uso di un fenomeno, ma cercandone invece un lato possibilmente inesplorato, cocciutamente originale. Da sempre – almeno da quando lo conosco – la sua attenzione è rivolta a ciò che ha da venire, al futuro prossimo, al particolare che tende a sfuggire e non a quello che ormai possiamo dare per assodato. Il suo modo di operare non è cambiato neppure con “L’ordine delle cose”. Un film che a un primo sguardo sembra esclusivamente narrare, ne più ne meno, l’attualità più stretta. Ruvido e appuntito nel suo essere sincronico con il tempo politico e sociale che viviamo, da Minniti in giù (qui il rapporto di MSF su ciò che spetta ai migranti che vengono rispediti in Libia), proprio perché la sua ideazione e produzione – iniziata diversi anni fa – non agiva “in reazione a” ma è frutto della costante urgenza di andare più a fondo, di non accontentarsi, di interrogarsi e – di conseguenza – interrogare chi si trova davanti allo schermo. Missione compiuta, anche questa volta.

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Destra e sinistra. Anno 2017.

In Ponti di vista, Uncategorized on settembre 12, 2017 at 2:51 pm

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Stefano Fait va preso così com’è, non si può fare altrimenti. Un prezioso “rompiscatole”. Un produttore a getto continuo di provocazioni [non è una critica, anzi] che hanno spesso le proprie radici nell’attenta analisi del presente – senza lesinare su dati e approfondito raccordo delle fonti – e sguardo proiettato nel futuro, il tempo nel quale – per quello che lo conosco – si sente certamente più a suo agio. Aspetto, quest’ultimo, che gli rende onore.

In questo caso i suoi due cents quotidiani trovano spazio nel blog che periodicamente anima all’interno del quotidiano online Il Dolomiti. Non perdendo di vista i confini del Trentino-Alto Adige (attraversati in questi mesi da scricchiolii preoccupanti della tenuta socio-politica che da almeno venti anni li caratterizzano) il suo pezzo stressa l’ipotesi di una nuova fase politica nascente – da Trump a Macron, passando per una serie di altri leader a diverse latitudini – che parta dall’entrata in scena di quelli che lui definisce “neutri integratori”. Personaggi capaci di interrompere lo stillicidio del contrasto tra tifoserie di destra e sinistra e di produrre – pragmaticamente – “soluzioni che vadano a beneficio di tutti, prendendo il meglio delle proposte della destra e della sinistra e superando gli infiniti impasse che hanno reso disfunzionali le nostre società e prassi politiche”. 

Il welfare che cambia ha bisogno di interventi a Km0

In Ponti di vista on settembre 9, 2017 at 2:13 pm

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“Bisogna andare a intercettare le nuove vulnerabilità fuori dagli schemi tipici del rapporto utente/servizio, perché molto spesso queste stanno sul bordo, un po’ dentro e un po’ fuori. Sono meno abituate a chiedere e a riconoscere anche la propria condizione.” Così spiega Francesco Gabbi – sociologo impiegato presso la Fondazione Demarchi – riferendosi al contesto dentro il quale il progetto Welfare Km0 (nato per iniziativa della Fondazione Caritro, supportata da Provincia Autonoma di Trento e dalla stessa Fondazione Demarchi) ha mosso i primi passi.

“Tra le condizioni di contesto non c’è solo la riduzione delle risorse pubbliche per il sociale, ma anche l’allargamento dell’ambito di problematicità. Una fascia di “nuovi vulnerabili” che vengono stimati a livello nazionale attorno al 30% della popolazione. Persone che possono finire facilmente sotto la soglia di povertà e rappresentano un ambito di intervento privilegiato per progetti come Welfare Km0, perché chiamati a sviluppare meccanismi necessariamente diversi rispetto a quelli utilizzati nei confronti dei soggetti tipici dell’intervento sociale.”