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Della confusione delle piazze. Dell’impossibile da inseguire.*

In Ponti di vista on dicembre 8, 2018 at 10:06 am

tennis

L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro»

Chandra Livia Candiani da La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore (Einaudi, 2014)

Il rumore che sale dalla strada. Le strade e le piazze parlano. Lo hanno sempre fatto. Per non tornare troppo indietro nel tempo ci dicevano qualcosa – di importantissimo – le giornate di Genova dell’estate 2001, le insorgenze rivoluzionarie delle Primavere arabe, gli esperimenti aggregativi di Occupy Wall Street e degli Indignados. Nelle ultime settimane – curiosamente agli sgoccioli del cinquantenario del ’68 –  una serie di mobilitazioni hanno preso forma in Europa offrendo qualche dato utile a mappare i processi sociali (e potenzialmente politici) in atto. Processi che appaiono alimentati da un lato dalle pulsioni che attraversano il reale, e che ne mettono in crisi la stabilità, e dall’altra da una difettosa lettura delle caratteristiche fondanti di quello stesso reale che fino a oggi è stato il contesto posto a sfondo delle nostre vite.

Scopriamo quindi che esistono le piazze del “popolo del PIL”, o forse come suggerisce Alessandro Robecchi “del profitto”. Composte dalle categorie imprenditoriali, pezzi di sindacato e un variegato mondo di quella che un tempo si sarebbe definita borghesia (con tutti i limiti che Giuseppe De Rita ha mirabilmente raccontato negli ultimi decenni), sono state accolte da stampa e ampia parte del mondo politico come la sollevazione della “gente perbene”. La richiesta è quella di agire mettendo in campo tutto ciò che serve (dalle grandi opere in giù…) per far ripartire la crescita in nome di una obbligata continuità rispetto al modello economico capitalista, totalmente incardinato sul binomio produzione/consumo.

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La cura e il conflitto

In Ponti di vista on novembre 26, 2018 at 8:45 am

Nel clima tossico dei social network (e della realtà più reale che c’è, quella che incrociamo per strada a ogni passo) venati di manifesto e rivendicato cattivismo le parole di Gianluca Taraborelli sono stati un raggio di sole, un tentativo riuscito di fare un passo di lato rispetto alla corrente che tende a trascinarci sempre più a fondo, inesorabilmente.

Nel suo mettersi a disposizione per ospitare uno dei quaranta profughi pakistani che rischiavano l’esclusione dal progetto di accoglienza previsto in Provincia di Trento – dietro indicazione, tutta propaganda e cinismo, del Presidente Fugatti – ho trovato anche lo stimolo per andare più a fondo, per scavare un po’ nella complessità del momento. Per non accontentarmi del parteggiare (come mi é abbastanza naturale, quasi automatico) per la visione del mondo che quella sua proposta esprime – un’idea di società aperta e inclusiva – ma di interrogare me stesso rispetto al tema dell’accoglienza e all’approccio umanitario/emergenziale che si muove attorno ai fenomeni migratori e ai meccanismi politici, comunicativi e umani che ne discendono.

A tale proposito dico sinceramente che credo all’amore, ma ancor più al conflitto. Riconosco la bontà (e pure tutte le sue contraddizioni) ma in subordine al ruolo della politica. Ammiro i gesti eroici dei singoli ma mi scervello ogni giorno perché si possano produrre azioni collettive che attivino la consapevolezza e la voglia dei cambiamento dei gruppi (le masse?) e non esclusivamente la buona volontà di un individuo alla volta. Confido nel dono e nella capacità di condividere ma ho chiarissima la necessità di interrompere il fluire costante dei modelli economici e culturali che generano le diseguaglianze giustificando la divisione del mondo tra chi è destinato al dare (se vuole, se ne sente l’esigenza etica) e chi invece deve augurarsi di ricevere qualcosa se – dopo il “prima noi” – avanzerà qualcosa. Qualche briciola che cade dalla tavola imbandita.

Il futuro della Politica sta nel risalire la corrente…e imitare il salto di Fosbury

In Ponti di vista on novembre 13, 2018 at 10:27 am

dick-fosburyAnno 1968. Dick Fosbury vince la gara del salto in alto alle Olimpiadi di Città del Messico. Lo fa stupendo il mondo, modificando per sempre la tecnica di salto. Dalla transizione ventrale si passa a un movimento con l’asticella approcciata di schiena, dopo una rincorsa arrotondata invece che lineare. Un azzardo. Una rivoluzione della tecnica fino ad allora utilizzata.

Osservando il contesto politico e sociale – in Trentino e non solo – risulta evidente l’urgenza di ripercorrere metaforicamente la coraggiosa storia di Dick Fosbury. Un cambio di paradigma, tanto nei contenuti quanto nelle forme, con l’obiettivo di mettere in campo risorse e idee per la definizione di un un nuovo campo possibile per il confronto politico e per l’azione che ne dovrebbe conseguire.

Ma a chi si può rivolgere un ragionamento di questo tipo che ha le ambizioni, e allo stesso tempo tutti i limiti, di un appello? A chi si ritrova, spaesato e deluso, dentro gli angusti confini della fu coalizione di centro-sinistra autonomista? Non basterebbe. A tutti coloro che rivendicano orgogliosamente la differenza dai “barbari” che con una certa superficialità si teorizza abbiano occupato le istituzioni democratiche mettendone a repentaglio il normale funzionamento? L’identità e la nemicità sarebbero all’inizio due buoni collanti ma mostrerebbero (e mostrano già) i propri limiti. E allora a chi? A tutti – partendo dalla prossimità multiforme e non lineare della comunità – e a ciascuno, tentando di ridare corpo al ruolo della cittadinanza come infrastruttura minima dell’agire politico. 

Trovato, pur in maniera generica, l’uditorio che vorremmo raggiungere il passaggio successivo riguarda l’orizzonte da darsi. Con le elezioni del 21 ottobre in Trentino il non ancora che pensavamo ancora lontano dall’arrivare si è materializzato in forme – una certa idea di futuro e di mondo – che fatichiamo a riconoscere, che stressano le nostre certezze (che pure già scricchiolavano in precedenza), che cambiano radicalmente il contesto dentro il quale ci muoviamo.