trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Se non lasciamo futuri saremo passati per niente

In Ponti di vista, Supposte morali on agosto 5, 2019 at 7:27 pm

62362391_1246460772197386_4214435263335628800_n

[sottotitolo] Consigli non richiesti per una nuova geografia e grammatica politica per Trento e il Trentino.

 

Sei vuoi andare veloce, corri da solo. 
Se vuoi andare lontano, corri insieme a qualcuno.

Scrivo questo testo da una posizione di marginalità. Da solo. Una solitudine che non credo solo mia. Senza grandi elettori da spendere nella contesa elettorale.

Quella che sottopongo è una riflessione che nasce dalla fragilità e dai dubbi più che dalla forza e dalle certezze. È un pensiero frutto di un numero sufficientemente ampio di conversazioni a più voci. E’ il depositato di inquietudine e curiosità derivante dall’osservazione dell’evoluzione politica e sociale del territorio che vivo.

Non è un appello per costruire nuovi movimenti o soggetti politici. Non è la rivendicazione di un ruolo in quegli organi – penso al tavolo coalizionale che già in queste settimane comincia il suo lavoro di confronto – che avranno il compito di tirare le somme delle riflessioni all’interno delle forze politiche che esprimono una propria visione e organizzazione.

Non rappresento nessuno se non me stesso e, forse sommariamente, qualche sentimento diffuso eppure latente di quelle comunità che negli ultimi anni sono rimaste (e in parte sono state fatte rimanere) ai margini della Politica e che con il loro agire quotidiano dentro il tessuto urbano della città hanno contribuito a rendere più vivace e stimolante il dibattito pubblico.
Non pretendo che ciò che qui scrivo venga interpretato come analisi senza limiti o mancanze. Non possiedo – e questo serve da conclusione di questa lunga ma necessaria introduzione – un metodo preconfezionato da mettere a disposizione. Non credo però in scorciatoie tattiche che possano bypassare un profondo esercizio di osservazione di ciò siamo stati e abbiamo fatto, un’adeguata riflessione su quali debbano essere gli strumenti e i linguaggi per riannodare i fili tra il sociale e il politico, una meticolosa e ambiziosa progettazione delle prossime azioni che una rigenerata comunità politica (fatta di partiti e individui, di movimenti e di associazioni, di quartieri e piazze) sappia immaginare e mettere a terra.

Per sgonfiare i bombassi scegliere verità e Utopia

In Ponti di vista, Supposte morali on luglio 26, 2019 at 7:20 am

Troppo impegnati a guardarsi la punta dei piedi, pronti per sgambettare il proprio vicino. Incapaci di alzare lo sguardo oltre la quotidianità, rissosa e opportunista. Così Marco Revelli (su il Manifesto, lo scorso 21 luglio) descrive i leader – generalizzando, per farsi capire – di questa fase storica, dove “la grande trasformazione (economica, geopolitica, tecnologica, demografica) fa il suo giro” ma pochi, pochissimi, intendono farsi carico dei suoi effetti, tanto a livello globale quanto locale.

Bombassi li chiama Domenico Starnone, riferendosi a un sonetto di Tommaso Campanella. Poche righe che descrivono – con paurosa attualità, pur a distanza di secoli – il popolo come una forza potenziale che non si esprime perché tenuta in ostaggio dalle grida sguaiate e dalle promesse truffaldine dei bombassi stessi. Un’eccedenza inespressa che non riesce a rompere la subalternità al rancoroso menù che la politica le propone (ieri nei meandri della corte, oggi nelle timeline di Facebook e Twitter oltre che nel melmoso gorgoglio h24 dei talk show televisivi), tra nemici da additare e volgarità assortite cui dare sfoggio. I bombassi danno la stura. Forzando la mano, alzando i toni, non interrompendo mai il flusso di veleno che viene immesso nel sistema. Chi li segue (e per reazione pure chi si oppone loro, esercitando forza uguale e contraria) impara e replica, soffiando dentro una bolla – certo comunicativa, ma soprattutto sociale e culturale – la cui pressione ha ampiamente superato i limiti di guardia.

Potrebbe apparire un discorso teorico e laterale a questioni più concrete, eppure non possiamo evitare di affrontarlo come premessa allo stesso tempo di metodo e di merito. Compito primario di chiunque abbia a cuore la Politica è quello di sgonfiare la bolla dentro la quale (ci) siamo costretti, evitandone l’esplosione. Verità e Utopia sono i valori a cui si appella ancora Marco Revelli per riuscire in questo intento non banale.

Un libro per la città. E il fiume da riportare al centro.

In Ponti di vista on luglio 3, 2019 at 7:11 am

trentochevorrei

Scrivere di Trento, così come abbiamo fatto insieme ad altri ventitre autrici e autori nel volume La Trento che vorrei (pubblicato a inizio mese da Helvetia editore), significa accettare la sfida che ogni città deve periodicamente darsi. Guardarsi e riflettere su di sè, agendo poi di conseguenza muovendosi verso il futuro. Un’esigenza quanto mai urgente nel momento in cui non è ancora metabolizzato lo shock profondo determinato dal cambio di orizzonte politico a livello provinciale e non è più rimandabile un passaggio di discontinuità nella classe dirigente che ha retto le sorti della città negli ultimi trent’anni, con la non ricandidatura del Sindaco uscente Alessandro Andreatta e di fatto l’esaurimento della fase politica iniziata con l’elezione di Lorenzo Dellai nel 1990. La Trento che vorrei propone un catalogo di ricordi e racconti, sollecitazioni e interpretazioni – ovviamente non esaustivo – che prende in considerazione questioni puntuali e specifiche (la mobilità e l’ecologia, la tecnologia e l’innovazione, l’immigrazione e la cittadinanza, l’istruzione e la cultura, il rapporto tra generazioni e tra territori) e stimoli che hanno a che fare con una più ariosa definizione del corredo valoriale di cui la città vuole munirsi. Quindi una città ibrida e conviviale, desiderante e collaborativa, consapevole del proprio passato e coraggiosa nel prendere in mano il proprio destino, poetica ed educante, europea e alpina, stimolante e capace di far sentire ognuno partecipe nel dispiegarsi della vita comunitaria e nella cura quotidiana del bene comune.

Scrivere un libro significa mettere mano al tempo che sembra sfuggire al controllo, sotto accelerazione continua. Tempo che non siamo disposti a “perdere” per concederci al confronto, alla riflessione, alla contaminazione generativa, e che va quindi recuperato e sincronizzato. Fare questo significa restituire senso allo spazio che abbiamo smesso di occupare trasformandolo in luogo, piattaforma vitale sulle quale raccogliere le speranze e le paure, le energie e i desideri condividendoli con la comunità di cui si fa parte. E’ dalla prossimità che possiamo ripartire, lì dove – nell’incontro – uomini e donne possono elaborare nuovi modelli di alleanza e co-progettazione. Significa infine rimettere al centro la parola, vilipesa da un dibattito pubblico sempre più spigoloso e polarizzato.