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La gente è stanca [cit.]

In Ponti di vista on novembre 20, 2016 at 3:35 pm

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La gente é stanca. É questo il mantra che negli ultimi anni, almeno dall’inizio della Grande Crisi, riempie il dibattito pubblico e – in fin dei conti – è formula perfetta (intendo dire sufficientemente semplificatoria) per giustificare scelte a prima vista incomprensibili che le persone sembrano compiere con frequenza crescente. La gente (inglese) era stanca della burocrazia europea e quindi ha votato per la Brexit. La gente (americana) era stanca dell’establishment politico e di conseguenza ha affidato il suo destino – almeno per quattro anni – all’outsider Donald Trump. La gente (in generale) é stanca dei flussi migratori e quindi chiede che vengano “gentilmente” orientati verso zone distanti dal territorio che abitano, o meglio ancora bloccati prima della partenza dal loro paese di origine. Ammetto – per non apparire poco comprensivo nei confronti degli “stanchi” sopra citati – che anche io in alcuni momenti di particolare spossatezza sarei tentato di prendere in considerazione l’ipotesi di “restituire”, nella logica commerciale del soddisfatti o rimborsati, entrambe le mie figliolette. Non per questo provvedo immediatamente alla riconsegna, chiamando sotto casa un corriere espresso. Una volta riposati mente e corpo – per quanto mi é consentito dalle stesse figliolette – le mie decisioni rispetto al loro destino sono fortunatamente diverse, e – nella maggior parte dei casi – non ne prevedono l’abbandono.

Scrivo queste righe per dare forma alla confusione – prima di tutto mia, personalissima – di questi giorni (Trump c’entra in parte, ma non é il focus di questo articolo), immaginando che a valle del mio ragionamento la confusione possa essere anche maggiore, con il solo obiettivo di non accontentarmi nelle semplice e autoreferenziali analisi a posteriori che tanto vanno di moda in un contesto storico e politico nel quale il desiderio, l’urgenza, di sfuggire al conformismo fatica a trovare sbocchi. La gente é stanca, appunto. E io con loro.

Non sottovaluto e neppure nego il senso di fatica – a tratti di legittimo spaesamento, di rabbia più o meno giustificata, di solitudine patologica e conclamata – che contribuisce a partorire scelte radicali, buone o meno che siano, o atteggiamenti apparentemente irrazionali nel momento del voto o più in generale nella vita di tutti i giorni. Non basta però riconoscere o commentarne il punto di impatto di questo fenomeno sulla realtà se non si accetta di andare a fondo nella verifica delle condizioni di contesto che ne determinano l’emersione prima e l’esplosione poi.

Perché la gente è stanca? Perchè non riesce a trovare forme di sollievo a questo stato di costante affaticamento? Hartmut Rosa, nel libro Accelerazione e alienazione (ed. Einaudi –  2015) punta il dito contro quella che definisce accelerazione sociale: “la società moderna è definita da una combinazione fatidica di crescita e accelerazione”. Il marchio di fabbrica del tempo che stiamo vivendo. Il presente – il punto dove “spazio di esperienza e orizzonte di aspettativa coincidono” – si ripiega su se stesso, lasciando a ognuno un senso di costante inadeguatezza al tempo che scorre, alla velocità che viene richiesta nell’ottica di valutazioni (nel lavoro e fuori) sempre più connotate da meccanismi di competitività portata all’estremo. Questo modello, quello che ha guidato lo sviluppo economico e sociale (non senza profonde criticità e malfunzionamenti) degli ultimi decenni del secolo scorso, segna oggi il passo e lascia sul terreno segni profondi. “Nello stadio tardomoderno – almeno nella società occidentale – l’accelerazione non assicura più le risorse che permetterebbero all’individuo di realizzare i propri sogni, obiettivi e progetti di vita e alla politica di realizzare una società fondata sulle idee di giustizia, progresso, sostenibilità, ecc.; semmai si verifica l’esatto contrario. Sogni, obiettivi, desideri e progetti di vita dell’individuo vengono utilizzati per alimentare la macchina dell’accelerazione. Per i soggetti la sfida principale è diventata guidare e plasmare la propria vita in modo da riuscire a “rimanere in gara”, a restare competitivi, a non cadere dalla ruota.” Competitivi per il poco lavoro che rimane (uno contro l’altro), competitivi nei confronti dei migranti o di chiunque crediamo possa attentare alla nostra posizione di confort (prima noi), competitivi nelle relazioni internazionali (dentro un pioggia di pugni battuti sul tavolo inutilmente e il riemergere triste di tensioni nazionaliste), competitivi nella difesa di privilegi e diseguaglianze (crescita, profitto, sicurezza, esclusione, ecc.) in un climax di aggressività, rabbia, e – tornando a Rosa – alienazione. “Per i soggetti tardomoderni, il mondo (incluso l’io) è diventato silenzioso, freddo, indifferente o addirittura ripugnante.” Il posto peggiore dove immaginare il proprio futuro e dove tentare di sbrogliare i nodi di fenomeni complessi e globali.

Il compito della politica oggi non é quello di banalizzare il significato della stanchezza di cittadini e cittadine, sostenendone da un lato le derive più retrive o facendo spallucce denunciandone l’arretratezza culturale. Se vuole uscire dal vicolo cieco in cui si è infilata – mai così subalterna e incapace di tenere le redini del mondo che dovrebbe guidare, mai così invisa e inutile agli occhi di fette sempre più ampie di società – deve intendere la sua azione come un necessario contrappeso all’accelerazione sociale che Rosa descrive magistralmente, decidendo di non inseguirne a tutti i costi l’incedere. Cominci a leggere i segnali di insofferenza sempre più evidenti come la rappresentazione della fragilità di un modello – quello capitalistico – che ha fatto della crescita, in ogni settore della vita, l’unico strumento di misurazione. Inceppatisi – probabilmente per sempre – i meccanismi che ci avevano illuso e imposto di “dover danzare sempre più in fretta per mantenere le posizioni” é arrivato il momento di definire nuove metriche capaci di dare forma a comunità collaborative e inclusive, contesti sociali votati allo scambio e alla condivisione, filiere economiche e produttive orientate al mutualismo e alla sostenibilità, processi e luoghi di vita che sappiano generare senso comune e riconoscimento di ogni singolo individuo dentro una dimensione collettiva oggi frammentata. Va allestito e praticato un modello di società altro, che cura e non ammala, rifiutando quello che continua a pompare tossine nell’organismo di un pianeta stanco.

f.

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