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La coscienza dei luoghi oltre il conformismo e per l’autogoverno

In Ponti di vista on gennaio 22, 2017 at 9:47 pm

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“Nè lo Stato né l’individuo possono da soli realizzare il mondo che nasce. Sia accettato e spiritualmente inteso un nuovo fondamento atto a ricomporre l’unità dell’uomo: la Comunità concreta.”
*Adriano Olivetti, “L’ordine politico delle Comunità”*

L’immaginario e le pratiche dell’Autonomia non possono accompagnarsi al conformismo. “L’ordinario ha una sua “forza” intrinseca e magneticamente ci attrae e riporta a sé. Eppure, allo stesso tempo, l’insoddisfazione spinge in noi verso qualcos’altro, oltre ciò che già esiste e ci contiene e costringe. In questo gioco senza fine, nella maggior parte dei casi a vincere è il ripiego sull’esistente, la normatività dell’ordinario. La nostra propensione ad estendere al di fuori dai limiti segnati dall’ordinario le nostre scelte; la nostra tensione ad occupare una prospettiva esterna sopraelevandoci dalla contingenza, nella maggior parte dei casi è risucchiata dal conformismo.”[1] Così Ugo Morelli scrive della propensione all’omologazione, della perdita – se vogliamo riportare il concetto al tema in discussione in questo breve testo, l’Autonomia – di complessità in nome di una più comoda, e apparentemente sicura, ordinarietà. Se oggi sottoponessimo un sondaggio d’opinione a cittadini e cittadine della nostra Provincia su quali riconoscano come tratti distintivi – potremmo dire il corredo valoriale e materiale – di questo territorio temo che molti, così come sull’altro fronte i detrattori del modello autonomistico, fisserebbero la propria attenzione sull’ancora cospicua disponibilità di risorse in capo all’istituzione provinciale. Da un lato se ne loderebbe la gestione virtuosa (oggi probabilmente con minor enfasi che un tempo),dall’altro ne verrebbe denunciato il decadimento a forma inaccettabile di privilegio. Se il dibattito si dovesse ridurre a questo – come da un po’ di tempo accade, per responsabilità molteplici e diffuse – il rischio è quello che entrambe le posizioni, in modo speculare, assumano le caratteristiche del conformismo, vada esso nella direzione di una difesa senza idee, e senza futuro, dello status quo o del richiamo, fuori tempo massimo da ogni punto di vista, a una dimensione nazionale oggi sempre più fragile e insufficiente di fronte al groviglio globale che ci troviamo ad affrontare quotidianamente. 

“Oggi le Alpi sono un impasto di innovazione e tradizione,” – afferma Enrico Camanni nell’introduzione a “Alpi ribelli” [2] – “globale e locale, modernismo e nostalgia nel cuore della vecchia Europa”. Questa descrizione richiama all’ambizione di rimanere anomalia montana e allo stesso tempo ci aiuta a descrivere i tratti qualificanti del concetto di “territorio aumentato”, votato all’innovazione. Questo approccio non pacificato è un invito all’utopia, un rifiuto all’indifferenza, un richiamo allo spirito critico, alla curiosità e alla fantasia. Perché l’ambizione dei territori di autogovernarsi è questione certo di responsabilità – come ha giustamente ricordato nel suo intervento a Pieve Tesino il 18 agosto scorso il Presidente della Repubblica Mattarella, nelle giornate di ricordo della figura di Alcide Degasperi – ma è anche e soprattutto descrizione di non automatico adeguamento e di sana e consapevole rivendicazione di alterità. “Anche se si ferma alla disobbedienza e all’utopia senza costruire veri modelli di società, la voce arrabbiata della montagna filtra come goccia nella crepa del sistema, logorandolo con la spavalderia di chi vede il mondo dall’alto in giù e ha il privilegio di cogliere il pericolo per primo e urlarlo in legittima difesa, perché tutte le acque scendono dalla montagna. Nessuna sale alla sorgente.” [3] Un contributo radicale e ruvido, che non sfugge al conflitto tra basso e alto, tra pianura e montagna, che da il là alle riflessioni necessarie oggi alla validazione dell’idea che dentro un mondo sempre più complesso e interconnesso abbia ancora un valore inestimabile – dal punto di vista culturale e sociale, così come economico – il riconoscimento della “coscienza dei luoghi”, inteso come “il percorso che da individuale a collettivo connota l’elemento caratterizzante la ricostruzione di elementi di comunità, in forme aperte, relazionali, solidali.” [4]

Il predominio dei flussi sovranazionali (più economici e finanziari che, in verità, politici) è evidente, inutile negarlo, anche a un’osservazione superficiale della realtà contemporanea. Che dire della potenza e della pervasività degli algoritmi che “non sono il semplice riflesso degli interessi economici dei soggetti che li programmano.” “Volendo prendere in prestito le parole usate da Michel Foucault – spiega Dominique Cardon [5] – per descrivere il neoliberismo, si tratta sì di governare la condotta degli individui ma attraverso la libertà e l’autonomia. Le nuove tecniche di apprendimento che si sviluppano a gran velocità nel mondo dei Big Data calcolano gli individui in funzione dei loro comportamenti passati rinviandoli in permanenza alla responsabilità delle loro scelte. Se gli individui hanno comportamenti monotoni, se tutti i loro amici condividono le stesse idee e gli stessi gusti, se seguono sempre lo stesso percorso, i calcolatori li confineranno nella loro regolarità. Se, al contrario, essi mostrano comportamenti più diversificati, seguono strade inattese, hanno reti sociali eterogenee, allora gli algoritmi proporranno loro un ventaglio più ampio di opzioni e qualche volta faranno perfino scoprire loro orizzonti nuovi. Operando i loro calcoli sulla base delle tracce che lasciamo dietro di noi, gli algoritmi riproducono in realtà le ineguaglianze nella distribuzione delle risorse tra gli individui.”
Velleitario pensare di poter contrapporre a essi ostacoli che richiamino a una possibile chiusura verso l’interno, in nome di un’autarchia e di un isolamento fuori dal tempo. Limiti e potenzialità della relazione con i flussi globali e rapporto tra eterodirezione (il rischio) e l’autogoverno (l’ambizione, l’utopia) sono i temi su cui porre l’attenzione. Sempre Beccatini e Magnaghi così si esprimono:
“Soltanto la crescita di una nuova cittadinanza in grado con i propri saperi di produrre e riprodurre attivamente il proprio ambiente di vita biologico, sociale e culturale, allontanando i poteri sovradeterminati dell’economia globalizzata, può realizzare questa utopia. Un movimento dunque non finalizzato alla presa del potere, ma di progressiva vanificazione della “presa” dei poteri esogeni.” [6] L’autogoverno come massima rappresentazione della coscienza di luogo e della capacità – questa sì, effettivamente aumentata – di un territorio di occuparsi di sé e del proprio futuro.

L’ipotesi di modifica (o revisione, o aggiornamento) dello Statuto di Autonomia – al netto della dimensione strettamente tecnico/giuridica – sarà utile solo se saprà essere sfidante nella ridefinizione di un consapevolezza diffusa che, date le condizioni del “grande disordine” globale, sappia farsi carico partendo dal contesto di massima prossimità – il territorio – dell’attivazione di un processo comunitario che descriva e applichi “diversi modelli di sviluppo che comportano diversi processi di appropriazione e uso delle risorse da parte degli abitanti-produttori, diversi rapporti sociali di produzione fondati su nuovi statuti del lavoro e del consumo, diverse forme pattizie di democrazia diretta, diversi settori strategici dell’economia.” [6] Con uno sguardo tutt’altro che campanilistico questo sarebbe il primo passo fondamentale, in attesa “di allargare la coscienza stessa verso il mondo, verso un’umanità che condivida come luogo il mondo.” [7] 

Locale e globale in dialogo. Periferia e centro rimessi in relazione, dove è il margine il contesto che, nella sua geografica e materiale fragilità, può maggiormente sperimentare buone pratiche di resilienza, di innovazione, persino di attrazione per “ritornanti” o nuovi abitanti. E dove il centro – inteso come la dimensione urbana/metropolitana o come rappresentazione dell’accumulazione del potere – è, nella migliore delle ipotesi, in difficoltà economica (con gli scricchiolii e le contraddizioni del modello capitalista), confusione culturale (con la folle idea di un’uniformazione difensiva ai “valori” occidentali, come fattore decisivo all’integrazione forzata delle differenze) e frammentazione sociale (lì dove paura, rancore e solitudine la fanno ancora da padroni). Il margine è qui da intendersi non  come confine escludente ma come una frontiera riconosciuta, miglior vaccino possibile contro l’epidemia dei muri.” [8] Non strumento per tracciare la separatezza ma spazio della sperimentazione dentro un contesto più flessibile e generativo.“Ciascun nuovo pezzetto di sapere nasce dai margini del precedente, attraverso la regolazione delle lenti su quelle frange che esso ha lasciato nel vago, nell’indefinito”. [9] Ecco perché avventurarsi al margine, o addirittura abitarlo, è non solo un’opportunità ma una necessità dalla quale non possiamo sottrarci.

L’Autonomia trentina, e con essa anche quella altoatesina, non può quindi essere intesa come modello da tutelare – sempre che si abbiano ancora le possibilità di una sola azione conservativa – come si fa con una specie in via d’estinzione, ma la sua affermazione va intesa come preludio al dispiegarsi di altre mille Autonomie per altrettanti margini, per altrettante differenze emergenti. E’ in questo contesto che lo stesso concetto di margine assume connotazioni più sfumate, diventando caratteristica allo stesso tempo di ogni luogo e di nessuno, dentro un mondo globalizzato che riesce addirittura a fare a meno di qualsiasi centro, dispiegandosi in forma reticolare e immateriale.
Non è questione di negare lo spaesamento dei contesti montani o di sottovalutare le difficoltà della vita “verticale”. Non è neppure una sottovalutazione del processo storico che ha condotto al primo statuto di Autonomia e al suo successivo aggiornamento, ma è il tentativo di offrire un approccio che sappia cogliere la specificità del luogo che abitiamo, sfuggendo al desiderio (di nuovo conformista) di chiusura o di presunta autosufficienza e tracciare la rotta di una proposta che – a livello istituzionale, economico, sociale e culturale – riconosca il ruolo politico delle comunità nella validazione di meccanismi democratici orizzontali e popolari. Nessun localismo ma la piena comprensione che “un’apertura di possibilità storica, il desiderio – incomprimibile e più che mai attuale – che libertà e proprietà comune, autonomia e decisione politica comune, costituiscano alternativa viva alle forme di dominio e statualità moderna.” [10]

“Tutto ciò che fai per me senza di me, lo fai contro di me” [11]. Pensare e agire insieme – in un tempo in cui anche il capitalismo annusa le potenzialità della condivisione, online come offline -, nella coraggiosa e costante ricerca di nuove inattese alleanze, dovrà essere il tratto distintivo di una costituente stagione autonomista, trentina e non solo.

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[1] Ugo Morelli, Conformismo – DoppioZero, agosto 2016 

[2] Enrico Camanni, Alpi ribelli – Laterza, agosto 2016

[3] idem

[4] Giacomo Becattini, La coscienza dei luoghi – Donzelli, 2015

[5] Dominique Cardon, Che cosa sognano gli algoritmi – Mondadori Università, 2016

[6]Giacomo Becattini, La coscienza dei luoghi – Donzelli, 2015

[7] idem

[8] Regis Debry, Elogio delle frontiere – Edd, 2012

[9] idem

[10] Beppe Caccia, Comunità politiche senza sovrano – Il Manifesto, agosto 2016

[11] Proverbio africano

 

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