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Un mondo condiviso. Tra la necessità di scrivere la storia e l’abilitazione al tiki taka.

In Uncategorized on ottobre 2, 2016 at 10:23 am

condivisione_trento(articolo pubblicato all’interno del blog ImpactBlog, curato da Impact Hub Trentino sull’edizione online del quotidiano l’Adige)

Un mondo condiviso. Il titolo dell’incontro ospitato dal Festival delle Resistenze porta dentro di sé una delle contraddizione più rilevanti del tempo che stiamo vivendo. Se da un lato la strabordante connettività della nostra società sembra aver eliminato dalla superficie terrestre qualsiasi ostacolo alla possibilità di generare reti sempre più articolate e diffuse (oltre che potenti e efficienti), dall’altra non passa giorno senza che emergano, ad ogni latitudine, i segni dell’incapacità umana di relazionarsi con l’altro, di mettere in comune, di superare le differenze. Un mondo condiviso è quindi allo stesso tempo un necessario auspicio, un orizzonte socialmente desiderabile (partendo anche da contesti molto piccoli dove sperimentarne le potenzialità e le conseguenze) e una sfida politica decisiva per lo stesso futuro del pianeta.

Ne è ben consapevole Lamberto Maffei che nel suo “Elogio della ribellione” si esprime così, interrogandosi attorno alla paradossale solitudine generata dall’eccesso di stimoli ai quali siamo sottoposti ogni giorno: “Vi è, sostiene Ricoeur, un desiderio di esistere non attraverso l’affermazione vitale di sé stessi, ma attraverso il riconoscimenti degli altri uomini con i quali posso dialogare, per chiedere e ascoltare.” [1] Ma in questo senso il mondo che stiamo vivendo è davvero condiviso? Ecco il primo di una lunga serie di interrogativi che in questo articolo emergeranno, non tutti trovando risposta.

L’appuntamento di Piazza C.Battisti a Trento, lo scorso 25 settembre scorso, è un ideale trait d’union tra il percorso del Festival delle Resistenze dell’anno corrente (tutto dedicato all’economia della condivisione) e quello che proprio in questi giorni prende le mosse, cercando di indagare i contorni degli stati d’incertezza che pesano sulle comunità – locali e globali – di cui facciamo parte. Utile a questo tentativo di collegamento è il riferimento a un estratto di Luca De Biase, ospite nell’aprile scorso a Bolzano, che ci mette in guardia. “Lo storytelling è un bagliore passeggero nella lunga storia degli umani, di cui tutto fa parte. Storytelling compreso. Ma chiariamo. Chi fa storytelling fa un mestiere. Chi crede di vivere nel mondo creato dallo storytelling fa un errore. Chi vive scrive la storia. Chi studia la storia si pone al servizio della comprensione della vita. La storia è, insieme, il risultato della vita umana e la sua interpretazione. La pratica del discernimento, tra i bagliori abbaglianti e le strutture che indirizzano il corso della vita, è la prossima grande innovazione.”  Attorno al fenomeno della sharing economy (certamente un bagliore accecante, restando alla definizione di De Biase) di storytelling ne è stato fatto e se ne fa moltissimo. Ciò che ci dovrebbe interessare davvero però è capire in che direzione sta evolvendo la storia, il dipanarsi delle vita umana nel medio/lungo periodo. Capire in definitiva se, citando Don Milani, “abbiamo imparato che il problema degli altri è uguale al nostro. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. [3] L’economia della condivisione, quindi, alla prova della condivisione.

La sharing economy agisce sulle eccedenze, sulla messa a valore – in chiave di miglior efficienza, nella relazione senza intermediazione tra offerta e domanda – di ciò che altrimenti verrebbe sprecato o non sarebbe utilizzato. Uno schema solo apparentemente banale che permette di estrarre ricchezza non da assets di proprietà ma appunto condivisi all’interno di una rete di dimensioni planetarie. Un meccanismo di produzione e accumulazione di ricchezza che ha portato alcune delle piattaforme più famose e utilizzate (Airbnb e Uber soprattutto) a raggiungere livelli di capitalizzazione fino a pochi anni fa inimmaginabili, spingendo Arun Sundararajan -professore alla New York University, uno dei massimi esperti della materia – a definire la sharing economy la più recente mutazione del capitalismo.

E’ toccato a Ugo Morelli tentare di mettere sotto stress le fondamenta del fenomeno. Lo ha fatto da un lato segnalando la capacità del modello dominante – quello neoliberista – di sussumere (di trarre a sé, di inglobare) ogni esperienza che sappia generare profitto e dall’altro elencando quelli che sono i punti di tensione che la condivisione, così come viene rappresentata attraverso le piattaforme sharing, genera. Negazione del conflitto come strumento per la trasformazione e del limite come approccio alla finitezza delle risorse generate dal pianeta Terra. Scarsa attenzione ai temi della giustizia sociale, delle pari opportunità e dell’uguaglianza. Una concezione piuttosto fredda e tecnocentrica dell’empatia. Non una stroncatura dell’idea della condivisione, del metter insieme, del privilegiare le relazioni all’individualismo ma un campanello dall’allarme rispetto al giusto valore da dare alle parole e alla comprensione delle sfumature meno rassicuranti del modello della sharing economy. Altre domande quindi, a fronte della complessità e dell’incertezza del contesto che circonda.

Certo l’egoismo a volte produce azioni che vengono ricordate nella storia per la loro bellezza, per la loro eccezionalità. Uno contro tutti, Maradona contro l’intera nazionale inglese. Dalla linea di metà campo fin dentro la porta avversaria, per uno dei gol più famosi della storia del calcio. Peccato non tutti i giorni e in ogni situazione ci sia un Maradona pronto a entrare in azione risolvendo la partita che giochiamo all’interno delle nostre comunità. E’ quindi preferibile passarsi il pallone, chiedere aiuto ai propri compagni, giocare di squadra. Nemmeno il tiki taka di Pep Guardiola è una schema di gioco banale, così come l’azione del condividere non ci è del tutto naturale. Richiede competenze diffuse (dal portiere all’attaccante), movimenti coordinati e costanza nella prestazione di ognuno. Non si può stare fermi, il dialogo è continuo e serve possedere un linguaggio comune senza il quale mancano le condizioni minime dell’interazione.
Nel 2012 Antonio Galdo scriveva “L’egoismo è finito” [4] e parallelamente raccoglieva storie all’interno del sito nonsprecare.it. Un campionario di buone pratiche, una serie numerosa e diversificata di esempi che dimostrano come dopo anni di esclusiva resistenza agli effetti della grande crisi iniziata nel 2007 un cambio di passo nella popolazione italiana, consapevole dell’esigenza di unire le forze (dal condominio all’impresa, dal commercio solidale alla social street) nella vita quotidiana, nel rapporto con il proprio contesto di prossimità. Il co-housing e il riciclo degli scarti di produzione, l’auto in condivisione e la biblioteca degli oggetti. E molto altro ancora.
Il “tiki taka” dell’economia condivisa – almeno quello che si pratica lontano dalle piattaforme web – ha bisogno di un forte processo abilitazione, rischiando comunque (ecco un’altra questione che genera interrogativi di difficile risoluzione) di apparire se confrontato all’aggressività e al successo dei grandi player internazionali assolutamente residuale e poco rilevante dal punto di vista dell’impatto sulla società.

I dati di crescita della sharing economy – almeno quelli delle piattaforme più conosciute e utilizzate – sono impressionanti. Eccone alcuni.

FACEBOOK (fonte Wired)
* 1,09 miliardi – È il numero di persone che utilizza attivamente Facebook su base giornaliera (dato aggiornato al 2016). Più di 28 milioni in Italia.
*45 miliardi – Sono i messaggi inviati ogni giorno tramite Facebook (dato aggiornato al 2015).
*5,38 miliardi (di dollari) – A tanto ammontano i ricavi realizzati dall’azienda nel primo trimestre del 2016. 1,51 miliardi (di dollari) – L’utile netto realizzato da Facebook nel primo trimestre del 2016.

BLABLACAR (fonte BlaBlaCar)
*Più di 30 milioni di utenti iscritti
*Più di 3 miliardi di km condivisi
*10 milioni di viaggiatori ogni trimestre
*Circa 1.000.000 tonnellate di CO2 e 500.000 tonnellate di carburante risparmiate negli ultimi 12 mesi
*Una media di 2.8 occupanti per auto (Vs una media di 1.6 senza BlaBlaCar)

AIRBNB (fonte AirBnB)
*3,6 milioni di visitatori nel 2015
*83.000 host che hanno ospitato
*2.300 Euro, media guadagno annuale host
*3,4 miliardi Euro impatto economico complessivo
*98.400 posti di lavoro supportati (indotto)
*394 milioni Euro reddito percepito dalle famiglie
*70mila Euro – tasse pagate da Airbnb Italia nel 2014

Ne abbiamo parlato con Daniele Bucci, della comunità OuiShare, impegnata nella promozione e nello studio della sharing economy. Sono dati economicamente in controtendenza rispetto un periodo di stagnazione (potenzialmente secolare), e lo sono nella definizione o nella riqualificazione di nuovi mercati o di mercati in grave crisi. La vera domanda – che da qualche tempo ci si pone – è quella riferita alla valutazione dell’impatto sociale del fenomeno. La disintermediazione ha cambiato il modello economico o ne descrive solo un’evoluzione che mantiene dentro di se le stesse contraddizioni del precedente? La condivisione è approccio a una nuova idea di democrazia – e di democratizzazione degli strumenti di produzione – o sono sempre le grandi multinazionali a guidare i processi dall’alto? “Bisogna surfare sull’onda del fenomeno globale, resistere al suo incedere non avrebbe alcun senso” – spiega Bucci – “Esiste il rischio che la creazione di capitale umano a costo bassissimo garantisca a pochissimi la massimizzazione dei ricavi.” Non è però solo un problema di sistema, ma anche di mancata consapevolezza personale e di scelte non orientate nella giusta direzione. Basti pensare all’esempio di alcune piattaforma social, nate con l’idea di mettere redistribuire i ricavi provenienti dalla pubblicità con gli utenti che ne avrebbero animato le pagine. Potenzialmente molto interessanti e condivisive anche economicamente, non sono mai riuscite a decollare visto che gli utenti hanno continuato a preferire la sterminata community di Facebook, pur sapendo che ogni loro click, foto o dato condiviso è carburante gratuito per gli algoritmi progettati da Mark Zuckerberg & C.

Marta Maineri [5] – una delle persone che maggiormente sta studiando l’argomento, organizzatrice di Sharitaly – pone in essere l’interrogativo di come procederanno le strade aperte da un lato dalla sharing di mercato (molto potente, “un bambino cresciuto troppo in fretta”, ancora orfano di una normazione precisa) e dall’altra dalla sharing sociale (fragile dal punto di vista della sostenibilità, comunitaria, di piattaforma ma non solo). Maineri auspica un futuro di ibridazione delle due. Ma è possibile che società con ricavi trimestrali miliardari dai modelli di businness superaggressivi possano dialogare positivamente con realtà di tipo mutualistico e collaborativo (il modello cooperativo di comunità ad esempio…) che non hanno come loro primo bisogno la centralizzazione del profitto ma il miglioramento delle redistribuzione delle ricchezze prodotte nei confronti della collettività? Domande, domande, ancora domande.

[1] Lamberto Maffei, Elogio della ribellione (Il Mulino)
[2] Luca De Biase, Chi supera lo storytelling e inizia a riscrivere la storia
[3] Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa (Libreria editrice fiorentina)
[4] Antonio Galdo, L’egoismo è finito (Einaudi)
[5] Marta Maineri, Sharing di mercato o sharing sociale, dove sta andando la nuova economy

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