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Se vuoi arrivare primo corri da solo. Se vuoi arrivare lontano corri insieme.

In Ponti di vista, Uncategorized on agosto 2, 2018 at 8:35 am

pexels-photo-1250484Lo ammetto. Mi sento confuso. Non è la prima volta che faccio ammenda. E’ l’atto minimo – almeno così la vedo – per prendere coscienza della debolezza di alcune categorie interpretative fin qui prevalenti e della fragilità degli strumenti e delle pratiche cui ho/abbiamo fatto riferimento per attivare e accompagnare i percorsi politici. Non vado fiero di questo mio stato, ma onestà intellettuale impone di non vantarsi di certezze che non si possiedono e che di conseguenza mi guardo bene dallo spacciare per tali.

C’è contestualmente però un aspetto di cui vado molto fiero. Non ho mai smesso di interrogarmi su ciò che è, di cercare di immaginare ciò che sarà, di lavorare su ciò che potrebbe essere. Non mi sono mai dimenticato che la curiosità – anticamera della meraviglia, vero motore di quel cambiamento che oggi in tanti invocano, praticandolo con parsimonia – va messa alla prova ogni giorno. Aguzzando la vista, allenando l’ascolto – non selettivo ma polifonico – e praticando la ricerca. Un’abitudine che non può da sola mitigare il senso di frustrazione che sento crescere dentro di me e che molto fatico a reprimere, ma che fortunatamente mi riserva periodiche sorprese, nella forma di sguardi che aiutano a rompere schemi che non aiutano, ma anzi imprigionano, la necessità di andare oltre. Qui sotto ne descrivo due che mi hanno accompagnato in questi giorni.

Sguardo uno. Un’amica – libraia curiosa e appassionata, attrice e scrittrice sensibile – mi ha fatto notare un aspetto che non ero riuscito a leggere negli occhi di Josephine, unica superstite con il suo neonato di un naufragio nel Mar Mediterraneo. Storia la sua che, con contorno di fake news e polemiche assortite, per qualche giorno ha aiutato a riempire le pagine dei quotidiani italiani prima di essere di nuovo inghiottita dall’oblio. In quegli occhi, salvati dall’abbraccio mortale del mare, Soledad non riconosceva disperazione ma speranza. Non paura ma il luccichio di una possibilità che si schiude, pur sull’orlo del burrone.

Chi coltiva la speranza oggi, pur nell’immane difficoltà e precarietà delle proprie condizioni di vita, sono proprio coloro che – milioni di uomini, donne e bambini in giro per il mondo – tentano di modificare il proprio futuro, tracciando personali rotte dell’esodo da guerre e violenze, da povertà e denutrizione, da crisi ambientali e umanitarie. Nelle migrazioni – movimenti dai tratti collettivi, pur se informali e scomposti, caotici e conflittuali – non c’è “semplicemente” una richiesta di umana solidarietà o di accoglienza dignitosa e temporanea. In quei viaggi ci sono le premesse di una rivoluzione in corso. Una rivoluzione che ha nei corpi in transito il simbolo/strumento più potente di una trasformazione epocale. Un “sessantotto” per interi pezzi di mondo che non richiedono, dopo la colonizzazione e lo sfruttamento sistematico cui sono state vittime, compassione ma giustizia.

I disperati in questo contesto siamo invece noi e lo siamo perché di fronte alla pressione – più politica che numerica – dei fenomeni migratori vediamo venir meno le nostre certezze di società del benessere (esclusivo e non condiviso), la distinzione marcata tra il primo e gli altri mondi, la centralità dell’Occidente negli scenari planetari.

Un ribaltamento di piano – con alla base il tentativo di restituire equilibrio ad un mondo totalmente e follemente diseguale – che apparentemente non sappiamo sopportare. Un ribaltamento che ci fa infinitamente paura perché mette (giustamente) in dubbio le promesse di un progresso capitalista che ha vissuto, cito una recente intervista di Umberto Galimberti, “di rapina e sopraffazione”.

Ecco perché il “prima noi” di Mattero Salvini ha tanto successo e riesce a essere messaggio trasversale e comprensibile per tutti gli spaventati (a torto o a ragione) che ci stanno attorno. Pensiamoci quando ci proponiamo di dare corpo a un’alternativa politica, economica e sociale sincera, credibile e sufficientemente radicale.

Sguardo due. Nei giorni scorsi Johnny Mox, musicista e non solo, ha annunciato il titolo del suo nuovo album solista: “Future is not coming – but you will. Uno slogan/manifesto (mi assumo la responsabilità della parzialissima esegesi che segue) preceduto dal singolo “Destroy everything”. Come a dire: ecco da dove dobbiamo partire!

Appena letta la breve presentazione del disco (“parla di un Futuro perduto, che non arriverà mai nella forma in cui ci è stato venduto e raccontato. Cerca di descrivere il profondo senso di scollamento, la rabbia e l’ossessione che tutti abbiamo sviluppato in questi anni nei confronti del Domani”) ho composto un sms dicendogli che trovavo musicalmente bello il nuovo pezzo e ho pensato che il messaggio che il disco contiene ha molti punti in comune con le cose che scrivo e provo a fare, sentendomi spesso piuttosto solo e fuori posto.

Il futuro così come ci è stato proposto – crescita lineare della ricchezza e relative ambizioni personali – non c’è più e abbiamo bisogno di rendercene conto prima che le conseguenze del venir meno di quelle aspettative che ci sembravano tanto scontate (vivere meglio – almeno in termini quantitativi – della generazione precedente) e dei percorsi di vita che ci apparivano sufficientemente lineari (studio/lavoro/guadagno/famiglia/ecc.) siano troppo profonde, e le faglie sociali e culturali impossibili da suturare.

“But you will” – estensione del titolo scelto da Johnny, la parte “ottimista” e generativa – riflette esattamente questo necessario movimento. E’ la decisione di astrarsi volontariamente da un contesto dato (e non più desiderabile oltre che sostenibile) per provare a definirne un altro, capace di rimette al centro le particolarità di ogni singolo valorizzandone la relazione con l’altro da sé, dando vita a nuove comunità promotrici di un futuro tutto da costruire.

Roberto Covolo, neo assessore a Brindisi e innovatore sociale seriale, le inquadra così, citando Danilo Dolci:

“Le comunità si fondano sulla fiducia. La fiducia nasce dal dono, da un’azione originaria volontaria e gratuità che non esige reciprocità.  Il dono ‘fondativo’ è una condivisione radicale di risorse – non marginali, ma pregiate – da parte di chi intende ‘iniziare’ una comunità.

Lo stato di salute di una comunità dipende dalla quantità di capitale di fiducia in circolazione. La fiducia si alimenta con la prossimità, la coerenza, disvelando il dietro le quinte, promettendo non più di quanto si può mantenere, ‘senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé’”

Questi due sguardi amici hanno aiutato in questi giorni a rendere meno fragile anche il mio punto d’osservazione sul mondo, che vede di buon occhio la cooperazione nell’affrontare il dubbio piuttosto che l’individualismo impegnato a difendere le proprie certezze monolitiche.

Se vuoi arrivare primo corri da solo. Se vuoi arrivare lontano corri insieme.

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