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Europa e territori. Della necessità di politiche a geografie variabili.

In Ponti di vista, Uncategorized on maggio 1, 2017 at 8:48 pm

PIAZZA_lotta

Il Partito Democratico riesce spesso nell’impresa di sfiorare una cosa e di renderla immediatamente inservibile, impossibile da recuperare all’uso. Non sfuggono a questa triste sorte neppure quelle idee, poche per la verità, che potrebbero rivelarsi interessanti, generative. Ne è testimonianza evidente l’iniziativa – intitolata #tuttoblUE – realizzata a Milano nella giornata del 25 aprile scorso con l’obiettivo di orientare l’attenzione (propria e non solo, sperabilmente) nei confronti delle difficili condizioni in cui versano l’Europa, le sue istituzioni e la sua proiezione nel futuro. Il kit completo offerto ai militanti (maglia, k-way e cartello personalizzabile) al prezzo di 6 euro che strizzava l’occhio – o stringeva proprio la mano – al marketing politico spinto, la grave disattenzione nel “confondere” Liberazione con libertà, il vuoto spinto rispetto a una necessaria proposta di democratizzazione (così la definisce Thomas Piketty in una recente riflessione, edita da La nave di Teseo) dell’Unione Europea sono riusciti a mettere in secondo piano l’interessante intuizione – lo dico senza ironia – di integrare la memoria – cosa buona e giusta – con la capacità di definire nuovi riferimenti costituenti nella costruzione di un senso comune, valoriale e pratico, preferibilmente su scala sovranazionale. Sbagliati quindi sia stile (Coco Chanel su quei cartelli?) che il merito (patrioti d’Europa? davvero una patria più grande sarà la soluzione?) ma l’idea di partenza era meno stupida e velleitaria di come è stata descritta. Soprattutto se le alternative in campo – tra quelle che si richiamavano all’originale del 25 aprile e chi ne voleva piegare il significato pro domo sua – sono la diatriba tra Anpi e Brigata Ebraica (mah!), l’autoproclamata giornata di liberazione dai partiti proposta dal M5s (doppio mah!) o quella dedicata alla legittima difesa (senza parole!).
Attorno all’Europa regna una confusione che potrebbe esserle fatale – ho ancora negli occhi i selfie e i cori con Mario Monti dei Federalisti Europei a Roma il 25 marzo e di riflesso i cortei dai connotati (non) velatamente “sovranisti” dei centri sociali e di parte del mondo sindacale – ma non per questo il tentativo di far emergere, in una paese come l’Italia impegnato troppo spesso nell’osservazione del proprio ombelico, un serio dibattito (e magari una proposta politica) paneuropeo sarebbe da ritenersi privo di senso. Da questo punto di vista Alessandro Gilioli centra perfettamente il punto, aiutandoci a capire di che Europa (in prospettiva) faremmo bene a parlare e a farci carico.

Dal globale al locale, ma prendendo spunto sempre dal 25 aprile. Durante le celebrazioni ufficiali a Trento, il Commissario del Governo Antonio Gioffrè (per la prima volta presente all’appuntamento) ha suggerito alle istituzioni politiche e culturali trentine di accrescere lo sforzo nella ricostruzione del periodo storico della Resistenza in Trentino. Un appunto che può essere letto come genuina richiesta di far chiarezza sui lati ancora non del tutto chiari di quella fase storica, ma che apre anche a un’interpretazione più sottile, di richiamo a una più puntuale adesione a un protocollo e una retorica che ha le sue radici dentro una dimensione nazionale molto più che territoriale. Una lettura, questa seconda, che maliziosamente fa riferimento a una crescente insofferenza – a ogni livello – nei confronti delle esperienze autonomistiche e che conferma la crisi del modello regionalista in favore di pericolose spinte centralizzatrici da un lato e nazionaliste (con sfumature e radicalità diverse) dall’altro. Ora, che questo piccolo accadimento avvenga negli stessi giorni in cui le Regioni Veneto e Lombardia confermano l’indizione – lo stesso giorno, il 22 ottobre prossimo – di due consultazioni referendarie con l’obiettivo di accrescere la loro Autonomia rispetto allo Stato centrale, rappresenta una coincidenza che merita di essere raccolta e approfondita. Si potrebbe liquidare la sfida neo-“federalista” dei governatori Zaia e Maroni come una provocazione leghista, tutta propaganda e schei (per chi poi? per la pianura veneta o per i margini montani e periferici in perenne difficoltà), oppure tentare di sfruttare l’opportunità per esplorare – da protagonisti, perché laboratorio dell’autonomia territoriale – l’ipotesi di una terza via possibile rispetto alle due che l’epoca che definiamo della post-globalizzazione sembra proporci: Stati nazionali di nuovo protagonisti da un lato e reti di città metropolitane (sul modello smart city) dall’altro. Se una terza alternativa non è neppure presa in considerazione prepariamoci a una fase di pericolosa marginalità (peggiore di quella che già vivono) per tutte quelle aree che non sappiano (o non vogliano) stare a pieno titolo dentro geografie eccessivamente rigide, non adatte a ospitarle. Prestare attenzione, una sorta di solidarietà critica, ai due referendum autunnali (che, almeno per quanto riguarda quello veneto, hanno ottime possibilità di successo) significa svolgere positivamente il proprio ruolo di sperimentatori curiosi di meccanismi democratici, partecipativi e inclusivi di autogoverno, in nome di un territorialismo cosmopolita capace di muoversi dentro le geografie variabili che questo tempo richiede. Non curarsene o – peggio – opporsi a essi a priori, perché proposti dal “nemico” o perché potenzialmente lesivi della specialità autonomistica trentina – sarebbe invece un peccato di superficialità che non possiamo permetterci.

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