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Appunti di lettura | 31.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on giugno 7, 2017 at 8:19 am

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Lavoro e reddito.

Yuval Noah Harari | Il senso della vita in un mondo senza lavoro | The Guardian
Se c’è un tema potente, cruciale e allo stesso tempo sfuggente è quello del lavoro, declinato nella sua visione futura. “The crucial problem isn’t creating new jobs. The crucial problem is creating new jobs that humans perform better than algorithms. Consequently, by 2050 a new class of people might emerge – the useless class. People who are not just unemployed, but unemployable.” Abbiamo bisogno di visioni (anche parziali), di immaginari da mettere alla prova.

Marco DottiFrancesco: «C’è un’economia senza volto che uccide il lavoro, l’impresa, il sociale» | Vita
Un Papa popolare (quasi populista) affronta le contraddizioni del mondo – precario – del lavoro. Le sue sono parole ruvide, rispetto alle quali non si dovrebbe (come sembra accadere sempre più spesso) rimanere indifferenti. L’impresa ha bisogno di virtù, così come la democrazia, perché il bisogno «dei lavoratori e delle lavoratrici è il bisogno di fare il lavoro bene perché il lavoro va fatto bene. A volte si pensa che un lavoratore lavori bene solo perché è pagato: questa è una grave disistima dei lavoratori e del lavoro, perché nega la dignità del lavoro, che inizia proprio nel lavorare bene per dignità, per onore. Il vero imprenditore conosce i suoi lavoratori, perché lavora accanto a loro, lavora con loro”.Ci sarà modo di tornare sulla migliore definizione dei contorni della relazione lavoro/reddito, ma è evidente che Francesco vede la profondità della questione: “Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale.”

Alessandro Visalli |“Piani di Lavoro Garantito” o “Redditi di Cittadinanza”: dibattiti sulla questione del lavoro | tempofertile.blogspot.it
Una carrellata ricchissima e molto profonda di materiali che si interrogano – non da oggi – sugli strumenti di inclusione sociale. Da leggere per avere chiare quali sono le condizioni di partenza di una riflessione oggi non più rimandabile.

Paolo Decrestina |Autista privato, life coach, personal shopper. Quanto guadagnerebbe una mamma? 3 mila euro al mese | La 27° ora
Articolo non eccessivamente scientifico ma che aiuta a comprendere il perché oggi sia sempre più indispensabile riflettere su una crescente disconessione tra lavoro e reddito, o almeno su nuove metriche di valutazione dell’impegno lavorativo che ognuno di noi sopporta quotidianamente, anche lontano dal posto di lavoro tradizionalmente inteso.

Alessandro Giglioli | L’equilibrio si è rotto | Piovono Rane
Quando ero ragazzo, mio padre – di cultura liblab – mi spiegava che il capitalismo funziona in quanto crea lavoro, quindi redditi. L’imprenditore ha un’idea, quell’idea diventa azienda, quell’azienda crea posti di lavoro, quindi salari per tutti, quindi consumi, che consentono alle aziende di fare altri profitti etc. E in un capitalismo sano erano poi i rapporti di forza sociali, politici e sindacali a creare un equilibrio nel destino degli utili: quanto all’imprenditore come suo personale guadagno, quanto al reinvestimento nell’azienda perché in futuro si facessero ancora più utili, quanto redistribuito direttamente ai lavoratori attraverso i salari, quanto indirettamente a tutta la società e al welfare attraverso le tasse. Una questione di equilibrio, insomma. Fragile, flessibile, ma capace di creare benessere diffuso finché stava in piedi. In questo meccanismo tuttavia si è rotto qualcosa: l’equilibrio, appunto.” I fondamentali, forse andati definitivamente. I fondamentali, da ritrovare…

Gwynne Dyer | L’ora del reddito di base sta arrivando | Internazionale
Manca ancora qualcosa per inserire seriamente nel dibattito pubblico e politico il tema di un reddito universale, slegato dal lavoro. Per ora programmi sperimentali sono presentati come progetti di lotta alla povertà, con l’obiettivo dichiarato di semplificare il sistema e di incoraggiare le persone a rientrare nel mercato del lavoro. Questo perché la popolazione non è ancora pronta ad accettare l’idea di un reddito di base universale. Resiste infatti la convinzione che si debba lavorare per vivere, anche se la società nel suo complesso è già molto ricca e il lavoro delle persone non serve davvero più .
Il pregiudizio è particolarmente forte nei confronti dei poveri. Come ha scritto una volta l’economista John Kenneth Galbraith, “il tempo libero è una cosa ottima per i ricchi, piuttosto buona per i professori di Harvard e pessima per i poveri. Più sei benestante e più si ritiene che tu abbia diritto al tempo libero. Per chi vive di sussidi pubblici, avere del tempo libero è considerato una cosa riprovevole”.”

Politica e società 

Il Post | Chi rappresenta oggi i giovani in Italia
Una carrellata sintetica ma non banale di ciò che rimane della rappresentanza giovanile, politica e non. Uno scenario non incoraggiante, che richiederebbe di essere affrontato con una certa urgenza.

Marzio Barbagli, Chiara Saraceno e Antonio SchizzerottoL’Istat ora vuole eliminare le classi sociali | La Voce
Critica all’ultimo rapporto Istat. Questioni di metodo (tra addetti ai lavori) e di merito, perché per capirsi servono strumenti di interpretazione condivisi. Alcuni studiosi durissimi con le scelte Istat: “Negli ultimi venti anni, gli istituti di ricerca privati hanno inondato i giornali di nuove, curiose tipologie sulla società italiana, durate lo spazio di un mattino. Ci auguriamo che l’Istat, un istituto pubblico con una lunga storia di serietà e di rigore, non voglia seguire la stessa strada. Nella comunità scientifica europea, per analizzare la stratificazione sociale e i suoi effetti, viene da tempo usato lo schema proposto dal sociologo inglese John Goldthorpe, assai simile agli schemi che l’Istat ha seguito in passato. Non sappiamo se ora l’Istituto intenda sostituirlo con il nuovo schema a nove gruppi che ci ha presentato. Se lo facesse sarebbe un passo indietro, che renderebbe impossibile rigorose analisi comparate.”

Lorenzo Cattani | L’Italia nel rapporto annuale Istat | Pandora
Del Rapporto Istat non si è discusso poco, eppure gli appronfondimenti capaci di scavare dentro le sue pagine non sono stati numerosi. Pandora (leggetela, abbonatevi) lo ha fatto in maniera eccellente – come spesso accade – , grazie a Lorenzo Cattani.
“Il pregio della “ricostruzione sociale” effettuata dall’Istat è quello di riconoscere i nuovi gruppi più esposti al rischio sociale, nei cui confronti dovrà concentrarsi, e sulle cui basi dovrà essere ricostruito, il Welfare State. Nella formazione di questi gruppi sociali nuovi hanno infatti concorso non solo la posizione professionali ma anche altre caratteristiche della società di oggi: giovani sovraqualificati, stranieri di seconda generazione, stranieri con background formativo non riconosciuto in Italia e soprattutto giovani disoccupati o atipici (che lavorano con contratti a termine o di collaborazione) che frena la crescita demografica (con serie ricadute sulle disuguaglianze) e sociale del Paese.”

Giorgio AllevaClassi e gruppi sociali nel Rapporto Istat 2017 | Neodemos
Ad un certo punto chi sul Rapporto ha lavorato ha deciso di rispondere alle sollecitazioni (e alle polemiche) emerse. Ecco da dove escono i nove “nuovi” raggruppamenti proposti: “La ricerca ha dato frutti. I nove raggruppamenti economico- sociali individuati presentano contorni ben definiti attraverso una molteplicità di dimensioni: relative al reddito e alla ricchezza, ai comportamenti di consumo e di spesa, all’uso del tempo libero, alla partecipazione politica e sociale, alla pratica e ai consumi culturali, all’istruzione, all’asimmetria dei ruoli e alla parità di genere, ai luoghi di residenza e di vita a scala regionale e all’interno dei quartieri delle città. Elementi profondi, radicati, tra loro coerenti, che danno identità e stabilità ai gruppi individuati.” Ed ecco una spiegazione precisa della scelta di elaborazione: “L’Istat non ha inteso rinnegare le analisi sulle diseguaglianze e sulla distribuzione del reddito, che continua a fare in via ordinaria, ma produrre informazione ulteriore, ‘di seconda lavorazione’. Non ha neppure inteso soppiantare classificazioni che hanno una tradizione importante e conservano una grande capacità interpretativa. Meno che mai ha pensato di eliminare le classi sociali, quanto meno non dal dibattito scientifico: se la statistica avesse la possibilità di cancellarle dalla realtà, la rivoluzione del 1917 l’avrebbe fatta Markov e non Lenin! Ciò che abbiamo proposto sono un metodo e una classificazione, non una visione del mondo. Di questo metodo e di questa classificazione siamo pronti a discutere: stiamo già organizzando un convegno in cui inviteremo chi ha mosso critiche a confrontarsi con noi e con l’intera comunità scientifica.”

Marco DottiAldo Bonomi: «Il nostro tempo ha bisogno di sussidiarietà circolare, non di muri» | Vita
Riconosco ad Aldo Bonomi una capacità rarissima. Sa intercettare temi, è in grado di sistematizzarli e di renderli comprensibili. Questi suoi contributi andrebbero raccolti e sfruttati meglio di quanto già si faccia.
Ci sono dei sintomi: “Ci fanno correre tutto il giorno, per impedirci di pensare. Si corre e si passa in poco tempo da un capo all’altro del mondo e si lascia a terra un pezzetto dell’interno di sé…”. Rivolgendoci alla cultura della sinistra e del movimento operaio, che ha molto a che fare col discorso col discorso fordismo-capitalismo molecolare-sharing economy, dovremmo ricordare che il movimento operaio ha cominciato a perdere quando ha cominciato a correre, in Occidente e in Oriente, col capitalismo moderno, anziché insistere sulle contraddizioni del sistema. Oggi si tratta di ripartire. E di ribadire, in questo salto di d’epoca, che non c’è sharing economy senza social economy. Non c’è economia della condivisione, se non c’è società della condivisione. Non c’è smart city se non c’è una città della condivisione. Ripartire dal territorio con l’impresa sociale, il volontariato, l’associazionismo – questa grande nebulosa che si deve riconfigurare – in un contesto di crisi radicale del welfare diventa molto importante.”
Ci sono delle possibili risposte: “Il problema è dunque la comunità da ricostruire, come agente dal basso, come globalizzazione dal basso che parte dai territori, dai lavori, dalle periferie e chiede e sviluppa un meccanismo di compartecipazione rispetto ai grandi cambiamenti.”

Visioni lunghe, non senza contraddizioni

Valentino Liberto | Tradurre tutto da tutti | Salto.bz
Una mente lucida e preziosa, che pratica il dubbio. “Decisiva per la politica ai giorni nostri è l’esistenza del populismo. Una parola usurpata: nella storia fu una gran cosa, contrariamente alla “demagogia”. Oggi vi è un problema culturale in senso stretto, di istruzione, “scolastico”; non di educazione, ma di scuola. La ferita incurabile del populismo è l’ignoranza di fondo, la trasformazione radicale di quella figura che chiamavamo positivamente “dell’autodidatta”: chi non poteva studiare per lavorare, frequentava la scuola serale o l’università popolare, ed era ammiratore della cultura “alta”. Gli autodidatti sono stati frustrati, privati delle loro identità sociali, tramutando la soggezione derivante dall’inferiorità culturale in un’arma da rovesciare con invidia, odio, livore e indignazione, con la bava alla bocca, contro la cultura.”

Mark ZuckerbergIl discorso di Zuckerberg ad Harvard: le priorità «della nostra» generazione | Il Sole 24 Ore
Il fondatore di Facebook torna nell’Università che ha lasciato per lanciarsi nel mondo degli affari. Il suo discorso (a poco più di trent’anni) è quello di un uomo consapevole di avere tra le mani – nel bene e nel male – la possibilità, in parte già sperimentato, di indirizzare l’immaginario del futuro dell’intera umanità. I suoi punti di partenza: “l’avvio di progetti straordinari insieme, la ridefinizione delle pari opportunità per dare a tutti la libertà di perseguire il proprio scopo e la costruzione di una comunità in tutto il mondo.”
Da legger con grande attenzione.

Maurizio CartaAugmented City – un masterprogram per i tempi che cambiano
Aspetto sempre con curiosità le comunicazioni, i progetti, i libri di Maurizio Carta. In questa intervista spiega perfettamente la sua idea di “città aumentata”: “Il diritto alla città di Lefebvriana memoria come impegno a “cambiare noi stessi cambiando l’aspetto delle nostre metropoli”, si traduce ogni giorno di più nella sfida compartecipativa e nella organizzazione dello spazio collettivo – non più solo pubblico – proponendo all’urbanistica nuovi obiettivi legati al mutamento di una società sempre più protagonista che voglia passare dall’attivismo alla cooperazione, dall’uso alla co-progettazione dei luoghi dell’abitare.” Da Palermo all’Europa – con uno sguardo al prossimo Padiglione Italia intitolato “Arcipelago Italia” – le sue suggestioni sono ossigeno per chi creda in forme di riqualificazione urbana a base sociale e culturale: “Per uscire mutati dall’era della crisi, le decisioni di sviluppo territoriale dovranno essere capaci di attingere anche agli impulsi emotivi prodotti dalle opinioni, dagli atteggiamenti, dalle credenze personali e collettive e dai sentimenti. Pianificare nella crisi significa – come direbbe Spinoza – non ridere, non piangere, non indignarsi, ma capire. E comprendere significa sempre più spesso utilizzare contemporaneamente un approccio razionale ed emotivo.”

Beppe Sebaste |Raccontare un mondo senza “io” | Doppiozero
Sono due i libri – tra i molti accatastati in giro per casa – che in questi giorni attraggono la mia curiosità. Il postumo Ulrich Beck di “La metamorfosi del mondo” e il visionario “La grande cecità” di Amitav Ghosh. Di quest’ultimo parla questo bel pezzo su Doppiozero: “L’ironia del romanzo realista è che “le strategie mediante le quali evoca la realtà sono quelle stesse che occultano il reale”. Il concetto di realtà garantito dalla narrativa realista e la visione occidentale del mondo sono tutt’uno, e sono una prigione delle cui crepe sempre più vistose continuiamo a stupirci quando accade qualcosa di inconsueto – un terremoto, un tornado, una crisi economica.” Abbiamo perso la capacità di raccontare storie? Non riusciamo più a buttare la palla avanti per lanciarci in una corsa verso il futuro che sfugga alla linearità narrativa di questo tempo?

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