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Appunti di lettura | 34.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on luglio 18, 2017 at 8:16 am

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E’ un paradosso che mi fa male. Con l’estate non diminuisce il materiale (cartaceo e non) che si accumula da leggere. Nello stesso tempo – e sta qui la fregatura – non aumenta di un secondo a disposizione il tempo per ridurre il malloppo che attira i miei occhi ma fatica a intercettare la mia concentrazione.

*Movimentazione politica, da dove e per dove muoversi

Ilvo Diamanti |Nel dizionario degli italiani la politica da Renzi a Grillo è sinonimo di sfiducia | La Repubblica
Le mappe (così come le bussole) sono importanti per orientarsi. Ne abbiamo bisogno e dobbiamo farlo alla svelta, perché ne va della capacità stessa di riconoscere i segnali di futuro, che non sono né chiari né univoci. “Perché i soggetti tradizionali della “democrazia rappresentativa” partiti e politici – appaiono delegittimati. Isolati nella regione del “passato”. Mentre la Democrazia digitale, “immediata” più che “diretta”: è il futuro. Nella Mappa tracciata dagli italiani, si posiziona in alto. Eppure è spostata, anche se di poco, verso il quadrante della sfiducia. Meglio, della “prudenza”. Come i social media. Tra diffidenza e delusione. Gli italiani, per definire il futuro della democrazia, non usano parole rassicuranti.”


Laurie PennyPrendersi cura degli altri è la rivoluzione secondo Naomi Klein |Internazionale
Se viene meno la fiducia è proprio dalla sua ricostruzione che dobbiamo ripartire. Una prospettiva davvero rivoluzionaria. “Il prendersi cura” ha una brutta reputazione all’interno della sinistra. Fa pensare agli orsi dei cartoni animati o alle adolescenti che hanno sentimenti esagerati per i delfini. The leap, il movimento canadese guidato da Klein, che combatte contro il cambiamento del clima e per la giustizia sociale, ha come slogan “Dedichiamoci alla terra e agli esseri umani”. In effetti, ammette Klein, sembra uno spot pubblicitario dell’attivismo biologico. Ma è anche un riassunto di ciò che gli esseri umani non sono riusciti a fare negli ultimi secoli e di ciò che dobbiamo imparare a fare, se non vogliamo andare incontro alla catastrofe.”

*Più vicino, tra Trentino e Alto Adige
Manca molto un dibattito profondo e non strumentale sulla situazione – difficile – delle manovre per ridefinire contorni e contenuti dello Statuto di Autonomia della Regione Trentino-Alto Adige. Qui ho raccolto alcuni spunti che mi sembrano interessanti, ma non trovo da nessuna parte ciò che più desidererei. Un pensiero tagliente sulla necessità di fuggire dagli schemi che la politica fino a oggi si è data per discutere di un tema, l’autogoverno dei territori e delle comunità, che non non dovrebbe essere d’interesse solo per un angolo sperduto dell’arco alpino ma dell’intero pianeta, attraversato da una radicale crisi democratica.

Francesco Palermo | Lo specchio della Convenzione | Alto Adige
Apprezzo sempre la lucidità di Francesco Palermo, che in questo caso mette in guardia rispetto al percorrere la scorciatoia di definire fallita la Convenzione altoatesina solo perché il documento che ha prodotto contiene termini e idee spigolose. “La Convenzione non doveva essere una costituente, ma una fotografia delle proposte nella società, prima di affidarle alla metabolizzazione politica. E questo è stata. Questo è il livello del dibattito, ci piaccia o meno. Nel dibattito c’è sia chi vuole l’Alto Adige diviso sia chi vuole quello condiviso. E il metodo di lavoro ha consentito di rappresentare entrambe le posizioni, nonostante questi gruppi abbiano partecipato in modo asimmetrico. Il problema allora è lo specchio o l’immagine che ci si riflette?”

Gabriele Di Luca | Brennerbasisdemokratie senza sbocco | Salto.bz
Ecco un altro degli sguardi più acuti delle contraddizioni sudtirolesi. Osservatore prima esterno, poi sempre più dentro le storie dei nostri vicini, a nord. Anche il lui ritrovo sempre la capacità di alzare lo sguardo, non accontentandosi di far cadere dentro il retino dello scrittore/giornalista i pezzi più voluminosi e spesso più grezzi dello scenario politico e sociale.“In Sudtirolo sarebbe possibile avere un movimento autodeterminista connotato in senso progressista, inclusivo, quindi “di sinistra”, come prospettato da BBD? In teoria nulla vieta ingenuamente di crederlo, ma i suoi avversari sono fin troppo forti e numerosi, perché liberare il concetto di autodeterminazione dall’ipoteca che lo caratterizza, almeno nel contesto in cui ci è dato vivere, richiederebbe l’abbandono di tutte le attitudini più consolidate con le quali abbiamo a che fare. Il contesto nazionale, quello internazionale e la società sudtirolese nel suo complesso non consentono (ed essendo molto generosi aggiungiamo un cautissimo “per adesso”) di accogliere tale istanza. Del resto, come visto, neppure i suoi fautori storici – dopo anni di discussioni e milioni di parole scritte – riescono a farle assumere un profilo che non sia quello di una vaga rivendicazione priva di sbocco.”

Steven Forti | Catalogna, verso un referendum d’indipendenza che non si farà |
Non mancano tensioni legate all’autonomia e all’indipendenza in giro per l’Europa. Steven Forti da anni legge le trasformazioni del contesto catalano, cercando di sviluppare anche processi – lì dove si può – di comparazione e messa in relazione di diverse esperienze territoriali. “L’1 ottobre, dunque, si terrà probabilmente una grande manifestazione, una nuova performance dell’indipendentismo che servirà per rafforzare il proprio zoccolo duro in vista di nuove elezioni regionali. Sarà lì che si giocherà la vera battaglia: una lotta per l’egemonia politica che potrebbe scompaginare le carte in tavola. Gli indipendentisti sperano di ottenere una maggioranza parlamentare per obbligare il governo spagnolo a sedersi al tavolo delle trattative, ma, come abbiamo visto nel Regno Unito, non sempre i desideri si trasformano in realtà. Le elezioni ormai sono un terno al lotto. Il panorama politico è, infatti, molto frammentato e il nuovo partito catalano della sindaca di Barcellona Ada Colau, Catalunya en Comú, che difende, oltre a una democratizzazione della politica e a un’agenda sociale radicale, un referendum accordato con lo Stato spagnolo, potrebbe modificare la correlazione di forze. In ottobre, succeda quel che succeda, terminerà una fase della politica catalana e ne inizierà una nuova. Come sarà questa nuova fase, però, è ancora un’incognita. E molto, checché ne dicano gli indipendentisti, dipenderà dalla situazione politica spagnola in cui molte cose potrebbero cambiare nei prossimi mesi.”

Paolo BalduzziReferendum in Lombardia e Veneto: la fiera dell’inutilità | lavoce.info
Che si provi a inscenare il plebiscito è cosa piuttosto evidente. Che ci si muova su un crinale pericoloso, che poco ha che fare con la responsabilità dell’autogoverno è altrettanto possibile. Rimane però la sensazione – almeno per quanto mi riguarda – che non si possa far passare i referendum del prossimo 22 ottobre senza tentare di riaprire una riflessione sensata sulla possibilità di decentralizzare le forme della governance, riducendo il peso dello Stato a favore di soggetti territoriali (dai Comuni in su…) ancorati dentro una cornice sovranazionale e globale.

*Territori in fermento…

Matteo Meschiari | Geonarchia | Jazzi
“Insegnare il paesaggio significa innescare una metodologia indotta che può portare a un mutamento nel modo di vedere, pensare e rappresentare le cose. Non solo le cose legate al mondo naturale, all’ecologia, all’estetica, ma tutte quelle realtà intrinsecamente complesse che possono essere pensate in termini paesaggistici. Questo ripensamento non corrisponde a una rivoluzione intellettuale, ma a una riscoperta del tutto naturale di facoltà di analogia, di sintesi e di connessione già potenzialmente codificate nel nostro cervello. La ‘scoperta’ contemporanea del paesaggio è un movimento che ci porta ad approfondire la nostra consapevolezza intellettuale in rapporto ad alcune facoltà cognitive ‘illogiche’. Cominciare a parlarne ai bambini, agli studenti, ai vicini di casa significa ripensare le strategie stesse del condividere il pensiero, per cercare formule più paesaggistiche, cioè più umane, di trasmettere e di stimolare il sapere.”

Marco Pontoni | Paesi che scompaiono | La Voce di New York
Un libro che ancora non ho preso in mano, ma che afferra la mia curiosità. Grazie a Marco Pontoni per la recensione appassionata. “Perché battersi per loro? Teti ci dice due cose. La prima è ben nota a chi vive in montagna: il territorio non lo conserva lo Stato, non basterà la protezione civile a proteggerlo dall’erosione, dalle frane, dal ritorno della vegetazione selvatica. Il territorio viene mantenuto “sano”, sicuro, in salute, dalle genti che lo abitano. I paesi che si svuotano non sono solo una perdita in sé (anche architettonica, artistica, urbanistica). Sono il sintomo di un fallimento che prima o poi rovinerà a a valle.”

Welfare in Azione |La rinascita dei territori di montagna riparte dalle comunità
“Ultimo tassello di Sbrighes!, il lavoro da portare avanti sulla comunità. “Sarà la chiave per reclutare volontari che si attivino per il progetto e il fundraising. Bisognerà fare una grande attività di comunicazione e sensibilizzazione, per favorire la collaborazione tra i paesi diversi e andare oltre il campanilismo, che da queste parti è ancora radicato.” Molto lavoro da fare che però non spaventa Elisa D’Anza. “C’è tantissimo potenziale, questo territorio è molto lontano dall’essere morto, ha ancora tanto da dare.” E Sbrighes! serve proprio a questo: aiutarlo a rialzarsi e camminare lontano.”

*Varie ed eventuali (ma non banali…)
Sono settimane che non si fa altro che discutere – male – di immigrazione. Tenersi fuori dalle beghe, lontani dalle discussioni da social network e un buon modo di intercettare riflessioni che cerchino di applicare lo sguardo lungo lì dove troppo spesso si rincorre esclusivamente il consenso e il sentimento istantaneo.

Giovanni De Mauro | Casa | Internazionale
Aiutarli a casa loro? “Bisognerebbe smettere di vendere armi e tecnologie militari ai regimi autoritari (l’Italia è l’ottavo paese al mondo per esportazioni di armi); sospendere ogni forma di sostegno economico ai governi corrotti; interrompere lo sfruttamento delle regioni da cui proviene gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie; affrontare e combattere seriamente il cambiamento climatico; investire in scuole, ospedali, sviluppo locale, infrastrutture, tecnologia, energia rinnovabile, reti di mobilità sostenibile; combattere l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare i pomodori a un euro al chilo nei supermercati; aprire canali umanitari che tolgano ossigeno a trafficanti e mafie; riformare e dare autorevolezza alle istituzioni internazionali, cedendo tutti un po’ di sovranità nazionale. E molto altro ancora, con l’obiettivo di combattere le disuguaglianze globali e pronti a rinunciare a parte dei privilegi dell’essere nati casualmente da questa parte del mondo.Ecco, per aiutarli davvero “a casa loro” bisognerebbe fare tutto questo. Ma è chiaro che nessun leader europeo ha realmente intenzione di farlo. Perché vorrebbe dire fare la rivoluzione.”

Il Post | E se li facessimo entrare tutti?
Una provocazione, con alla base il conto economico (quanto converrebbe, a noi?) dei fenomeni migratori. Però pone una visione radicale di apertura, di superamento della militarizzazione delle frontiere. “Il punto, secondo il settimanale, è rimanere concentrati sulla ricchezza che il lavoro di milioni di stranieri può generare. La domanda che di dovremmo porre non è «Come evitare l’immigrazione?», ma bensì: «C’è una torta da 68 mila miliari di euro da spartirsi, come può fare il mio paese ad averne una fetta senza pagare un prezzo troppo caro?».”

Davide Agazzi | Trust in progress. Cosa significa affrontare il tema della fiducia oggi? Le risposte di Luca De Biase | Rena
“Come si trovano i nuovi “intermediari di fiducia”? Che azioni ci consiglieresti di intraprendere per intercettarli? Non lo so. Di solito tutti coloro che raggiungono un certo potere acquistano credibilità ma perdono fiducia. Quelli che sono solo noti ma non hanno potere se la cavano meglio, purché non prendano troppo posizione. In generale gli “intermediari di fiducia” se esistono davvero dovrebbero trovarsi tra tutti coloro che fanno cose coerenti – e positive – senza apparire troppo e sicuramente senza prendere posizioni di parte che li espongano al sospetto di fare ciò che fanno per un secondo fine.

Anna Momigliano | L’illusione di essere elitè | Rivista Studio
In questi giorni – ma non è una novità – vengono presentate ricerche che confermano la fragilità delle garanzie economiche e sociali per le giovani generazioni italiane. In questo pezzo un’interessante analisi su cosa possa significare “classe aspirazionale” e come si basi su fondamenta debolissime, che molto dipendono dallo storytelling più che sulle condizioni reali. Una aspirazione appunto che non trova riscontro nella materialità. “Eppure. Eppure qualcosa mi dice che è sbagliato pensare a me stessa come élite, e non è falsa modestia, e neppure un cedimento allo Zeitgeist populista; più banalmente, i documenti che ho consegnato al commercialista per la dichiarazione dei redditi raccontano che non c’è nulla che mi separi dalle masse. E pensare che nel malandato ambiente delle professioni culturali sono quasi una privilegiata, perché ho un posto fisso cui si somma qualche buona collaborazione: non sono la «fascia alta dei morti di fame», come Michele Masneri ribattezzò sul Foglio, citando Walter Siti, i freelance pagati ottanta euro a pezzo; sono quell’insipida classe media che, incidentalmente, condivide la sensibilità e i titoli di studio con una certa élite. Non credo di essere un caso isolato, ma se la figura dell’intellettuale povero si presta bene a essere romanticizzata, quella dell’intellettuale borghese piccolo piccolo innesca una dissonanza cognitiva che è difficile da mandare giù.” Una lettura un po’ malinconica, ma che fa bene. Come un calcio negli stinchi ben assestato quando rimani imbambolato davanti a un grande schermo luminoso.

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